Si è tolto la vita in cella Clauvino da Silva, il boss che ha tentato la fuga travestito da sua figlia.

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Che il regime di vita delle carceri brasiliane sia uno dei più duri del mondo è risaputo. Negli ultimi giorni, in particolare, sono rimbalzate alla cronaca una serie di drammatiche notizie provenienti da quegli ambienti sempre affollati a dismisura.

Non si è ancora spenta l’eco per quanto accaduto qualche giorno fa nel carcere brasiliano di Altamira.

Le scene, tristemente note, sono le stesse viste nei film di ambientazione carceraria. Un cenno d’intesa e subito dopo l’inferno. I detenuti tirano fuori tutto l’armamentario: qualsiasi oggetto in grado di colpire, di fare male, di uccidere. Si appicca il fuoco, il fumo invade le celle e in quella baraonda, si compie la lotta al massacro.

In quel caso specifico, non si è trattato di una rivolta ma di un regolamento di conti. La posta era alta. Bisognava stabilire chi dovrà controllare il “corridoio d’oro” dell’Amazzonia. È da lì che passano tonnellate di droga e metanfetamine da spedire in USA e in Europa. A fine guerriglia si sono contati cinquantasette morti.

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Non è il primo grave massacro avvenuto nelle carceri del Brasile nel 2019.

A maggio già cinquantacinque prigionieri erano rimasti vittime in quattro diversi carceri di Manaus, mentre nel gennaio del 2017, trentatré detenuti morirono nel carcere di Roraima, il penitenziario di Monte Cristo.

Di questa entità sono dunque le notizie che solitamente arrivano dal mondo carcerario ma, a parte il senso di afflizione che puntualmente pervade le nostre coscienze e il nostro umore, in effetti, c’è ben poco da aggiungere all’immaginario collettivo.

Quello del carcere è un drammatico scenario, cui ci hanno tristemente abituato film di ambientazione carceraria, che porta in se miseria e squallore. Da Fuga di Mezzanotte a Nel nome del Padre, da Hurricane a Il Profeta, questi capolavori cinematograficihanno saputo mostrare la crudeltà di quel mondo senza lasciare troppo spazio all’immaginazione.

Deve essere stata forse, l’insopportabilità del pensiero di dover trascorrere il resto della sua vita in carcere che ha spinto il 42enne Clauvino da Silva a suicidarsi in cella impiccandosi con le lenzuola.

Proprio non ce l’ha fatta lui, che sabato scorso era ad un passo della libertà, a continuare a vivere tra quelle quattro mura.

Ci eravamo appena abituati a conoscerlo. La sua storia sembrava uscita da un libro, una storia che, se non fosse stato per i contenuti drammatici, si sarebbe potuta definire a tinte rosa e che comunque ben si presta a diventare la futura trama di un film con due protagonisti: un padre e una figlia.

Lui era il capo di una banda di criminali brasiliani, Clauvino da Silva detto “Shorty”, deciso a voler fuggire dal carcere "Bangu 3", lei la complice: Ana Gabriela Leandro da Silva di diciannove anni, sua figlia.

Il piano era molto semplice ma ha colto tutti di sorpresa poiché nessuno, tanto meno gli addetti alla sicurezza, si aspettava che nel carcere di Gericinò un criminale della “levatura” di Clauvino da Silva, capo di una delle bande più potenti del brasile, Commando Rosso, che gestisce buona parte del traffico di droga nell’intera nazione, escogitasse di prendere il posto di sua figlia per evadere dal carcere.

La notizia di primo acchito ha fatto anche un po’ sorridere, e per risalire alla sua ideazione, abbiamo dovuto ricordare che Rio de Janeiro è la patria dei travestimenti. Ci è apparso lecito dunque, pensare che quella cultura avesse giocato un ruolo importante nella scelta del boss così come, una corporatura esile da cui derivava, appunto il suo soprannome: Shorty, doveva avergli suggerito l’idea di sostituirsi alla giovane figlia, a lui così somigliante.

Sul fatto poi che il famigerato boss si fosse travestito da donna rinunciando, anche se solo per poco, alla sua virilità, ci è sembrato subito comprensibile data l’importanza della posta in gioco.

Come abbia fatto Ana Gabriela Leandro, a introdurre in carcere, sabato, il giorno della sua visita al padre, l’occorrente per il travestimento è invece ancora tutto da chiarire. Pare si sia avvalsa della complicità di una donna incinta, esente dal monitoraggio dei raggi X, per consegnare una parrucca di capelli neri, una maglietta rosa con un disegno infantile, jeans attillati e una maschera in silicone iper-realistica che riproduceva le sue sembianze

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Il travestimento sembrava riuscito alla perfezione, tuttavia qualcosa era andato storto quando il boss era passato a ritirare il documento d’identità, lasciato al momento dell’ingresso in portineria.

Clauvino da Silva avrebbe, in effetti, portato a compimento il piano, se non fosse stato per il suo nervosismo che ne ha tradito l’andatura, insospettendo i funzionari della prigione. Bloccato dagli agenti, non ha potuto fare altro che togliersi i travestimenti rimuovendo parrucca e maschera in silicone.

cms_13754/4v.jpgIl programma del boss, si è appreso in seguito, era quello di lasciare sua figlia in carcere, in cella, al suo posto, compiendo un vero e proprio scambio con annessa fuga.

Dopo l’identificazione, Clauvino da Silva era stato immediatamente messo in isolamento in una cella di massima sicurezza del carcere "Bangu 1" a Laércio sulla Costa Pelegrino e sarebbe rimasto lì una decina di giorni, il tempo necessario per stabilire le idonee sanzioni disciplinari, che si sarebbero sommate ai settantatré anni e dieci mesi di carcere già inflitti per vari reati.

Decisamente troppi per il boss, che ha preferito morire anziché scontare la pena.

La Segreteria dell’amministrazione penitenziaria, ha fatto sapere che è stata aperta un’inchiesta per fare luce sulla sua morte, ma sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che si sia trattato di un suicidio.

Di certo il boss deve avere avuto un cedimento dopo aver visto svanire il suo sogno di libertà, mai parso così vicino.

Forse un giorno, dalla vita di questo famigerato narcotrafficante e dalla sua rocambolesca tentata fuga, se ne trarrà davvero un film. Di certo quello che oggi resta, a prescindere dall’illegalità dei comportamenti, è il forte gesto della figlia, che non ha esitato a occupare il posto del padre in carcere.

Il reato di complicità le costerà dai sei mesi ai due anni di reclusione.

Un ultimo atto d’amore per un padre che, certo a modo suo, probabilmente deve essere stato per lei, un buon padre.

Un po’ di tenerezza, o almeno così ci piace pensare, che sembra restituire un minimo di umanità all’inferno del mondo carcerario.

Gianmatteo Ercolino

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