SIMBOLISMI NELLA CULTURA E NELL’ARTE (IV)

Il Pavone

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Pavoneggiarsi è un modo di dire che proviene dal pavone, che sa di essere bello e non ha timore di mostrarsi tale, anche se il mito ammonisce la vanità, causa di tanti guai. Comunque, secondo quel tanto che si è scritto del volatile, oltre alla bellezza il pavone ha anche i piedi sozzi e una voce talmente stridula per cui il suo nome pavone verrebbe da pavor nel senso di terrore. Il medico greco Galeno considerava la carne del pavone dura e indigesta, un centinaio di anni dopo, Sant’Agostino (354-430) scrive che a Cartagine fu servito un pavone e dopo averne mangiato un poco, fu messo da parte, fu conservato per parecchi giorni, fu servito di nuovo e sembrava fresco e profumato come appena cotto. La carne venne conservata di nuovo per altri trenta giorni e la mangiarono di nuovo essendo ancora commestibile, Sant’Agostino scrive: “Chi, se non Dio, creatore di tutte le cose, ha dato alla carne del pavone il potere di non decomporsi?”.

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Libro Acerba - XIV secolo- Biblioteca Medicea Laurenziana- Firenze

Il vescovo e santo spagnolo Isidoro di Siviglia (560-636 d.C.), pure scriveva che la carne del pavone era dura e non si imputridiva. In quei tempi si pensava pure che il sangue di pavone servisse per curare le ferite. Sant’Antonio di Padova (1195-1231) nelle sue prediche informava che il pavone perdeva le penne quando cadevano le foglie agli alberi e gli rispuntano quando gli alberi cominciano a mettere le foglie così come accadrà nella resurrezione con “le piume dell’immortalità”.

Plinio il Vecchio, scrittore e filosofo naturalista romano (23/79) sosteneva che i pavoni maschi erano così incontinenti sessualmente che rompevano le uova, perché spinti dal desiderio volevano che le femmine si distogliessero dalla cova. Cecco d’Ascoli, astrologo e poeta (1269-1327) nella sua opera “L’Acerba” sostiene che la carne del pavone, seppure dopo molto tempo, marcisce e come Plinio ribadisce che si tratta di un uccello che non ama i suoi piccoli. Infatti il maschio segue la femmina per trovare le sue uova e romperle, in modo da potersi dedicare di più alla sua lussuria e aggiunge che “guardandosi a li piè prende tristezza / e allegreza da lui sta remota”. Boccaccio (1313-1375) tratta del pavone, nel suo “Trattatello in laude di Dante” per via della madre del Poeta che aveva visto in sogno il figlio tramutarsi in pavone: lo descrive di carne incorruttibile, penna angelica, sozzi piedi e voce orribile. Quinto Ennio (203/169 a.C.) il poeta latino degli Annales narra nel proemio, di un sogno dove prima si era incarnato in un pavone e poi in Omero.

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Pieter Paul Rubens - Giunone dispone gli occhi di Argo sulla coda del pavone

Questa storia dei sozzi piedi, non si capisce da dove arrivi, forse dal fatto che il pavone non se li lavi mai, infatti non si immerge nell’acqua perché le sue piume si appesantirebbero, i pavoni si lavano con la polvere, che li aiuta a liberarsi di insetti e parassiti, molto più probabile derivi dal fatto che un tempo molto antico, quando la società era matriarcale, i piedi feriti o deformati erano segno di regalità, ricordo che si ritrova nel mito di Achille e di Efesto.

Mentre per la voce vi è una favola di Fedro, dove un pavone ascoltando un usignolo si mette in gara col piccolo volatile suscitando le risa degli astanti. Il pavone corse da Giunone di cui era il protetto, chiedendo di donarle un bel canto, ma la dea rispose che ognuno aveva il suo pregio, la forza all’aquila, la voce all’usignolo, il malaugurio alla cornacchia, al pavone un bell’aspetto, nessun uccello era fornito di tutte le qualità, il pavone superava tutti per il piumaggio e per la splendida coda e doveva ritenersi così soddisfatto.

Dopo un periodo di oscuramento, durante il Rinascimento, l’immagine del pavone ritornò prepotentemente in Occidente attraverso immagini religiose e non, gli influssi orientali arrivarono tramite i Concili che si tennero a Ferrara, Firenze, Mantova quando arrivò una nutrita delegazione bizantina (circa 700 persone, evento ricordato dal ‘Corteo dei Magi’ di Benozzo Gozzoli), per trattare la riunione delle Chiese latina ed ortodossa. Fu anche un tentativo dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo di ottenere aiuto dall’Occidente in vista dell’assedio sempre più stretto dei turchi alla sua capitale, Costantinopoli. Le trattative furono molto difficili, e non si realizzarono positivamente, qualche anno dopo l’Impero romano d’oriente cadrà definitivamente sotto i turchi (1453) ma gli influssi culturali, filosofici e iconologici furono molto forti.

