Rigopiano: fascicolo aperto in Procura e tante domande

Sale a diciassette il numero delle vittime

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Sale a sette il numero delle vittime causate dalla slavina che lo scorso mercoledì si è abbattuta sull’hotel Rigopiano, tanto da causarne la parziale distruzione. L’ultimo corpo estratto dai Vigili del Fuoco è quello di una donna che si trovava in una piccola stanza adiacente al bar. Undici i sopravvissuti e ventidue i dispersi.

I soccorritori non si arrendono e continuano a scavare senza sosta, confidando in qualche sacca d’aria, venuta a formarsi lì sotto. Ogni giorno che passa un velo di tristezza opacizza però la speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Un moto di tenerezza, l’hanno indotto quelle tre nuvole di pelo bianco, riportate alla luce dai carabinieri forestali, che per raggiungerle hanno dovuto abbattere un muro. Nate lo scorso 4 dicembre, erano nel locale caldaia. Stanno bene e presto saranno visitate da un veterinario. Anche i bambini salvati sono in buone condizioni fisiche, ma due di loro resteranno in ospedale perché hanno bisogno di supporto psicologico. “La nostra ipotesi operativa è che la slavina possa non aver raggiunto e saturato tutti i locali, che ci sia un cuore della struttura non raggiunto. Se poi lì dentro possano esserci condizioni di vita, questo naturalmente non lo sappiamo. Siamo molto concentrati su questo obiettivo - ha detto il portavoce dei Vigili del Fuoco, Luca Cari, a SkyTg24 -. Le nostre squadre si alternano. Proseguiamo nell’esplorazione dei locali dell’interno, seguendo la speranza di trovare ancora persone in vita, anche se non c’è nessuna certezza. Stiamo procedendo da locale a locale, stiamo aprendo varchi in muri anche da ottanta centimetri. Siamo riusciti a sfondare con un escavatore quel muro di neve che ci impediva di far giungere i mezzi pesanti fino alla struttura”. Un lavoro encomiabile che fa sentire tutti orgogliosi di essere figli di quest’Italia.

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L’attenzione di chi scrive, quale avvocato, non può non focalizzarsi sugli aspetti giudiziari della vicenda. Un’indagine, come ha detto il procuratore aggiunto di Pescara, Cristina Tedeschini, “alle battute iniziali”. Non potrebbe essere diversamente. Al momento nel fascicolo contro ignoti, aperto per disastro colposo e omicidio plurimo colposo, stanno confluendo i primi atti: informative, reperti e relazioni tecniche stilate, verosimilmente, dai Vigili del Fuoco. La dottoressa Tedeschini ha fatto rilevare come tra gli elementi attenzionati vi siano quelli “relativi a circostanze e decisioni sull’apertura e lo stato di esercizio dell’hotel e sulla viabilità di accesso”. Ogni considerazione al momento rischia di essere sconclusionata, oltre che fuori luogo.

cms_5385/3.jpgViene da chiedersi, certo, guardando la montagna, i due canaloni, se quell’hotel, ritrovo esclusivo di sciatori e vacanzieri, a 1200 metri d’altezza, sarebbe stato al riparo da eventi catastrofici come questo. Viene da domandarsi, stando a quanto dichiarato nell’immediatezza dai soccorritori, ossia che la struttura al momento dell’impatto avrebbe subito uno slittamento, se il processo di edificazione abbia rispettato tutti gli standard di sicurezza e se poi vi siano stati adeguamenti. Ma sono quesiti ai quali ora non è possibile dare una risposta.“Un certo numero di interlocuzioni e di comunicazioni ha avuto delle inefficienze e interferenze”, ha detto ancora il procuratore aggiunto. “Non tutte queste inefficienze tuttavia appaiono causalmente rilevanti. Tutto il tema delle comunicazioni, sia telefoniche che mail, Whatsapp, de visu ecc, e dell’individuazione dei soggetti, è importante nell’ambito della ricostruzione degli eventi. Che ci siano state disfunzioni e ritardi nel recepire l’importanza di una comunicazione telefonica è un fatto, ma che questa sottovalutazione abbia avuto una relazione causale nell’efficacia delle operazioni di soccorso non è così certo”. Dai media si è appreso di un ritardo pari a circa un’ora. “Avete visto quanto tempo ci vuole per arrivare” ha sottolineato ancora la Tedeschini che comunque ha aggiunto: “questo è uno dei temi di approfondimento di questa indagine e ci stiamo lavorando. Una buona parte di questi fatti comunicativi accaduti post evento mi rendo conto che hanno una rilevanza mediatica notevole e possono determinare anche giudizi severi da parte del cittadino, ma ragionevolmente e sul piano della causalità oggi non appaiono avere una rilevanza elevatissima”.

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Come spiegarlo a chi lì sotto sa sepolto un familiare e si aggrappa alla speranza che vi sia ancora una scorta di ossigeno atto a garantirgli un altro po’ di vita, magari il tempo necessario di essere ritrovato? È paradossale, ma come i cuccioli di pastore abruzzese sono risaliti oggi da quell’inferno tra le braccia dei soccorritori, perché non potrebbe esserci un filo, uno solo, di speranza?

