SUPERBIA SPIRITUALE: UN MALE UNIVERSALE

Papa Francesco: “Nell’umiltà diventiamo capaci di portare a Dio ciò che siamo”

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cms_27996/1.jpgNell’Angelus domenicale, il Santo Padre ricorda come spesso si tenda a cadere nella trappola dell’io, accantonando la strada maestra che conduce a Dio. È questo il male del nuovo millennio, da cui nessuno è esente, neppure i fedeli più virtuosi.

Le parole del Pontefice sono chiare e lineari, indugiando in una attenta riflessione: "Salire esprime il bisogno del cuore di staccarsi da una vita piatta per andare incontro al Signore; di elevarsi dalle pianure del nostro io per salire verso Dio; liberarci del proprio io, di raccogliere quanto viviamo a valle per portarlo al cospetto del Signore. Questo è salire, e quando noi preghiamo saliamo".

La fatica del salire non deve essere necessariamente il passaggio più temuto. Vero, comporta sforzo e dedizione, ma la gioia di vedere il frutto del proprio impegno non ha eguali. Dio ci chiede questo: salire andando oltre i nostri pregiudizi, oltre le catene che ci impediscono di scorgere la via della luce. È difficile da ammettere, ma anche per le nostre comunità parrocchiali sussiste il pericolo di chiudersi a riccio. Crescere vuol dire non fare un passo indietro per salvare le apparenze, bensì essere realmente disposti a cambiare atteggiamento. Bergoglio non ha dubbi e avverte i fedeli in piazza San Pietro: "Nell’umiltà, infatti, diventiamo capaci di portare a Dio, senza finzioni, ciò che siamo, i limiti e le ferite, i peccati e le miserie che ci appesantiscono il cuore, e di invocare la sua misericordia perché ci risani, ci guarisca e ci rialzi. Sarà Lui a rialzarci, non noi. Più noi scendiamo con umiltà, più Dio ci fa salire in alto".

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L’umiltà ci rende liberi da qualsiasi forma di schiavitù mentale e fisica, perché mettere al primo posto Dio vuol dire rinascere, spezzare le catene limitanti. A giudicare spregiudicatamente è invece la voce del male, che ci fa dimenticare come dietro ad ogni persona si nasconda un vissuto unico e irripetibile: "Pensando a loro, guardiamo a noi stessi: verifichiamo se in noi, come nel fariseo, c’è ‘l’intima presunzione di essere giusti’ - afferma Francesco - che ci porta a disprezzare gli altri. Succede, ad esempio, quando ricerchiamo i complimenti e facciamo sempre l’elenco dei nostri meriti e l’elenco delle nostre buone opere, quando ci preoccupiamo dell’apparire anziché dell’essere, quando ci lasciamo intrappolare dal narcisismo e dall’esibizionismo. Vigiliamo, fratelli e sorelle, sul narcisismo e sull’esibizionismo, fondati sulla vanagloria, che portano anche noi cristiani, noi preti, noi vescovi ad avere sempre una parola sulle labbra. Quale parola? ‘Io’".

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Il discorso pronunciato dal Santo Padre non deve essere dato per scontato, in nome di un Gesù che si è fatto uomo per noi, caricandosi di ogni peso. Quello della croce non è simbolismo, ma un vero atto d’amore verso il prossimo. Un amore così grande da andare oltre ogni offesa e menzogna.

Giuseppe Capano

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