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Antonello da Messina- San Girolamo nello studio- National Gallery, Londra

Verso il 1475, Antonello da Messina (1430-1479), dipinse una piccola tavola raffigurante San Girolamo nello studio, che oggi è conservata alla National Gallery di Londra. Raffigura il Padre e Dottore della Chiesa, che tradusse in latino parte dell’Antico Testamento e successivamente, l’intera Scrittura ebraica. San Girolamo si trova in uno studio ben ordinato mentre sulla soglia della porta finestra passeggiano una pernice e un pavone. Come interpretare questa coppia di volatili? La pernice è simbolo di lussuria sfrenata, ma in Oriente è anche talismano per donne e bambini (occhio di pernice blu o occhio di Allah) il pavone è ambivalente, qui non è vanitoso non ha la ruota. San Girolamo visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo, in Oriente quindi in questo dipinto di Antonello i due volatili che qui appaiono modesti potrebbero significare i peccatori salvati dalla parola di Cristo. Platone nella “Repubblica”, attraverso il suo maestro Socrate, racconta che le anime forti e sapienti possono prendere una strada opposta se non bene educate, ma è solo da un’anima pigra, accidiosa e indifferente che non si ottiene nulla.

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Beato Angelico e Filippo Lippi - Tondo Cook- National Gallery of Art, Washington

L’Adorazione dei Magi è un dipinto circolare, chiamato Tondo Cook, si ritiene fosse quello registrato nel 1492 a Palazzo Medici Riccardi a Firenze come da Beato Angelico e che si trova ora nella National Gallery of Art di Washington. L’attribuzione non è certa, comunque ricorda nell’impianto, nel lungo snodo del corteo il capolavoro di Benozzo Gozzoli che fu allievo del Beato Angelico.

A Palazzo Medici Riccardi, Benozzo Gozzoli affrescò “La Cavalcata dei Magi”, rappresentando in realtà, il corteo di personalità che arrivò a Firenze da Ferrara in occasione del Concilio del 1438-1439, in cui i Medici ebbero l’onore di presiedere alla riunificazione fra la chiesa latina e quella bizantina che, come ho già scritto, fallì. Il pavone sulla capanna di Betlemme potrebbe essere visto proprio nell’ottica di una pacificazione fra le due chiese.

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Sandro Botticelli-Adorazione dei Magi- Galleria degli Uffizi, Firenze

Anche nell’Adorazione dei Magi di Sandro Botticelli si respira la stessa aria di conciliazione fra Oriente e Occidente e il pavone in alto a destra ha lo stesso significato simbolico. Botticelli fu allievo di Filippo Lippi, l’altro probabile autore del Tondo Cook; fu un uomo assai inquieto, frequentò l’Accademia di Firenze assieme ai dotti fiorentini come Angelo Poliziano, filologo e poeta. Botticelli aderì con convinzione ai nuovi messaggi culturali che pensavano a un rapporto di continuità tra il pensiero degli antichi filosofi greci e latini e il cristianesimo. In seguito al fallimento di questi ideali aderì alle idee riformiste del Savonarola. Qui si presenta fiero e sicuro, ammantato di giallo dorato mentre guarda direttamente lo spettatore, nell’angolo a destra del quadro.

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Ceramica di Faenza - Decorazione Penna di Pavone

Faenza si trova in provincia di Ravenna è di origine etrusco-romana, è nota nel mondo per la sua produzione di ceramica che risale al XII secolo, tanto che il termine faenza è sinonimo di ceramica in molte lingue; il Museo Internazionale della Ceramica conserva splendide collezioni di oggetti provenienti da ogni età e paese, è una delle eccellenze d’Italia. La “Penna di Pavone” è certamente tra i disegni ceramici tradizionali uno dei preferiti dagli artisti e tra quelli maggiormente apprezzati dai faentini; si ispira ai colori e alle geometrie dell’occhio della penna di pavone. Questo tipo di decorazione si diffuse a Faenza a partire dalla metà del Quattrocento ed è strettamente legata alla casata dei Manfredi, signori della città. Alla “Penna di Pavone” è legata anche una leggenda, una storia d’amore, di gelosia e di sangue, l’amore di Galeotto Manfredi e Cassandra Pavoni. Il loro amore non fu mai coronato dal matrimonio. La ferrarese Cassandra era detta “La Pavona” per la sua bellezza e i suoi modi eleganti, Galeotto preso d’amore fece adornare i palazzi di penne di pavone, commissionando questo motivo ai ceramisti faentini, ma le ragioni di stato premevano e Galeotto impalmò Francesca Bentivoglio, figlia del ricchissimo signore di Bologna, allontanando Cassandra da Faenza, ma continuando a frequentarla di nascosto, nacquero anche due figli. La Bentivoglio lo scoprì, c’è sempre qualcuno che per tornaconto o per meschineria è pronto a spettegolare e Francesca piena di orgoglio e livore e timorosa di essere scalzata dal suo posto di potere, fingendosi ammalata, attirò il marito in camera da letto, dove venne aggredito dai sicari e ucciso dalla stessa Bentivoglio con un lungo coltello che aveva nascosto tra le pieghe del lenzuolo. Galeotto era benvoluto dai faentini, che assai arrabbiati scacciarono la Bentivoglio dalla città.

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Ceramica di Faenza - Brocche Galeotto e Cassandra

(Continua)

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Paola Tassinari

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