Noi tutti dobbiamo chiedere conto di quei morti perché se c’è un’Italia della quale andar fieri, fatta di soccorritori che non ci hanno pensato due volte a mettere a repentaglio la propria vita per ridarla agli altri, dobbiamo essere sicuri che non ci sia un’Italia di cui vergognarsi. Compito della Magistratura inquirente appurarlo. Per chi non c’è più. Per chi per sempre dovrà fare i conti con un vuoto incolmabile. Per l’Italia perbene tutta. Quella che s’interroga, non tanto sul perché non sia stata inviata la turbina alla prima richiesta dell’hotel, considerato lo stato d’emergenza neve e terremoto in cui versavano tutti i comuni del circondato, ma sul perché non ve ne fosse una in quell’area, considerata a rischio valanghe.

Ad attestarlo è la mappa Geomorfologica 350 Ovest, rintracciabile sul sito della Regione e ritraente i bacini idrografici dell’Abruzzo sin dal 1991, ripresa e confermata nel 2007 dalla mappa del Piano di Assetto Idrogeologico della Giunta Regionale. L’hotel Rigopiano, costruito negli anni ’70 e ingrandito dopo il 2000, sorge sopra colate e accumuli di detriti preesistenti compresi quelli da slavine. È la mappa del rischio valanghe il documento chiave dell’inchiesta, quello che la Regione dovrà fornire agli inquirenti e che, in ottemperanza alla legge 47/92, doveva aver prodotto. Secondo il disposto normativo, le aree a rischio, accertate o potenziali, sono inedificabili, mentre le strutture esistenti non possono essere utilizzate durante il periodo invernale. C’è un’altra fonte di legge: il Decreto 11/03/1988, recante le “Norme tecniche riguardanti le indagini sui terreni e sulle rocce, la stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione, l’esecuzione e il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere di fondazione. Istruzioni per l’applicazione”. Secondo quanto da esse stabilito, nel percorso di ristrutturazione dell’hotel si sarebbe dovuto evidenziare il contesto di rischio e agire di conseguenza.

La presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana, Maria Teresa Fagioli, asserisce tuttavia che “il resort sorgeva in una zona non segnalata, in carta di rischio, per criticità particolari […] Però poi la concomitanza fra evento nevoso importante e sciame sismico in corso ha creato, vista la posizione dell’albergo allo sbocco di un canalone, il disastro […] ammesso, e tutt’altro che concesso che in fase di ristrutturazione fosse stato consultato al riguardo un professionista e che questi avesse posto il problema della posizione geomorfologicamente pericolosa, al di là del solo rispetto formale delle norme, gli si sarebbe dato ascolto?”.

L’elemento ufficiale dell’ampliamento sarà al vaglio degli inquirenti: “Se questa pratica è stata importante ai fini di quello che è successo io lo saprò”, ha detto il Procuratore aggiunto.

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Che vi sia stata una vicenda che ha posto l’albergo al centro di un’indagine, a Rigopiano è risaputo. È letteratura anche che la stessa abbia riguardato un abuso edilizio e un’ipotesi di corruzione, trascinata in dibattimento e conclusasi con l’assoluzione di tutti gli imputati per l’insussistenza del fatto reato, risalente al 2008. Il PM Gennaro Varone aveva ipotizzato un passaggio di denaro e posti di lavoro in cambio di un voto favorevole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico, riguardante proprio l’ampliamento della struttura, in origine una casolare, divenuto poi hotel e gestito prima dalla società Del Rosso e poi dalla Gran Sasso Resort. A processo nel 2013 finirono sette persone fra cui l’ex sindaco del PD, Massimiliano Giancaterino e il suo successore Antonello De Vico all’epoca consigliere comunale. Inoltre rimasero coinvolti i due ex assessori Ezio Marzola e Walter Colangeli, l’ex consigliere Andrea Fusaro e gli imprenditori Paolo Marco e Roberto Del Rosso.

E intanto sulla vicenda si scagliano le parole di Alessio Feniello, papà di Stefano che risulta ancora disperso. “Quelli che sono morti sono stati uccisi, quelli che ancora non rientrano sono stati sequestrati contro il loro volere perché volevano rientrare. Li hanno sequestrati. Avevano le valigie pronte. Li hanno riuniti tutti vicino al caminetto come carne da macello”. La responsabilità, per lui, è “delle autorità”.

Domani, nella chiesa di San Nicola Vescovo di Farindola saranno celebrati i funerali di Alessandro Giancaterino, capocameriere della struttura e volontario della Croce Rossa. Era il fratello di Massimiliano, l’ex sindaco che autorizzo l’ampliamento. “Se avessi saputo mi sarei tagliato il braccio destro. Non potevo saperlo. E sinceramente non me ne faccio una colpa, perché abbiamo dato un’opportunità a tanta gente del paese. Ma ora non ci sto alla caccia a un responsabile come capro espiatorio”.

Vincenzo Fortino

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