STORIE DAL PIANETA TERRA

LASCIARSI MORIRE PER NON MORIRE DENTRO

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Nel 2010 venne assegnato il premio Nobel per la pace allo scrittore ed attivista per i diritti umani Liu Xiaobo. Persona mal vista dal governo cinese a causa del suo impegno a favore di riforme sociali ed economiche nel proprio Paese, al momento dell’assegnazione era in prigione, proprio per le sue posizioni, giudicate in contrasto col governo. Liu in prigione e sua moglie, la sua vera e propria metà, una donna con cui condivideva interessi ed impegno sociale, una artista appassionata di poesia e fotografia, tenuta all’oscuro delle condizioni del marito. La Cina, in seguito alla notizia del conferimento, definì il premio una oscenità, ponendo agli arresti domiciliari sia la moglie di Liu che tutti i membri della sua famiglia, per evitare che qualcuno potesse recarsi a ritirare il premio e per impedire contatti con la stampa estera. Anche il liberale quotidiano inglese The Guardian, prese posizione contro Liu, a causa della sua approvazione, in passato, degli interventi in Iraq ed Afghanistan, e dei suoi scritti a favore di Israele contro il terrorismo islamico. Nessuno potè intervistare Liu per comprendere la sue motivazioni, espresse comunque all’interno degli scritti stessi: egli temeva che un abbandono degli Stati Uniti al fianco di Israele e dal contrasto all’islamismo radicale, potesse dar luogo ad una catastrofe.

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Ammalatosi di cancro al fegato, chiese di poter uscire dal carcere per curarsi in Germania o negli Stati Uniti, ma solamente durante la fase terminale il governo autorizzò il trasferimento di Liu in una struttura ospedaliera, per giunta locale. Liu morì in un ospedale a Shenyang il 13 luglio 2017, lasciando la moglie, Liu Xia, a combattere da sola una battaglia di giustizia. Ed in solitudine venne lasciata dalle autorità, che due giorni dopo il funerale del marito la costrinsero ad un isolamento forzato, tanto da non consentire nemmeno al suo avvocato di mettersi in contatto con lei. Il Governo cinese diffuse la notizia che era troppo sconvolta dal dolore per poter parlare con qualcuno, ma nel dicembre 2017 Liu riuscì ad inviare una lettera, in forma di componimento poetico, a Herta Mueller, premio Nobel per la letteratura nel 2009, in cui dichiarava di vivere come una pianta e di giacere come un cadavere. Ed ora, i primi di maggio, un suo amico, esule a Berlino, è riuscito a parlare con lei al telefono, confessando di essere preoccupato per la salute fisica e mentale della donna.

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La telefonata è stata trascritta e riportata in un post su Facebook, ed è di notevole impatto emotivo apprendere che Liu non ha più paura di morire, perché usare la morte per sfidare il regime a questo punto per lei risulta la scelta più semplice. Vivere da reclusa nonostante non ci siano accuse contro di lei non è più sopportabile per questa donna, che ha messo al centro della sua vita i diritti sociali e civili degli altri, subendo oltretutto la tortura dell’eterna promessa mai mantenuta. Stiamo parlando della promessa, rinviata di mese in mese da parte delle istituzioni cinesi, di poter lasciare il Paese per recarsi in Germania, piegando e spezzando la speranza, con i bagagli sempre pronti e sempre riaperti, con una porta che non si apre se non per lasciar entrare gli agenti di polizia che la controllano.

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La sospensione della vita non corrisponde al vivere, ma al sopravvivere, ed è questa sopravvivenza della memoria che la Cina vuole eliminare: una maschera di ferro dei nostri giorni, limitarsi a respirare, a mangiare, a dormire, passando al setaccio ogni frase scritta, ogni lacrima inespressa. Ed allora si comprende come per lei la morte sia l’unico modo per non morire dentro, per non lasciare che siano altri a decidere delle emozioni, della vita. Un autoritarismo che travalica il diritto all’esistenza, così come travalicò il diritto a curarsi del marito di Liu. Il Paese più potente del mondo che ha paura di una piccola donna, talmente paura da costringerla in una clausura forzata, per evitare che possa parlare con qualcuno. Morire per non morire dentro ed al tempo stesso mostrare rispetto per la vita, per come andrebbe vissuta. Quando si parla della Cina si lodano i tanti progressi in campo economico, ma quella Piazza Tien an men a Pechino è ancora viva nei nostri ricordi, con i carri armati che si dirigevano verso gli studenti. Fu proprio Liu Xiaobo a convincerei giovani a lasciare la piazza, per evitare potessero essere falciati. Ed ora la sua vedova non vuole essere falciata dall’ingranaggio di stato, preferendo sottrarsi alla dimenticanza imposta dall’alto.

Paolo Varese

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