SIRIA, LA SILENZIOSA TRAGEDIA DEI BAMBINI PROFUGHI

La storia di Mahmud, il bambino siriano afflitto da una grave malattia, aiutato da Elisabetta Vittone

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A causa delle guerre e dei conflitti che stanno sconvolgendo il Medio Oriente, in particolare la Siria e l’Iraq, milioni di persone sono oggi rifugiate e sfollate. Tra loro molti bambini. E’ una storia d’infanzia negata quella che oggi vi racconto. Una, purtroppo, tra le tante storie di bambini a cui la guerra ha sospeso il futuro. Una storia che sintetizza il dramma di una popolazione che da oltre quattro anni vive lontano dalle proprie case. Una storia che merita di essere “immortalata” sulla pagina di questo giornale, oltre che per quel dovere professionale che anima ogni giornalista, ma soprattutto per quel sottile filo di speranza che unisce tutti e grazie al quale si resta uniti nel credere che “qualcosa possa finalmente cambiare”.

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Nonostante l’incapacità europea di prendere una posizione forte ed univoca a sostegno delle aspirazioni democratiche del popolo siriano; nonostante la fortezza Europa rimanga oggi inaccessibile ai tanti che tentano di trovarvi rifugio; nonostante, per lungo tempo, la comunità internazionale si sia dimostrata sorda e cieca davanti al dramma dei profughi e della guerra, esistono tante voci fuori dal coro, voci e persone che assistono e aiutano migliaia di profughi iracheni e siriani e che costruiscono ponti di solidarietà.

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E tra le tante storie di una folla martoriata dal dolore, spiccano gli occhi di centinaia di bambini, a volte, nudi, disidratati, affamati. Spesso hanno perso uno o entrambi i genitori. Bimbi che hanno visto morire madri e fratelli. Bimbi afflitti da malattie e sofferenze. Bimbi a cui è stata strappata l’infanzia e a cui è stato negato il sacrosanto diritto all’innocenza. In questo scenario pieno di sofferenza e di speranza si incrociano tanti occhi. E dietro ogni sguardo c’è una storia, una vita.

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La storia che oggi vi racconto ha il volto e il sorriso di uno di quei bambini, Mahmud, un bambino siriano di soli cinque anni, afflitto da una grave malattia della pelle e che oggi sta meglio, grazie alla assistenza e alle cure ricevute dalla sua benefattrice italiana, Elisabetta Vittone, docente della formazione professionale presso la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri e Presidente del Comitato Mahmud (che proprio dal bambino siriano prende il nome).

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“Questa storia inizia nell’inverno del 2013, - racconta Elisabetta Vittone - quando mi innamorai di un bambino siriano di soli 3 anni, dopo averlo visto ritratto in un post che chiedeva di pregare per lui, affinché morisse per smettere di soffrire a causa della grave malattia della pelle che l’affliggeva. Contattai il mio amico Roberto Pedron - fotoreporter di professione e oggi vicepresidente del Comitato Mahmud che abbiamo creato - per chiedergli di aiutarmi a raccogliere fondi per salvare il bambino.

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Ci mettemmo all’opera per tessere relazioni che ci permettessero di arrivare al campo profughi di Bab al Salam dove Mahmud viveva con la sua famiglia. Subito mi misi in contatto con un’associazione venariese, in provincia di Torino, dove abito, per assicurarmi se fosse stato possibile portare il piccolo in Italia e assicurargli le dovute cure. In realtà, è stato impossibile portare il bambino in Italia, tuttavia, grazie alla collaborazione con una delle associazioni operanti nel campo, potemmo entrare in contatto con il pediatra siriano che si è occupato di lui, a cui ha fatto seguito la ricerca di fondi per pagare l’affitto alla famiglia del bimbo e, anche se a distanza, a continuare a occuparci di lui e della sua salute”.

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Oggi Mahmud sta bene e vive con la sua famiglia in Turchia, dove la sua benefattrice lo ha incontrato nel 2014. “Il tempo passava e finalmente a fine dicembre del 2014 potei volare in Turchia ad incontrare quel bambino che aveva rubato il mio cuore. Finalmente l’incontro c’è stato: un’emozione intensa mi ha pervaso nel stringerlo a me, nel cercare di capire quello che voleva dirmi con i suoi gesti, nello scoprirlo un bambino generoso che voleva che riempissi di baci il pupazzo che gli avevo regalato, o che distribuissi i cioccolatini - che avevo portato per lui - a tutti i presenti”, conclude Elisabetta Vittone nel suo racconto, con la voce ancora rotta dall’emozione.

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Con le loro storie, le loro lacrime e i loro sorrisi, i bambini riescono sempre a trasmettere emozioni forti o, come nella storia del piccolo Mahmud, a raccontare la tragedia che i profughi vivono in questo drammatico momento storico. E la storia che vi ho raccontato, – per fortuna a lieto fine, almeno questa – è una tra tante, dei tanti, troppi bambini a cui la guerra ha negato il diritto di poter sognare. Una storia che, spero, serva a costruire ponti di solidarietà e a scrivere insieme – o provare a farlo - un futuro di pace, dignità e diritti, a dispetto dei muri e delle barriere che molti – per fortuna, non tutti - continuano ad erigere.

Mary Divella

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