SIMBOLISMI NELLA CULTURA E NELL’ARTE (I)

Il Pavone

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Pavone - uccello dei Fasianidi - originario dell’Asia

Al pavone si attribuisce la bellezza reale, così come l’incorruttibilità, il coraggio, la resistenza e l’immortalità.

E’ un simbolo molto antico, inizialmente rappresentato accanto all’albero della vita.

Per i Greci i pavoni erano dedicati a Hera, la moglie di Zeus. Per i Romani era l’animale sacro a Giunone: ma loro preferivano dedicare alla dea le oche e mangiarsi liberamente i pavoni di cui erano ghiotti. Sulle loro monete era raffigurato un pavone come segno di apoteosi.

In India, il pavone era considerato l’uccello reale. Nella leggenda sufi, lo spirito del mondo, creato da Dio, ha la forma di un pavone, in effetti la loro danza ricorda la ruota del pavone.

Per i Celti rappresentava il sole, che perpetua il ciclo senza fine di nascita (alba) e morte (tramonto). Nell’arte cristiana si diffuse ben presto nelle catacombe, come simbolo di immortalità e resurrezione, per la credenza che la sua carne fosse incorruttibile e per il fatto che perdeva le penne che poi ricrescevano a primavera.

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Dea Tellus con pavoni (Dea Madre/Cerere) - Ipogeo via Dino Compagni - Roma

L’arte paleocristiana inizia già dal II/ III secolo, nelle catacombe, perché i cristiani non erano liberi di professare la propria fede. Oltre a iconografie nuove, come il pesce, l’ancora, la nave, il monogramma di Cristo, le scene di vita dei profeti, Giona che esce dalla bocca del mostro marino o Daniele nella fossa dei leoni, scene di vita di Gesù o fatti della Bibbia, mutuano anche il tema dei Campi Elisi per il loro Paradiso, con scene idilliache del Buon Pastore, rappresentazioni delle quattro stagioni e pavoni, meravigliosi pavoni.

Nell’ipogeo in via Dino Compagni a Roma, vi è una splendida raffigurazione della dea Tellus, intesa come bellezza della natura, sormontata da due enormi pavoni.

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Stanza della Velata - Catacombe di Priscilla - Roma

Nelle catacombe di Priscilla a Roma, la stanza della Velata, prende il nome dalla figura di una giovane donna, con un velo sul capo, in atteggiamento di orante raffigurata su una parete, sovrastata da un magnifico pavone; al centro della volta è dipinto il Buon Pastore nel giardino paradisiaco, tra pavoni e colombe, poi altre scene: la fuoruscita del profeta Giona dalla bocca del mostro marino, il sacrificio di Isacco e i tre giovani nella fornace di Babilonia, esempi di totale fede in Dio.

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Il Buon Pastore - Catacombe di Priscilla - Roma

A Ravenna, durante dei lavori di scavo, è stata scoperta nel 1993, la Domus dei Tappeti di Pietra, una domus del I secolo con pavimenti mosaicati, quasi intatti. Risale alla metà del IV secolo la raffigurazione con il cosiddetto Buon Pastore, un giovane vestito di una corta veste con un piccolo mantello, con le gambe incrociate, sta accarezzando una pecora, è appoggiato a un bastone, ha lasciato la siringa appesa a un ramo ed è quasi aureolato da due pavoni azzurri come la sua veste.

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Mosaico del Buon Pastore - Domus dei Tappeti di Pietra - Ravenna

Sempre recuperato dallo stesso scavo, è l’emblema cosiddetto “Danza dei Geni delle Stagioni”, del VI secolo.

I Geni delle Stagioni danzano in cerchio al suono di una siringa tenuta da un suonatore in secondo piano. Ogni genio indossa un abbigliamento diverso ed è così interpretato: l’autunno, in primo piano con una tunica bianca con sulla testa una corona e ai piedi un paio di sandali; la primavera, a sinistra, con una tunica rosata e in testa una corona e sempre con sandali, l’estate, a destra, quasi del tutto inesistente; l’inverno è completamente avvolto in un mantello con cappuccio verde-azzurro, ed è incoronato di canne che è un elemento tipico della zona ravennate, ai piedi diversamente dagli altri geni ha degli stivaletti.

Una mia ipotesi è leggermente diversa e prevede: la primavera la figura scomparsa, quella al centro l’estate che tiene per mano l’autunno vestito di scuro e con tralci di vite sul capo, l’inverno ovviamente è lo stesso, non pone nessun dubbio, ma ciò di cui è coronato, liberamente interpretando, non sono canne ma sono i tentacoli di un polipo o di un cancro.

Come mai il polipo?

Come spiega René Guénon per gli antichi il polipo rappresentava il solstizio d’estate, il 21 giugno, quando il Sole entra nella costellazione del Cancro, che corrisponde alle acque primigenie, ma raffigurava anche il Sole, coi tentacoli/raggi diritti rappresenta la luce, coi tentacoli/raggi a spirale il calore.

Il polipo/cancro come simbolo del culmine del Sole, che in quanto tale, inizia il cammino decrescente, le giornate iniziano ad accorciarsi e si va verso l’inverno/inferno, verso Ianua Inferni, la porta a cui si contrappone la Ianua Coeli, la porta del Cielo del solstizio invernale, che si apre con il Sole in Capricorno, spesso simboleggiato da un delfino, le giornate iniziano ad allungarsi. Il polipo come simbolo del buio e freddo inverno, in pratica per gli antichi già in giugno occorreva pensare all’inverno, ma poi dopo ogni ‘morte’, ogni ‘inverno’ si ricomincia di nuovo nella ruota/danza dell’anno.

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Mosaico Danza dei Geni delle Stagioni- Domus dei Tappeti di Pietra - Ravenna

Non è il caso che mi dilunghi troppo, il tema di questo articolo è il pavone.

Sino al VI sec. la figura del pavone è molto presente, poi misteriosamente decade, forse avvenne quando il volatile, nel Basso Medioevo fu riscoperto come prelibatezza gastronomica, naturalmente solo sulle tavole dei ricchi, e divenne sinonimo di superbia.

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Anonimo XV secolo- Il voto del pavone- miniatura

Come sopra ho scritto i romani mangiavano i pavoni, ma erano cibo esclusivo degli imperatori, che potevano anche condannare a morte se qualcuno ne rubava uno. Nel Basso Medioevo il consumo era riservato alle corti con grande pompa magna, prima di gustarlo esisteva un cerimoniale, la dama più bella presentava il pavone al feudatario e ai suoi ospiti.

Al più coraggioso (per essere coraggiosi occorreva essere dei grandi mangiatori di carne e quella del pavone era considerata la migliore) il privilegio del primo taglio, ma prima vi era il “giuramento del pavone”: il feudatario e i suoi cavalieri giuravano aiuto reciproco e dopo il voto si divideva il pavone in parti uguali per cibarsene con una specie di sacralità.

La presentazione in tavola era assai laboriosa, il pavone veniva scuoiato con grande perizia, cotto con spezie, a questo punto era rivestito con la pelle completa di piumaggio integro, poi rialzato e con del fil di ferro, ben mimetizzato, si inserivano le zampe, in modo di rialzarlo in piedi come fosse ancora vivo, a questo punto si allargava la coda in tutto il suo splendore, infine si inseriva nel becco della bambagia con acquavite, si accendeva e il pavone così “resuscitato” sputava fuoco.

(Continua)

Paola Tassinari

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