STORIE DAL PIANETA TERRA

IL TRONO DEL TERZO PARADISO

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James Hampton lasciò la sua unità, dove era stato arruolato come carpentiere e con cui era stato nel Pacifico durante la seconda guerra mondiale, nel 1945. Fece ritorno a Washington, dove divideva un appartamento con suo fratello Lee, e venne assunto come autista notturno presso l’amministrazione locale. Morto suo fratello nel 1948, continuò la sua vita, finché nel 1950 prese in affitto un garage, dove ogni giorno, finito di lavorare, si rinchiudeva. Non frequentava nessuno, non aveva amici, il resto della famiglia si trovava lontano, in uno stato distante troppe miglia, troppa polvere. E nel 1964 quando James Hampton morì, nessuno si curò delle sue cose, nessuno andò nel garage che aveva affittato. Solo il proprietario dell’immobile, stanco di non ricevere più il pagamento, si decise ad entrare, voleva sapere cosa fosse accaduto al suo affittuario. Un giorno quindi aprì la porta, e quando entrò, immerso nella penombra, vide un insieme di oggetti, disposti in forma simmetrica, attorno ad una sedia, un trono per la precisione.

cms_6390/2p.jpgUn trono composto dai materiali più differenti, sia come foggia che come materiale, c’era alluminio, e foglie d’oro, e poi ancora pezzi di scrivanie e cartone, lampadine e schegge di specchi. Tutto era assemblato con puntine da disegno, colla e nastro adesivo. Sopra una porzione dell’oggetto c’era la scritta “Il trono del terzo Paradiso delle Nazioni dell’Assemblea Generale del Millennio”, ed inoltre in alto la scritta “Fear not”, nessuna paura. I pezzi, successivamente contati, erano in tutto 180, su molti dei quali erano riportati brani da “il Libro della Rivelazione”. Sul lato destro gli oggetti si riferivano al Nuovo Testamento, mentre su quello sinistro all’Antico Testamento. Il trono venne analizzato, così come il quaderno diario tenuto da Hampton, 108 pagine intitolate St. James: The Book of the 7th Dispensation (San Giacomo: il libro della 7ma dispensazione). Il testo, scritto in una lingua incomprensibile, è tuttora oggetto di ricerche ed analisi, disponibile online per chiunque voglia provare a tradurlo. Potrebbe, all’apparenza, sembrare un normale caso di fondamentalismo religioso, anche perché le poche testimonianze su Hampton lo descrivono come profondamente dvoto, addirittura a volte si riferiva a se stesso come San Giacomo “Direttore degli speciali progetti per l’eternità”, ma se così fosse, resta da spiegare come mai l’opera, donata in forma anonima allo Smithsonian Institute nel 1970, venga ancora conservata e sudiata nel più vasto complesso di musei del mondo, amministrato e finanziato dagli Stati Uniti.

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Non si parla di un museo di qualche cittadina sperduta come se ne trovano molti in America, dove si conserva la sedia di Lincoln oppure una lampadina di Edison, ma di un complesso che conserva molti reperti anche particolari ed inquietanti, per non dire misteriosi. A detta degli studiosi, Hampton non si considerava un artista, ma forse un messia, ed il suo messaggio era nascosto nel trono da lui realizzato. Il Trono del Terzo Paradiso: perché il terzo? A cosa si riferiva? A quale assemblea generale? E poi perché assemblarlo in modo così particolare, così precisamente minuzioso, talmente perfetto da sembrare la riproduzione di un tempio sbucato fuori da qualche giungla sperduta? Probabilmente il messaggio lasciatoci da James Hampton non verrà mai tradotto, destinato a restare in bella vista, non compreso. Oppure, più semplicemente, l’unico segnale che ha voluto lasciarci quell’uomo, riguarda il lasciare qualcosa che dimostri che siamo esistiti al di la del nostro lavoro, della nostra identità sociale, del nostro nome…? Un oggetto che si compone di parole che rimandano alla vita eterna, ed anche se nessuno tradurrà mai quei segni oscuri tracciati sul diario, tutti coloro che osserveranno quell’opera, sapranno che James Hampton è esistito, ha calpestato questa terra, che ha tante storie da raccontare.

Paolo Varese

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