SENZA MODELLI

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cms_24174/1.jpgDella politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia, screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza. Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere. E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti transitano veloci giorno dopo giorno negli spazi delle cronache nere, senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa stia succedendo nella nostra società.

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Di loro, dei ragazzi quando li arrestano, si colgono per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa – compreso il carcere – sia preferibile all’insopportabile noia che li affligge. E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente ai diversi luoghi e circostanze: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.

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Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e danno fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero, e noi ce la sbrighiamo parlando di “fenomeno delle baby gang”, come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti.

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Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene. Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai.

Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.

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Se, infatti, padri e madri – come spesso accade- prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta che priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno.

Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani. Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. E’ un’infelicità chiusa e senza desideri: non può esserci desiderio dove non c’è speranza.

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Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani.

Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per il domani una sia pur minuscola luce, ma in modo meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto. Speranze – condivise – che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in TV oppure alla conquista di migliaia di “followers” in non so quale “social” del momento.

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Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.

Fausto Corsetti

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