Rileggendo POESIA – PIETRO BUTA

Dubbio VIII - Risoluzione VIII

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cms_24597/poesia.jpgNella rubrica Cronache del settembre 1997 (n. 109) troviamo un articolo intitolato Pietro Buta: chi era costui? “Pietro l’Aretino nacque ad Arezzo, e tanto è bastato, nel corso dei secoli, a indicare uno scrittore che per tutta la sua esistenza ha osservato il più astioso silenzio sul suo reale cognome.

L’autore della Cortigiana si sarebbe infatti vergognato delle sue umili origini: tanto da tenerle nascoste con la massima cura. Oggi Pietro Larivaille, autore per la casa editrice Salerno della prima biografia dell’Aretino integralmente basata su fonti d’archivio, avrebbe scoperto il vero nome del poeta delle Pasquinate.

[…] Larivaille si è avvalso tra l’altro delle ricerche di un sacerdote aretino, don Silvano Pieri, che sulla famiglia dello scrittore ha trovato importanti carte nell’archivio della (con)Fraternita dei Laici della città toscana.” Certo, stiamo chiedendo ai nostri lettori di fare un salto all’indietro di cinquecento anni, ma siamo convinti ne valga la pena: in fondo questa è la sola versione della macchina del tempo che conosciamo e che possiamo praticare. Era quindi crollata la leggenda che voleva l’Aretino figlio di madre “schiavona et putana”, così come era un’autentica fandonia l’asserzione che fosse figlio di una monaca e di un frate. Sembra accertato invece che Luca Buta, un umile calzolaio che aveva avuto una relazione con Margherita Bonci, poi impalmata da Luigi Bacci, versasse un sussidio annuale al giovane Pietro.

cms_24597/0.jpgDunque Pietro Buta da Arezzo (1492-1556) non volle mai far conoscere il proprio vero nome e le sue vere origini in segno di disconoscimento dei suoi natali. Tuttavia gli piacque definirsi "figlio di cortigiana, con anima di re". Della sua infanzia, per quanto ovvio, non si sa praticamente nulla, mentre qualche notizia lo dà adolescente a Perugia, dove studia pittura e frequenta la locale università. Del periodo romano e veneziano ci sono alcune certezze in più. Trasferitosi nel 1517 a Roma, grazie ai buoni uffici di Agostino Chigi (che tenne alla sua corte anche Raffaello), si mise al servizio del cardinaleGiulio de’ Medici e riuscì ad approdare alla corte di papa Leone X. Si trovava nella "città eterna" quando si svolse il conclave del 1522; fu probabilmente in quel periodo che scrisse uno dei suoi primi lavori, le cosiddette Pasquinate, poemetti satirici scritti sulla base delle anonime proteste contro la Curia affisse sul busto in marmo del Pasquino, a piazza Navona. A causa di questi componimenti fu esiliato dal nuovo pontefice, un cardinale fiammingo che prenderà il nome di Adriano VI (da Pietro soprannominato "la tedesca tigna"). Poté far ritorno a Roma soltanto nel 1523, con papa Clemente VII; cominciò a nutrire però una pesante insofferenza nei confronti delle corti e degli ambienti ecclesiastici. Ebbe in dono in quegli anni il famoso Autoritratto del Parmigianino nello specchio convesso e rimase impressionato dall’invenzione del giovane artista. Nel 1525 decise di lasciare Roma e trascorse due anni a Mantova al servizio di Giovanni dalle Bande Nere, con cui strinse una sincera amicizia e al quale fu vicino il giorno della sua morte, il 30 novembre 1526. Infine nel 1527, contemporaneamente allo stampatore Francesco Marcolini da Forlì, con cui ebbe rapporti di amicizia e che gli pubblicò molte opere, si trasferì a Venezia.

cms_24597/000.jpgDai suoi adulatori fu chiamato "divino", appellativo che gli piacque e di cui si fregiò, mentre per le sue satire e i suoi motteggi fu chiamato "flagello dei principi", così come ricorda anche Ariosto nell’Orlando furioso. (Note biografiche tratte da Treccani e Wikipedia). Sinceramente appassionato al mondo femminile, non temette nei suoi scritti di mettere a nudo ambiguità sessuali anche relative all’amore omoerotico. Nel 1524, Pietro incluse in una lettera a Giovanni de’ Medici un poema satirico in cui scriveva che, a causa di un’improvvisa aberrazione, si era "innamorato di una cuoca ed era passato temporaneamente dai ragazzi alle ragazze ...". Nella sua commedia Il Marescalco, il protagonista è felice di scoprire che la donna che è stato costretto a sposare è in realtà un paggio travestito. Mentre si trovava alla corte di Mantova, s’invaghì di un giovane di nome Bianchino e infastidì il duca Federico, chiedendogli di intercedere presso il ragazzo a nome dello scrittore. Scrisse poemi, commedie, una tragedia, i famosi Sonetti lussuriosi, con variazioni metriche interessanti rispetto al canone cinquecentesco, sebbene coerente con gli stilemi del petrarchismo.La vena satirica è invece personalissima. Le frequentissime iperboli pure. Compresa quella di fregiarsi dell’appellativo divino.

cms_24597/2_1643338975.jpgDubbio VIII

A potta ritta volse, o caso duro,
Lavinia bella un ortolan chiavare,
e per essersi acconcia in loco oscuro,
spinse quand’ella il pié venne a scansare,
e per trovarsi colla testa al muro
ruppesi il collo e venne in terra a dare.
Utrum se si ha a punir un tal eccidio
et sit hic puniendus de homicidio?

Risoluzione VIII

Nella legge si ex plagis si tiene,
paragrafo cum scilla, nei digesti,
e nella legge Acquilia a carte piene
si fanno simil casi manifesti,
e se per caso e non per colpa avviene
di vita privo alcun per altri resti,
senz’aver dubbio alcun si dee concedere
che non si possi in tal caso procedere.

Raffaele Floris

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