SALVIAMO IL PATRIMONIO CULTURALE ITALIANO

Vivaio di produzione culturale che ha risvegliato le conoscenze di un mondo intero

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La nuova Legge Franceschini segna un cambiamento significativo nelle forme di gestione e valorizzazione dei beni culturali conservati nei musei statali. Sotto molti aspetti spinge verso un cambiamento di mentalità così importante da aver raccolto non solo resistenze sui principi, tipico atteggiamento di chi vive la dimensione del conservatorismo, ma anche resistenze per un’autoconsapevolezza da parte di coloro che dovrebbero gestire il cambiamento di assoluta inadeguatezza.

cms_1896/beni_culturali_prima.jpgE’ una legge che pur necessitando di alcune integrazioni, una volta affinata e accompagnata da regolamenti attuativi in grado di fare chiarezza ed individuare strumenti operativi e gestionali in sintonia con gli ideali espressi, può portare i musei statali italiani nella contemporaneità. Si! Davvero una grande opportunità, ma stiamo parlando dei musei statali dimenticando che circa 80-85% de musei italiani sono musei di ente locale e che la maggior parte di essi sono medi e piccoli musei che conservano insieme la maggior parte del nostro patrimonio culturale. Musei che, lontani dall’elefantiasi delle grandi strutture, spesso sono gestiti, o meglio lo erano, come delle eccellenze, capaci di esprimere nel loro territorio il ruolo al quale sono deputati i musei secondo la condivisa definizione dell’COM di motori dello sviluppo delle comunità. Oggi per la maggior parte di questi musei si profila una situazione a dir poco drammatica a causa dei vincoli imposti dalle varie spending review, dall’applicazione dei patti e delle leggi di stabilità, di una burocrazia che come grande un mostro fagocita ogni processo, alimentandosi di stessa e continuando a crescere. Oggi siamo per tutti questi medi e piccoli musei di ente locali alla morte cerebrale, alla quale sta seguendo l’arresto cardiaco. Non è più consentito pensare, perché se pensi spendi e allo stesso tempo la passione che animava i professionisti che lavorano al loro interno viene ogni giorno sempre più uccisa dalle mille incombenze burocratiche.

cms_1896/musei_seconda.jpgChi ci metteva il cuore, lavorando anche fuori orario, pagandosi la formazione e le missioni nella speranza che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato, perché credeva nell’importanza dei musei quali depositari di un valore imprescindibile per le nostre comunità per programmare il presente e progettare il futuro in modo consapevole, sostenibile e realmente produttivo, oggi si vede ingabbiato in un museo ufficio. Ai musei contemporanei in tutto il mondo sono affidati quei patrimoni che devono diventare motori dello sviluppo della società. I musei di ente locale sono presidi nei territori, luoghi ove si deve svolgere quella ricerca non accademica che consente di conoscere al meglio l’ambiente e la storia dove le comunità vivono, dove la ricerca diventa patrimonio subito disponibile e dinamico. I musei sono spazi straordinari dove a partire dal patrimonio e dalla ricerca (unica azione che da senso e trasforma un oggetto in patrimonio) si creano opportunità di relazione ed incontro di culture, si educano le nuove generazioni, si valorizza il territorio ai fini turistici e si migliora la qualità di vita di una comunità, rendendo i territori più attrattivi. Sono il luogo dove la società discute, le comunità si interrogano e costruiscono idee. Sono i luoghi della mediazione, dove si costruiscono identità, dove le comunità possono entrare in contatto con le nuove conoscenze della ricerca, dove si colma il gap culturale tra la comunità e la società nel suo complesso insieme.

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Questo è tutto ciò che i musei dovrebbero essere e che in Italia oggi non sono, stretti nella morsa della spending review e dei patti e leggi di stabilità. Ogni anno questi musei locali, sono visitati da milioni di persone di ogni età, cultura e livello sociale, ma oggi registriamo una preoccupante inversione nella capacità di essere per questi milioni di persone davvero quei luoghi della crescita, dello sviluppo e della promozione all’innovazione che dovrebbero essere. Allora può succedere che musei medio-piccoli già individuati a livello nazionale ed europeo come eccellenze, confermate da premi, da selezioni per progetti europei di grande respiro siano oggi al collasso, senza avere nemmeno più la possibilità di garantire la conservazione del proprio patrimonio e lo svolgimento di quelle azioni minime di valorizzazione che danno un senso alla loro esistenza. La contrazione del personale dedicato sta svuotando questi luoghi di quelle professionalità necessarie a garantire la corretta gestione e la qualità dei servizi dovuti. L’esiguità delle risorse (vincolate dall’art. 6 della legge 122 del 2010) da poter dedicare alle missioni, necessarie e obbligate per garantire uno standard seppur minimo di ricerca, l’aggiornamento del personale, l’incontro con altre realtà non solo nazionali ma soprattutto europee e internazionali per il confronto (benchmarching) e lo scambio delle buone prassi, la costituzione e il consolidamento di reti culturali, e la progettualità condivisa, sta portando alla morte cerebrale i nostri musei.

