SORRISI MEDIEVALI

L’igiene orale nell’Età di Mezzo

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Siamo sicuri che, guardando una qualsiasi scena di un film ad ambientazione medievale, prima o poi avrete visto qualche contadino macilento e sporco. Qualcuno, magari, ironico avrà anche notato che i denti mancano o sono spesso cariati. Quando invece così non è, ecco accendersi lo “sdegno” di amici e conoscenti che – affamati di film storici con ambientazioni e personaggi verosimili – abbiano sbottato un “sì, però guarda che denti bianchi! Sono contadini, dovrebbero essere molto più sporchi o marci". Vi sorprenderà saperlo ma no, nel Medioevo l’igiene orale non era affatto sconosciuta. Anzi, era molto migliore se paragonata alle epoche successive! Gli archeologi hanno infatti dimostrato che la maggior parte delle persone avevano denti sani, grazie anche alla dieta equilibrata ricca di verdura, frutta e latticini. In più, mancava la causa principale della carie dentale, cioè lo zucchero, che all’epoca era una rarità per pochissimi. Quello che davvero minacciava i denti di uomini e donne nel Medioevo era semmai la polvere delle pietre da macina che finiva nella farina. Erano infatti molto diffuse le macine domestiche ad azionamento manuale e spesso la pietra per macinare non era di qualità buona. La farina così ottenuta aveva un forte effetto abrasivo sullo smalto.

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Sì, ma come comunque i medievali non si lavavano mica i denti!”, in molti penseranno. Anche qui l’immaginario dell’epoca oscura ci impedisce di vedere chiaramente quanto emerso dagli innumerevoli lavori di ricerca di storici ed archeologici, che ci raccontano al contrario che i medievali i denti se li lavavano eccome. La pulizia dei denti consisteva nello strofinarli con un panno di lino ruvido su cui venivano spalmate varie miscele. Tra le più diffuse c’era quella composta da malta di salvia con cristalli di sale e carbone in polvere di rosmarino. Non era ovviamente l’unica, infatti nel "De Ornatu Mulierum" Trotula consiglia un "dentifricio" a base di polvere di marmo bruciato, semi di dattero bruciati, natron bianco, sale e pomice. Per l’igiene orale, invece, consigliava di sciacquarsi ogni sera la bocca con del vino e di masticare frequentemente durante la giornata finocchio, levistico o prezzemolo per mantenere i denti bianchi, le gengive pulite e l’alito profumato. Sempre Trotula, inoltre, era prodiga di consigli anche nel caso si soffrisse di gengivite, per la quale prescriveva una polvere a base di calce viva, zolfo, orpimento, polvere di zucca bruciata e pepe spalmata sulle gengive malate, dopo averle sciacquate con un decotto di aceto caldo e di tasso barbasso ad azione emolliente, rinfrescante e decongestionante.

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La grande cura che i medievali avevano per la pulizia dei denti era dovuta a due fattori: uno estetico, l’altro... beh, frutto del terrore. Denti bianchi e alito profumato erano visti come tratti tipici di una persona desiderabile, ma soprattutto l’odontoiatria del tempo era roba da macelleria! L’unico trattamento consisteva nel farsi rimuovere il dente dal barbiere senza anestesia (se non consideriamo quella di ubriacarsi prima dell’operazione come tale). Ma avrebbe potuto andarvi meglio se potevate permettervi le cure. Giovanni Plateario, un celebre medico della Scuola Salernitana, vi avrebbe prescritto un salasso o purganti vari per espellere gli umori in eccesso, seguiti da impacchi antidolorifici a base di incenso o sciacqui di elleboro e menta decotti nel vino. In seguito, avrebbe cauterizzato la carie con una cannuccia arroventata, riempendola poi di otturazioni anestetiche a base di teriaca, di oppio o di mirra, così da fermare il sanguinamento ed eliminare il dolore alla radice per la bruciatura dei nervi, un trattamento da manuale per i tempi (come prescriveva il Regimen Sanitatis – una sorta di libro per medici con la descrizione delle malattie e rispettivi rimedi).

Michele Lacriola

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