STORIE DAL PIANETA TERRA

FUORI DALL’ARENA

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Purtroppo in alcune zone di questo disastrato, non rispettato, sfruttato, pazzo pianeta, esistono persone che trovano gratificazione ed appagamento in uno spettacolo che, per sua propria natura, rappresenta il massimo della tortura psico fisica che un uomo possa infliggere ad un animale: la corrida. Essa è lo scontro tra matador e toro. Già ai tempi degli antichi greci, degli etruschi e dei romani, si praticavano competizione di questo tipo, oltre ad altri combattimenti contro animali di vario genere o tra animali stessi. Nel tempo le pratiche continuarono, anche dopo la creazione dello Stato Pontificio, però poi, anche grazie ad una mutata concezione del senso di pietà, rivolto non solo agli essere umani, tali attività cessarono quasi ovunque. Quasi, perchè la pratica della tauromachia sopravvive ancora in Spagna, Portogallo, sud della Francia, e vari paesi dell’America Latina. Attualmente, solo in Spagna, in un anno, muoiono più di 3.000 tori. Esistono ovviamente sia sostenitori che detrattori di questa pratica, ma uno di questi ultimi è una persona molto particolare, in quanto si tratta di un ex matador, qualcuno che ha dato “l’addio alle armi”, ed ha iniziato a portare avanti una battaglia per interrompere questa crudele tradizione. Si tratta di Alvaro Munera, oggi membro della Fondacion F.A.U.N.A., una corporazione di varie associazioni animaliste. È divenuto noto in seguito ad una foto comparsa in internet da qualche tempo, dove si vede un torero accasciato al suolo con un toro che lo osserva, seguita da una didascalia in cui si commenta la pietà del toro e la conversione del torero. In realtà non ci fu nessuna conversione improvvisa, ma solo una ferita molto grave, lesione del midollo spinale, con conseguente impossibilità di camminare. Fu grazie ad un trasferimento negli Stati Uniti, necessario alle cure riabilitative, che la sua vita mutò di prospettiva, ed il suo sguardo sulla tauromachia potè farsi lucido.

cms_7032/2.jpgÈ stato lui stesso a raccontare questo cambiamento avvenuto con gradualità, ad ogni critica che gli veniva mossa, ad ogni commento negativo, non riusciva più a replicare utilizzando le motivazioni che lo avevano sempre accompagnato, rendendosi invece sempre più conto della crudeltà verso i tori. Iniziò a sentirsi un alieno, rifiutato e ripudiato in virtù del suo lavoro. Iniziò a rivedere la sua vita, la tradizione familiare che in realtà era un alibi, e si rese conto che nessuna giustificazione era plausibile, non i posti di lavoro da difendere, non la tradizione appunto, non la leggenda circa i tori destinati all’arena e all’estinzione. Secondo certi estimatori, il toro non soffrirebbe, ma lo stesso Munera ha descritto in diverse occasioni il modo di contorcersi dell’animale trafitto ed infilzato, criticando l’ignoranza, se non la miopia, di chi sostiene questa tesi. Così come ha contestato il fatto che si tratti di una lotta alla pari, basandosi non solo sulla propria esperienza ma sui numeri, 3.000 tori morti in spagna contro i 42 toreri feriti, di media. Sempre Murena ha ammesso che il torero ha le armi, l’intelligenza per capire dove colpire, e come, mentre il toro tende semplicemente a difendersi, usando l’istinto, la natura, ma non certo la strategia. Per contrastare chi asserisce che un tono destinato all’arena viva meglio dei suoi simili mandati al macello, Munera si affida al suo ritrovato senso di umanità, rendendosi conto, e rendendoci partecipi, di quanto sia crudele scaraventare in un confronto mortale un animale vissuto nella convinzione che gli uomini siano buoni, passare dal paradiso all’inferno in un attimo, dalle carezze alle infilzate, paragonando questo modo di fare a quello dei Maya o degli Aztechi, che sceglievano le ragazze più belle, le decoravano e profumavano, per poi sacrificarle agli dei. Secondo il redento matador, a trarre profitto dalla tauromachia non sono gli allevatori, ma gli imprenditori che organizzano gli spettacoli, gli agenti dei toreri, ed i giornalisti, che si occupano di rendere mitologici eventi di per se cruenti e disumani. La battaglia di Munera prosegue, ben sapendo che per estirpare certe abitudini potrebbe non bastare una vita, ma la sua Munera l’ha trovata, riprendendola dove si era interrotta, dove il suo sguardo di bambino era stato ingannato dal trionfo e dall’adulazione, e forse sono proprio gli sguardi dei bambini quelli da cambiare, da non far corrompere, da allontanare da questi orribili spettacoli.

Paolo Varese

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