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I patti di stabilità che vincolano l’assunzione di personale e gli investimenti anche in presenza di risorse stanno portando i nostri musei al collasso, incapaci di essere interlocutori qualificati in un’Europa che ritiene contrariamento all’Italia, che i musei siano luoghi imprescindibili per la crescita delle comunità e lo sviluppo dei loro paesi. E’ necessario dare autonomia a queste strutture affinché possano lavorare con velocità, flessibilità e forza, creare dei poli regionali che possano condividere risorse e personale guidati da quelle eccellenze professionali italiane che esistono anche se spesso non sono sufficientemente valorizzate. La flessibilità deriva anche da una minore pressione burocratica. Le nuove normative che prevedono in modo cogente l’utilizzo del MEPA pur garantendo da un lato un maggior controllo e un risparmio puntuale spesso se misurate con il rapporto tra l’entità della spesa e il tempo necessario per l’espletamento delle pratiche necessario risulta totalmente antieconomico. E’ quindi necessario lasciare la libertà di avvalersi o no di questo strumento sino ad un limite di spesa congruo. Inoltre spesso la possibilità da parte di piccoli-medi musei di ente locale di avvalersi di piccoli commercianti o aziende locali artigiane ha permesso una fidelizzazione e un rapporto con il territorio privilegiato determinando importanti benefit come le forme di partenariato e sostegno che venivano messe in atto, in quanto proprio queste piccole realtà commerciali erano l’espressione della comunità che sente il museo come una sua parte integrante e fondamentale, depositario dell’identità della comunità stessa nella quale essa si riconosce. Oggi la maggior parte di queste piccole aziende non è in grado di iscriversi in MEPA e quindi sono completamente estromesse dalle dinamiche relazionali con i musei. Ricordiamo che davvero i bilanci di questi medi e piccoli musei di ente locale sono spesso talmente irrisori da non essere appetibili per qualsivoglia dinamica di lucro speculativo o di pratiche illegali.

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Nessun tipo di apprezzamento viene espresso dallo stato nei confronti dei comuni che nel proprio bilancio iscrivono delle spese a sostegno del proprio museo che quasi sempre ha una ricaduta culturale ben più ampia del proprio contesto comunale, spingendosi in un bacino più spesso provinciale o regionale. Infine i vincoli di spesa per la promozione, le mostre e i convegni risultano troppo stretti e non consentono ormai, soprattutto ancora ai medi e piccoli musei di ente locale, di poter offrire alle comunità locali e al proprio territorio opportunità di crescita culturale, ampliamento degli orizzonti culturali, formazione dei giovani, aggiornamento e azioni di valorizzazione del patrimonio. Ancora una volta ricordiamo che questa sorta di grande museo diffuso che è l’Italia, è la nostra vera potenzialità per uno sviluppo economico sostenibile, per favorire la creatività e l’innovazione e per garantire alle nuove generazioni posti di lavoro e una preparazione professionale che possa renderli competitivi al livello internazionale. Siamo rimasti indietro già troppo, rischiamo di entrare nel buco nero dell’inefficienza ed essere talmente inadeguati rispetto agli standard minimi da non avere nemmeno più senso di esistere e soprattutto diventando per l’Europa partner totalmente inconsistenti. E’ ora il momento di porre attenzione a questa drammatica situazione, nella consapevolezza che sulla via già tracciata è necessario intervenire per arrivare ad un vero e proprio cambiamento nella gestione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale ponendo l’attenzione al ruolo e all’importanza degli enti locali. Pur attuando tutti gli strumenti di controllo e garanzia per evitare sprechi o inganni è necessario agire con risolutezza e velocità per non perdere l’ultima possibilità per questa nostra Italia di tornare ad essere quel vivaio di produzione culturale che nel rinascimento ha risvegliato le conoscenze di un mondo intero.

Alda Boscaro

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