SPIRITUALITÀ DAL BASSO - V^ PARTE

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A cosa pensate quando sentite pronunciare la parola DESERTO? A dune di sabbia e sole cocente oppure a oasi e frutti tropicali?

In realtà entrambe le descrizioni sono corrette.

Quello del deserto è un grande tema, trattato sia dai libri sacri che dai mistici di tutte le confessioni.

Esso è molto di più di un semplice luogo geografico, è l’emblema del combattimento spirituale e dell’unione con Dio.

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I monaci si recano nel deserto per cercare Dio in solitudine ma non è solo con Lui che avranno a che fare.

“In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto ed egli vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.” (Mc 1,12-13)

Questo brano evangelico ci illustra come il deserto sia un luogo centrale per il cammino spirituale, una tappa obbligata in cui ci si gioca il tutto per tutto. Qui si può gustare la dolcezza dell’unione divina passando, però, per l’aridità e la lotta.

Gesù stesso non ne fu esente, quindi non illudiamoci di poterlo bypassare.

Come è possibile che dimorino, nel medesimo luogo, aridità e dolcezza, luce e tenebre, Dio e i demoni?

L’ho detto più volte negli articoli precedenti: per salire, bisogna scendere. Là dove dimorano le nostre paure, le nostre vergogne - in una parola, i nostri demoni - là vi è anche la nostra più grande opportunità, anzi l’unica.

Nessuno nasconde un tesoro prezioso in bella vista e senza alcuna protezione. Al contrario, lo occulta in un luogo impervio, circondandolo di trappole che facciano desistere i meno motivati.

Ecco, la vita spirituale funziona allo stesso modo: chiunque aspiri al tesoro dell’unione divina, deve confrontarsi con i demoni. Ciascuno i propri.

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Il monaco, così come ogni uomo di buon volontà è, per sua natura, un combattente.

Lottiamo per la nostra vita, per la nostra salute, per la nostra famiglia, per il nostro lavoro ma lottiamo anche per la verità, la giustizia, l’amore.

Ognuno combatte le proprie personalissime battaglie ma il risultato che ottiene non si ferma a lui stesso: vittorie e sconfitte hanno infatti ripercussioni a livello globale, cominciando da chi ci è più vicino.

Immaginate che una persona combatta contro il demone dell’ira: vincendola seminerà intorno a sé parole gentili, gesti d’amore che diventeranno contagiosi e verranno ripetuti da coloro che ne hanno beneficiato. Risultato: una famiglia felice, un quartiere felice, una città felice, una regione felice, una nazione felice, e così via.

Ecco che la lotta contro i propri demoni diventa un servizio a favore dell’umanità, poiché noi tutti siamo le diverse membra di un unico corpo.

Non serve fare gli eroi, non occorre andare a caccia di gloriose battaglie: è più che sufficiente lavorare sui propri conflitti personali e dominarli. Là è la vera vittoria.

“Considerate perfetta letizia - dice l’apostolo Giacomo - quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano” (Lettera di Giacomo 1, 2-4.12). È proprio lì, all’interno della dura scorza della prova, che si nasconde la mandorla dell’unione con Dio.

Tuttavia, continua l’Apostolo, “nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce” (Lettera di Giacomo 1, 13-14).

Si tratta solo di riconoscerla.

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La tentazione è necessaria, anzi essenziale. Per ogni prova superata, aumentano nell’uomo forza e chiarezza interiore che lo aiutano a proseguire il cammino. Le tentazioni superate sono quindi come lucchetti che si aprono, sbloccando il livello successivo.

“Se l’albero non viene scosso dai venti - affermano i padri del deserto - non cresce e non mette radici. Così il monaco: se questi non viene tentato e non sopporta la tentazione, non diventa uomo”.

Ecco che la prova - l’etimologia parla chiaro - non è che una tappa verso la piena realizzazione di sé. Non una mortificazione.

E quanto più la sfida sarà grande, tanto più affonderemo le nostre radici nel fertile terreno dell’umanità e della consapevolezza.

Sappiate, tuttavia, che non siete soli in questa battaglia: colui che vi manda alla guerra è accanto voi per guidarvi e sorreggervi. Eventualmente, anche per medicarvi le ferite.

Nessuno è lì per giudicarvi, così come nessuno gode della vostra disfatta: al contrario, una moltitudine di anime tifa per voi e non attende altro che vi eleviate, sbarazzandovi delle catene delle passioni terrene. Una volta divenuti puri, rifletterete, come in uno specchio, la vera immagine di Dio, divenendo uno con lui e con l’umanità.

Simona HeArt

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