STORIA DI STORIE DIVERSE (XLV)

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_21571/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità.

Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana. Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Forse questo sarà il mio ultimo anno come insegnante di sostegno; lo dico con la gioia di chi si appresta ad un cambiamento e con la delusione di chi il cambiamento non ha potuto attuarlo.

Ma è così, non disfattista perché ci ho provato con tutte le mie forze ma realista. Mi sforzo di vedere le cose come sono: il progetto dell’integrazione, a livello scolastico, è un progetto fallito, almeno per quella che è stata la mia esperienza in questi ultimi vent’anni.

Il bambino disabile è tuo e gli altri sono i miei”. Non è detto proprio così ma il senso si comprende attraverso altre frasi, del tipo: “Perché hai spostato il bambino mio per farlo giocare con il tuo, fallo ritornare al suo posto perché deve studiare con me”. È questo il tenore delle affermazioni che, giusto stamattina, mi sono sentita rivolgere. Avevo organizzato un gioco didattico affinché Virginia non si sentisse isolata, stavamo studiando i Cretesi ed il Minotauro, i due bimbi (volevo evitare che Virginia giocasse con me) dovevano gareggiare nel trovare il percorso giusto per arrivare alla parte centrale del labirinto e poi, su due fogli quadrettati, si dovevano divertire a disegnare loro un labirinto, stabilendo percorsi e vie d’uscita.

È stato un lavoro che ha entusiasmato molto i bambini, i quali si confrontavano, parlavano tra loro; si era stabilita un’armonia bella a vedersi, soddisfacente, da cui io ero fuori come insegnante di sostegno (ed è proprio questo ciò che è realmente auspicabile). Poi è arrivata l’insegnante più arcigna e meno sensibile, facendo capire, senza mezzi termini che l’attività doveva concludersi e che non aveva gradito lo spostamento di banchi e di posti, poiché io avevo avvicinato i due bambini affinché potessero stare uno di fronte all’altro. Mi fa veramente imbestialire la paradossale ignoranza di molte colleghe, la loro insensibilità.

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L’insegnante di sostegno attenta all’ordine costituito della classe addirittura fa allontanare gli alunni affinché, come dei tutor, dei compagni più esperti seguano l’alunno disabile: si chiama peer-tutoring in inglese, ovvero un processo educativo che si svolge tra pari e senza la figura adulta. Una metodologia di lavoro assai gradita, ho potuto riscontrare, dagli alunni disabili; difficilmente attuabile, però, se gli insegnanti curriculari, dall’alto dei loro scranni, non “concedono” agli altri alunni di affiancare quelli in difficoltà; beninteso, si tratta di attività didattiche di breve durata e che quindi non pregiudicano il lavoro scolastico.

Ecco perché lascio il sostegno: non sopporto più questi insegnanti, non sopporto che io non possa organizzare con loro le attività per la classe e per il bambino disabile. Non tollero che il bambino disabile sia considerato, dal punto di vista della programmazione del lavoro educativo, come un qualcosa che è fuori.

Purtroppo non ho nessuna possibilità di incidere e di far cambiare le cose e questo è frustrante, scoraggiante mentre è stato bellissimo quando, l’altro giorno, Virginia ha studiato con un suo compagno più esperto il vulcano. Lui spiegava e lei ascoltava, subito dopo poi Virginia esponeva e il compagno ascoltava la verbalizzazione. Questi, descritti con parole semplici, sono i miei momenti di gioia massima poiché vedo Virginia integrata, felice, quasi le brillano gli occhi perché può stare con i compagni, lavorare con loro e non a parte con me, in un angolo della classe. Per fortuna c’è, tra le mie colleghe, un’insegnante che mi dice di sì e questo è bellissimo; mi dà dieci minuti, un quarto d’ora del suo tempo per far lavorare i bambini in gruppo.

Però è sempre limitato come tempo di integrazione: dieci minuti, un quarto d’ora è poco su un tempo scolastico complessivo di cinque ore. Si vive, come dire, di briciole; queste sono le persone che rendono la scuola italiana un posto abbastanza vergognoso perché poi, dopo la scuola, ci sarà la società a completare l’opera di non integrazione delle persone con difficoltà. In fondo c’è un’armonia in tutto ciò, nei tempi e nei modi.

Non è nel mio carattere darmi per vinta, ma con queste persone non si ragiona. Personalmente rimango molto ferita dalla loro insensibilità verso l’integrazione dei bambini fragili, vorrei comunicare con loro ma so che non capirebbero anzi mi risponderebbero che fanno davvero tutto il possibile, che sono stati anche loro insegnanti di sostegno, che capiscono le situazioni ma poi, all’atto dei fatti, nulla cambia e devo elemosinare di poter svolgere dei percorsi di apprendimento in gruppo.

Mi occuperò, nel mio futuro lavorativo, sempre di persone fragili se questa opportunità dovesse concretizzarsi dal punto di vista di un trasferimento scolastico. Forse pochi sanno che gli insegnanti di scuola primaria, mantenendo il loro ruolo da un punto di vista istituzionale, possono chiedere di essere assegnati alle scuole serali e lì occuparsi dell’alfabetizzazione primaria degli stranieri adulti.

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In pratica si tratta di insegnare loro la lingua italiana secondo i livelli del quadro comune europeo delle lingue, dal livello A1 per chi non conosce la lingua passando per il livello A2 e B1, il livello più avanzato del programma di apprendimento della lingua italiana. È una prospettiva professionale che mi entusiasma e in cui finalmente potrò gestire io il contesto educativo, in classi con un basso numero di studenti, al massimo dieci. Se questa prospettiva professionale dovesse avere uno sbocco, come sembra sia possibile, potrò ugualmente dedicarmi a delle persone in difficoltà, senza subire condizionamenti di nessun genere e potendo insegnare nel modo giusto.

Vincenza Amato

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