STORIE DAL PIANETA TERRA

ISHI, L’ULTIMO UOMO

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San Francisco, 25 marzo 1916. In un letto d’ospedale stava morendo, a causa della tubercolosi, l’ultimo uomo. La sua storia inizia quando il West diventa sempre meno frontiera e più risorsa. Nell’agosto del 1911, alcuni abitanti di Oroville, in California, videro sbucare dalla vegetazione un uomo. Un uomo nudo, barcollante, emaciato, denutrito, che non parlava una sola parola di inglese, e che oltretutto era chiaramente un “indiano”, un nativo americano. E la cosa era strana, non si ricordavano tribù di nativi americani in quelle zone da molto tempo, e senza dubbio la loro di lingua non la conosceva nessuno. Ad ogni modo quell’apparizione improvvisa non spaventò alcuna persona, anzi, lo sceriffo, recepite le preoccupazioni della gente per un essere così mal ridotto, lo mise in una cella, adibita per l’occasione a stanza degli ospiti. La storia non passò inosservata, dovevano ancora arrivare la grande guerra e la depressione, le notizie dalla frontiera avevano ancora il loro fascino, e così un professore dell’Università di Berkeley, T.T. Waterman, riuscì a far trasferire lo sconosciuto presso il suo campus per provare a risolvere l’enigma che lo riguardava, aiutandolo a comprendere questo mondo, assieme ad un suo collega, anch’egli antropologo.

cms_6498/2.jpgRiuscirono a decodificarlo, conobbero la sua storia, ultimo superstite di una tribù, gli Yahi, che assieme agli Yana abitavano la regione prima dell’avvento dell’uomo bianco con la sua corsa all’oro, cui seguirono sovrappopolamento e nuove malattie. Gli Yana, dalle 2000 persone che erano, passarono a contare una cinquantina di anime al massimo. Gli Yhai, per non subire la stessa sorte, iniziarono razzie di bestiame, che scatenarono una reazione tremenda, passata alla storia, nel 1865, come il Massacro di Three Knolls, cui sopravvissero solo 30 individui, che divennero infine 5, dopo 36 anni passati nutrendosi di ghiande, bacche e radici, con pelli di conigli selvatici per coprirsi e ripararsi. E poi nel 1911 l’ultimo Yahii entrò in Oroville. Non aveva un nome, perché disse che non esisteva più nessuno che potesse pronunciarlo, pertanto decisero di nominarlo Ishi, che in lingua Yhai significava uomo, l’ultimo sopravvissuto di un ceppo etnico, sterminato fino all’estinzione. Ishi, senza più una famiglia, per lo stremo, aveva deciso di affrontare il demonio bianco pur di non soffrire più. Ma il demonio per fortuna non era più lo stesso: i coloni si erano civilizzati, la guerra aveva unito le due coste del continente nord americano, le stragi erano un ricordo lontano. Ishi lavorò come assistente presso l’Università di Berkely, raccontando gli usi e i costumi del suo popolo, insegnando a cacciare, a costruire archi, ricomponendo una storia che nessuno conosceva. Ma come gli altri Yahi, non aveva mai sviluppato anticorpi per il mondo moderno e San Francisco era un punto di incontro per molte etnie. La tubercolosi lo colpì duramente, fino a portarlo alla morte. In 5 anni aveva mostrato all’America di non essere una minaccia, anzi, aveva perdonato il proprio carnefice, era stato più forte.

cms_6498/3.jpgIl suo corpo venne cremato, dopo essere stato sottoposto ad autopsia, contro il parere del professor Waterman, che ormai considerava Ishi un amico, e perciò avrebbe voluto rispettare il suo credo, le sue usanze, e nella cultura Yahi il corpo andava sepolto integro e non profanato. Il cervello venne spedito allo Smithsonian Institute, le ceneri sepolte insieme ai pochi oggetti che si era costruito, un arco, una faretra, delle frecce.Ishi, l’ultimo uomo, lasciò in eredità molte conoscenze, ma la cosa più importante è che mise gli americani davanti alle loro colpe, al loro passato, alle loro scelte, e forse anche davanti alla possibilità di un futuro diverso.

Paolo Varese

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