SUDAN NEL CAOS: LA CAPITALE ASSEDIATA. AGGREDITO AMBASCIATORE UE

Lotta per il potere tra il presidente Al-Burhan e il suo vice Mohammed Dagalo

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La democrazia nella Repubblica del Sudan, appare un miraggio. Il governo del Paese è de facto conseguenza di un colpo di stato occorso il 25 ottobre del 2021, condotto da militari facenti capo al generale Abdel Fattah Al-Burhan, attualmente in carica come presidente.

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Lo scorso fine settimana però, la situazione, pressoché di stabilità sociale, è stata interrotta da un tentativo di sopraffazione armata mossa dal suo vice, Mohammed Hamdan Dagalo che, guidando una milizia paramilitare denominata Rsf (Forze di Supporto Rapido), ha tentato di rimuovere Al-Burhan, portando la guerra nelle strade della capitale Khartoum. Le battaglie, sempre più feroci, imperversano, così come alto inizia ad essere il numero delle vittime civili. La conta porta 97, ma il bollettino purtroppo è destinato a crescere. Moltissimi invece i feriti che, a causa degli scontri, non riescono neppure a raggiungere gli ospedali.

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“Bombardamenti aerei, cannoneggiamenti e lancio di missili terra-terra” si sono uditi nel centro della capitale, con scontri che hanno interessato anche la zona dell’ambasciata italiana, riferiscono le fonti locali.

L’ambasciatore della Ue in Sudan è stato aggredito nella sua residenza. Ciò costituisce una grave violazione della Convenzione di Vienna. La sicurezza delle sedi e del personale diplomatico è una responsabilità primaria delle autorità sudanesi e un obbligo ai sensi del diritto internazionale’’. Lo ha scritto su Twitter l’Alto rappresentante della Politica estera dell’Unione europea Josep Borrell

"La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha condannato gli atti di violenza in Sudan. Scontri che hanno causato morti e stasera un assalto all’ambasciatore dell’Ue. L’Europarlamento invita tutte le parti a cessare le ostilità e garantire la sicurezza dell’intera popolazione". Lo scrive in un tweet il portavoce di Metsola, Juri Laas

La rete internet va a singhiozzi, i canali tv sono stati oscurati, mentre proclami ora di entrambe le fazioni, dichiarano di aver preso il controllo della tv di Stato con reciproci scambi di accuse per quanto concerne le responsabilità degli accadimenti.

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Nelle ultime ore i combattimenti si sono estesi anche in altre città della nazione, a cominciare dal secondo capoluogo, per importanza, Omdurman. A seguire Kassala e Gedaref, al confine con l’Eritrea e a Porto Sudan nel nord est, così come a Damanzin nel sud del paese. L’esercito, fedele ad Al Burhan, afferma di aver riconquistato gran parte del palazzo presidenziale a Khartoum e di diversi altri luoghi del potere della città.

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Nel frattempo i miliziani si sono asserragliati anche nell’aeroporto, Arabia Saudita ed Egitto hanno sospeso i voli verso il Sudan. Domenica mattina era stato completamente chiuso il traffico aereo nel paese. Al-Burhan ha ufficialmente ordinato lo scioglimento del gruppo paramilitare Rsf, poiché “gruppo ribelle”. L’esercito sudanese “ha risposto, in linea con la sua responsabilità nazionale, per raggiungere la sicurezza e la stabilità nel paese”, ha dichiarato il ministero degli Esteri. Degalo, invece, ha dichiarato di agire “per la democrazia”, invocando l’intervento della comunità internazionale per “i crimini del generale sudanese Abdel Fattah Al-Burhan”.

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Nel frattempo, è stata concordata dalle due parti una breve tregua per consentire la fuga dei civili attraverso corridoi umanitari, ma le ostilità sono riprese e la stessa non è stata rispettata. Le Forze di Supporto Rapido (Rsf), guidate da Degalo, sono state costituite nel 2013 sotto l’allora governo del presidente Omar Al-Bashir, e riunivano una serie di miliziani arabi assoldati per combattere le genti di origine africana nella regione del Darfur, ricca di oro e oggi costituente una delle basi nel mondo delle milizie russe della Wagner. All’epoca, accanto ad Al-Bashir c’era proprio Dagalo, odierno filorusso. Le notizie sono frammentarie e non è chiaro se il Paese sia sotto il controllo di quale delle due fazioni che, sino a questo momento avevano governato assieme, spartendosi di fatto il potere. La convivenza tra i due leader ha iniziato a vacillare lo scorso anno, perché il presidente Al-Burhan, probabilmente dietro promesse di sostegno economico da parte della comunità internazionale, ha intrapreso una linea di democratizzazione del Paese che comprendeva anche la fusione della Rsf all’interno dell’unico esercito nazionale. L’idea non è mai piaciuta a Dagalo, comandante di queste milizie, che contano oltre 100mila uomini.

Enrico Picciolo

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