SPIRITUALITÀ DAL BASSO - XV^ PARTE

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Siamo stati abituati a considerare la morte un qualcosa di orribile e di ingiusto, che mette fine non soltanto alla nostra esistenza terrena ma anche a tutti i nostri affetti.

Persino coloro che professano una fede, la subiscono come un fatto triste e ineluttabile. Lo dimostrano le campane a lutto, la mestizia delle liturgie, le lacrime versate e quel nuovo incedere nella vita con aria rassegnata, come se non ci fosse un domani. Non che il dolore della separazione fisica non sia naturale e degno di essere manifestato, ma è bene fare i conti con se stessi e rispolverare quelle domande ataviche che, sole, danno senso alla vita. E anche alla morte.

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Mi sembrava giusto e doveroso parlare di questo argomento, non certo per rattristare il lettore ma, al contrario, per restituirgli la giusta visione di un evento naturale che mette il punto alle pagine scritte in questa esistenza.

Certo, non pretendo di essere esaustiva né di ricevere consensi da chiunque legga queste righe. Se tutti sanno che, un giorno, dovranno lasciare il loro corpo, non tutti hanno raggiunto quel grado di consapevolezza che gli permette di avere la giusta visione di questo evento.

Noi non lo ricordiamo, ma anche la nostra venuta al mondo è stata un trauma: siamo stati costretti ad abbandonare un luogo sicuro, ovattato e protetto per essere spinti - letteralmente - in un mondo rumoroso e difficile, contro la nostra volontà.

Che dire, poi, del sonno? Notte dopo notte, abbandoniamo le nostre membra al riposo, astraendoci dal mondo. Nulla, allora, ha più importanza: esiste solo quello stato di benessere incosciente che ci rigenera fisicamente e psichicamente. Nessuno di noi potrebbe farne a meno, neppure per un giorno: il sonno è un meccanismo talmente importante per l’essere umano che trascorriamo circa un terzo della nostra vita dormendo. Il nostro equilibrio psicofisico dipende totalmente da esso.

Eppure non temiamo di cadere tra le braccia di Morfeo, certi che ci restituirà al mondo dei “risvegliati” l’indomani.

Ora, come disse giustamente Cicerone ancora prima dell’avvento del Cristo: “Il sonno è immagine della morte”.

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Lasciarsi andare al sonno, dormire e poi risvegliarsi non è altro che un apprendistato al grande evento che noi chiamiamo morte.

Essa è semplicemente il passaggio tra questa e l’altra dimensione e, per accedervi, bisogna restituire alla terra ciò che la terra ci ha dato: il nostro corpo. A partire da quel momento, tempo e spazio acquisteranno un nuovo senso per noi e vivremo in un eterno presente di cui fanno già parte coloro che, per un brevissimo istante, abbiamo dovuto salutare.

Gli uomini e le donne spirituali di tutti i secoli e di tutte le confessioni religiose e filosofiche, hanno sempre affrontato il tema della morte con grande lucidità e consapevolezza.

Pensate alla vita sulla terra come ad una lunga preparazione alla grande festa di cui siete gli ospiti d’onore. Con quanta cura scegliereste l’abito adatto, l’acconciatura, il maquillage, il profumo? Ecco, il tempo che passiamo in questa dimensione è il backstage della vita che ci attende e più la nostra condotta sarà irreprensibile, meno saremo atterriti dallo spettro della paura.

Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.” (1Gv 4,18)

San Benedetto raccomandava ogni giorno ai suoi discepoli di tenere presente la morte perché, grazie a questo pensiero, la loro mente non si sarebbe persa dietro a cose futili.

Il pensiero della morte ci ricorda ciò che ci attende quando saremo totalmente immersi nella luce. Ma possiamo già anticipare questa esperienza, grazie ad una condotta semplice e spoglia di ogni paura.

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La consapevolezza di essere, qui, solo di passaggio, ci mette nella condizione di vivere ogni istante della nostra vita in maniera cosciente, facendocene assaporare ogni attimo. Tutto ciò che facciamo e che diciamo acquista un significato forte ed è manifestazione di ciò che siamo realmente: esseri spirituali rivestiti di carne. Il filosofo Teilhard de Chardin, disse: “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”.

Tutti noi, che ne abbiamo contezza o meno, siamo NEL mondo ma non DEL mondo. Nella misura in cui viviamo di questa realtà, non siamo più dipendenti da niente e nessuno, né ci identifichiamo più con il mondo e le sue pretese. Al contrario, viviamo già oltre la soglia, in una realtà spirituale sulla quale il mondo non ha alcun potere e che anticipa la vita senza fine che ci attende.

In una parola: LIBERTÀ.

Simona HeArt

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