SPIRITUALITÀ DAL BASSO - IV ^ PARTE

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Riferendosi al testo biblico del profeta Geremia, il monaco cristiano Doroteo di Gaza, così scrisse: “La tua caduta sarà il tuo maestro”.

Con ciò intendeva ricordare a tutti gli uomini di buona volontà che le debolezze non sono un fallimento, bensì una lezione che le nostre virtù non riescono ad insegnarci.

Lo stesso dichiara il Conte di Saint-Germain nel suo libro “Io Sono”, quando scrive: “Un compagno amabile, fedele, condiscendente incoraggerebbe in te soltanto l’egoismo e la superbia se tu non dimori ancora nella coscienza del mio amore impersonale; mentre un compagno tormentoso ti fornisce appunto la disciplina dell’anima di cui hai bisogno ancora (…). Colui che assume la parte del tuo presente compagno è in realtà un angelo del Cielo (…) venuto a te per insegnarti con il dispotismo e l’opposizione, con l’egoismo, la durezza, il rigore - i quali sono soltanto ombre di qualità che esistono in te (…) che, irradiando attraverso la tua annebbiata personalità, getta sull’anima del tuo compagno. (…) Solo quando avrai purificato la tua personalità di tale qualità, (…) potrai essere liberato dalle condizioni che ora turbano tanto la tua mente e rendono così infelice la tua anima”.

Nello specifico, qui si parla delle anime compagne ma il discorso può essere tranquillamente applicato alla situazione che stiamo trattando.

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Due cose colpiscono in questo testo del Saint-Germain: innanzitutto il fatto che tutto ciò che ci accade non è né bene né male, quantomeno secondo il significato che attribuiamo a queste due parole. Ciò che emerge - ed è questo che conta - è la FUNZIONALITÀ dell’evento.

Dolcezza o amarezza, amore o dolore, gioia o sofferenza sono finalizzati al progresso dell’anima, alla sua maturazione, alla sua consapevolezza.

Uno non è migliore dell’altro, né l’uno è l’antitesi dell’altro. Dirò di più: non sono nemmeno il nostro fine ultimo ma solo un mezzo per raggiungere l’unico obiettivo: la CONSAPEVOLEZZA.

Ma consapevolezza di cosa? Semplice: di chi siamo davvero.

Il secondo aspetto che emerge è quello che gli psicologi chiamano “proiezione”.

Ciò che vediamo nell’altro è una proiezione di ciò che siamo noi stessi, benché non ne siamo consapevoli. Inoltre, così come la bilancia, per essere in perfetto equilibrio, necessita che venga dosato con estrema precisione il contenuto di ciascun piatto, così la nostra anima ha bisogno che le vengano dosate in egual misura gioia e dolore affinché possa schiudersi come un fiore sotto i raggi dell’Eterno trascendente.

Immaginate un fiore perennemente irradiato sole, oppure quotidianamente annaffiato dalle piogge: il primo seccherebbe e il secondo marcirebbe.

Solo l’alternanza di sole e pioggia porta alla completa maturazione del fiore. Finché - dice Saint-Germain - tutto ciò non ti servirà più perché avrai raggiunto la consapevolezza di essere non tanto il fiore, bensì il sole e l’acqua.

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Lo sanno bene i monaci - a qualunque religione essi appartengano -, i quali hanno scelto di votare la propria esistenza a quest’unica verità.

“Un fratello andò angosciato dall’eremita Mosé e gli chiese una parola di conforto. Il vecchio gli disse: Vai nella tua cella e siediti ed essa ti insegnerà ogni cosa” (Apoftegma dei padri del deserto).

Cosa significa questo risposta? È molto semplice e posso sintetizzarla in una sola parola: DIMORARE. Non tanto in un luogo fisico, bensì all’interno di sé stessi, dentro il proprio cuore.

La cella, luogo personale in cui il monaco dimora, prega e si riposa, è il simbolo del nostro sé profondo, della nostra anima.

San Francesco d’Assisi paragonava il nostro corpo ad una cella: “Dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella con noi: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita dentro per pregare il Signore e meditare su di lui. Perciò se l’anima non rimane in tranquillità e solitudine nella sua cella, di ben poco giovamento è per il religioso quella fabbricata con le mani” (Leggenda perugina).

Il messaggio è chiaro: quand’anche creiamo intorno a noi le migliori condizioni per meditare, riflettere o riposarci, a poco giovano se non facciamo altrettanto in noi stessi. Dobbiamo avere, per la nostra anima, la stessa cura che mettiamo nell’arredare la nostra casa e nell’organizzare le nostre incombenze. Poiché tutto ciò che è fuori di noi, lì resterà, ma la nostra anima è sempre con noi e ci accompagnerà fino alla fine del viaggio. E oltre.

A questo punto potreste chiedervi: qual è la prima condizione necessaria per compiere questo percorso?

Ebbene, non ci girerò troppo intorno: è il SILENZIO. Un silenzio esteriore - per quanto possibile - ma soprattutto interno.

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Quando parlo di silenzio interiore non mi riferisco all’eliminazione del chiacchiericcio mentale sulle cose inutili. Questo è solo il primo passo.

Il vero silenzio inizia quando iniziamo a spogliarci dalle distrazioni spirituali, ovvero dai pensieri su Dio e sulla vita spirituale.

Spesso le nostre preghiere, meditazioni o elucubrazioni su Dio non sono altro che un alibi per non entrare in contatto con noi stessi.

Ci farciamo la testa con bei pensieri e belle parole ma non scendiamo nelle profondità del nostro essere, per timore di incontrare il nostro vero io.

Dimorare nella propria cella significa proprio mettere a tacere qualunque voce per lasciarsi avvolgere dalla Presenza. Una presenza che ci mostrerà, come in uno specchio, la nostra vera immagine, la nostra autentica realtà.

Tutto ciò che dobbiamo sapere è dentro di noi, non necessitiamo di altro. Il punto è che nello stesso luogo in cui dimora questo “sacro libro”, vive anche il nostro vero Sé, ed è questo che l’uomo vorrebbe bypassare.

Certo, è possibile ma in questo caso non si raggiungerà mai l’obiettivo. Il Conte di Saint-Germain scrive: “Tu puoi fuggire alla mia scelta primitiva, se vuoi, ma sappi che non puoi fuggire alla tua personalità”. Se vuoi incontrare Dio, devi incontrare te stesso poiché non siete due entità distinte, siete Uno.

Sembra complicato ma non è così. Basta provare, perseverando, e tutto diventerà chiaro.

La spiritualità non è mai - e sottolineo MAI - astrazione dalla propria umanità. Al contrario, essa è la scala della nostra elevazione: scendere per salire, incarnarsi per divinizzarsi. "Io ho detto: Voi siete dèi, siete figli dell’Altissimo" (salmo 82,6).

Simona HeArt

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