TARANTO PERDE SOLO "PEZZI" DI ISTITUZIONI ??

OPPURE ANCHE DI DEMOCRAZIA E CIVILTA’???

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In questo mese di Febbraio 2016, nella città di Taranto si è nuovamente imposta l’ormai ricorrente “riflessione” sul tema cruciale della paventata perdita di altri “pezzi” istituzionali incidenti in modo esponenziale nelle maglie del tessuto sociale economico culturale. Innanzitutto, nel tentativo di fare opposizione alla annunciata volontà governativa di sopprimere, insieme con le Sezioni distaccate di Bolzano e di Sassari, anche la Corte di Appello Sezione distaccata di Taranto; in attesa della decisione della preposta Commissione slittata al 31 marzo 2016, nell’aula magna dell’Università Tarantina si è tenuta una cosiddetta “tavola rotonda” con relatori di derivazione Forense più o meno localistica, fra cui gli stessi due parlamentari Chiarelli e Pelillo; con un contorno di rappresentanti l’avvocatura della provincia Tarantina, in qualità di leve più giovani (cui l’occasione offriva l’acquisizione di ”crediti”) oltre che di avvocati attempati; in una passerella, di iniziale scambio di convenevoli prima dell’apertura dei lavori, man mano ridottasi ad una sempre più scarna platea di uditori nella quale, d’altra parte, è brillata anche l’assoluta assenza di partecipazione della cittadinanza.

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Tanto è stato contestualmente evidenziato; altresì essendosi colta, più che altro, una monocorde esposizione delle ragioni di addetti all’Amministrazione Giudiziaria nel procedimento di Appello; rispetto al quale, la soppressione della relativa Sezione distaccata di Taranto sarebbe in funzione di una logica ritenuta irrazionale e demagogica che, anzicché ottemperare alla ventilata esigenza di contenimento di costi, ne comporterebbe supplementari riguardanti i trasferimenti di personale nel presumibile accorpamento alla Corte di Appello di Lecce; ponendosi criticità circa la stessa edilizia giudiziaria rispetto al maggiore carico di uffici della più capiente e recente Sezione Tarantina che tanto è costata e, per altri versi, risulta porsi fra i presidi di legalità richiedenti maggiore impatto; mentre la sua soppressione avrebbe effetto domino sul Tribunale dei minori e sugli Uffici giudiziari e penali connessi come quello di detenzione di minori e di Sorveglianza oltre che dell’Antimafia, con conseguente disagio per i dipendenti di Polizia Giudiziaria e di personale ASL che si rapporta con lo stesso Tribunale dei minori.

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In definitiva, nel non mancato “magnificat” della operosità della Corte d’Appello tarantina con l’evidenziata contrazione delle pendenze e definizione dei processi di secondo grado in tempi contenuti di due anni e mezzo; la deplorata soppressione della Corte di Appello Sezione di Taranto rappresenterebbe un grosso fallimento di quella che era stata una faticosa conquista, nel gennaio 1995, di tutt’altra generazione di operatori nel campo della professione forense, riverberando sull’attuale considerata usucapione ventennale del diritto ad avere tale Istituzione; oltretutto, essendosi ritenuto affermare che, di contro al principio di inamovibilità del magistrato, dovrebbe farsi valere la inamovibilità della sede in cui un magistrato operi. Come premessa alla suddetta disamina, di portata più che altro tecnica non molto al di là di un “orto” di specifica competenza; le autorità intervenute, nelle persone del Sindaco Stefàno del Rettore dell’Università Uricchio del Vescovo Santoro e del Presidente della Provincia Tamburrano, avevano dato un proprio contributo rispecchiante ulteriori negative ricadute in termini di perdite di valore sociale del territorio Tarantino dove non si vorrebbe “divenire scarti”; mentre la città ha necessità della presenza di presìdi ed essendo attenzionata da leggi speciali deve approfittare del momento per chiedere quanto le è dovuto; facendosi quadrato, sulla stima delle cose egregie fatte, per difendere il valore della Giustizia.

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Di contro a tutto ciò, essendosi rilevata l’indifferenza o rassegnazione della cittadinanza, insita nella stessa mancanza di partecipazione riguardo alla ventilata soppressione di una Istituzione riferita al secondo di quei tre gradi di giudizio attraverso i quali, da una parte si dice essere compito istituzionale perseguire quella Giustizia che dovrebbe avere prospettazione univoca anche dalla parte dei ricorrenti; dagli stessi, invece non poche volte, essendo percepito il senso di un infruttuoso “inseguire” la Giustizia con quell’affanno e sconfortante perdita di fiducia che, spesso palesata anche senza mezzi termini, è stata anche la ricorrente risposta negativa opposta proprio al tentativo di cercare di “fare comunicazione” stimolando a che si cogliesse la necessità del coinvolgersi in una reazione comune contro una soppressione comunque negativa per tutti; essendosi evidenziato il paradossale convincimento popolare di non avere “voce in capitolo” ma solo funzione di “sudditanza”, che non sente di contrapporre altro dalla sua “assenza” alla “solitudine” in cui è lasciato un potere “giustiziario” cui, unicamente, sembra essersi ritenuto riferirsi l’interesse a disquisire sulla attuale contingenza della soppressione della Corte di Appello in una città che, della Giustizia, sembra pensare di ricercare sempre deboli tracce.

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D’altra parte, se nel delinearsi di due fronti si sarebbe potuto sperare in una contrapposizione potenzialmente proficua nel dialogare democraticamente; invece, è stato sin troppo chiaro che, all’assenza di civica partecipazione, non si contrapponeva altro che un recriminarne l’essersi sottratta alla semplice funzione di contorno voluto solo come passivo uditorio; essendone stata prova evidente l’avere cercato di non dare neanche la parola a chi non rappresentava la classe forense, per quanto in maggior parte dileguatasi anzitempo rispetto alla organizzata “tavola” che, nel non avere neanche la parvenza della rotondità del democratico fronteggiamento di opinioni, “professava” ormai apertamente l’unica accettazione nella sua “linearità” riflettente una comune appartenenza, simile ad una esclusione di diversa ammissione ad un desco tenuto in luogo pubblico ma destinato a specifici invitati. La parola, comunque presa secondo un diritto Costituzionalmente tutelato specie in capo a chi si muova nell’ambito del “fare comunicazione”, è stata anche platealmente rumorosamente tolta; non tollerandosi di dovere essere chiamati ad ascoltare le raccolte motivazioni circa una civica assenza partecipativa che avrebbe dovuto indurre una profonda riflessione, piuttosto che recriminazione da “divina cuccia” con arroccamenti anticostituzionali antidemocratici e non conformi alla più basilare forma di civiltà.

Rosa Cavallo

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