TOTALITARISMO ED ESTRANEAZIONE IN HANNAH ARENDT - II^ Parte

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La non-appartenenza al mondo.

L’amor mundi

“Arendt works with a cluster of notions: loneliness, superfluousness, uproottedness, lostness. The emphasis is on loneliness, but at times the other notions are used synonymously or to fill out the notion of loneliness.” (G. Kateb, Hannah Arendt: Politics, Conscience and Evil, p. 71)

La “non appartenenza al mondo” pervade la storia della filosofia occidentale fin dalle sue origini, attraverso varie declinazioni, che confermano la carica destabilizzante e nichilista della contingenza e della casualità nella quale la pluralità umana vive quotidianamente. Per quanto riguarda la comprensione del totalitarismo come movimento politico che sostituisce alla libertà di agire le leggi del divenire storico, Arendt considera che il trionfo del conformismo sociale e la riduzione del potere politico a potenza economica possono essere considerati i motivi fondamentali forniti alla logica totalitaria dall’antisemitismo e dall’imperialismo. (D. Ardilli, Hannah Arendt tra secolarizzazione e “acosmismo”, p. 45).

Negli anni ’50 Arendt mette a frutto quanto annunciato nelle opere precedenti relativamente all’esperienza dello spaesamento e al fallimento dell’amore come strategia interiore e movente dell’azione politica. Nella critica del fenomeno totalitario, Ardilli sottolinea che Il disincanto con cui, fin dagli anni giovanili, la Arendt ha guardato all’amore cristiano come a una tra le più potenti forze antipolitiche. (D. Ardilli, Hannah Arendt tra secolarizzazione e “acosmismo”, p. 45) L’amore per il mondo – l’amor mundi - si basa su una sostanziale confusione tra mondo interiore e mondo esterno, che non solo non ha attenuato la distanza tra soggetto e realtà esterna, ma ha fornito alcuni degli elementi che troveranno cristallizzazione nell’antisemitismo e nell’imperialismo, colonne portanti dell’architettura totalitaria, contro cui il secolo scorso si è infranto. (H. Arendt, Che cos’è la filosofia dell’esistenza?) Infatti: “La riduzione dello spazio dell’esperienza si produce su due fronti: l’iperdilatazione dell’interiorità, da un lato, e l’obiettivo di una crescita economica indefinita, dall’altro lato.. (M. Abensour, Contro un fraintendimento del totalitarismo, p. 34)

Per controbilanciare l’estraneità da cui si sente investito, il soggetto trova nell’amore uno spazio di aderenza al presente che gli permette di ristabilire un contatto con la realtà esterna, luogo della pluralità, della contingenza, dell’eterno fluire: solo questo innesca, a sua volta, l’amor mundi, un sentimento che resta essenzialmente a-mondano. Una volta identificato l’amore quale forza lontana dalla realtà contingente, si tratta, per Arendt, di trovare un’altra strategia che sia in grado di contrastare lo spaesamento che connota irriducibilmente l’esperienza dell’essere nel mondo. È necessario studiare il fenomeno totalitario alla luce di questa particolare prospettiva, tenendo presente la comprensione del rapporto tra il senso di non appartenenza al mondo e il mai sopito bisogno di porvi rimedio, che si esprime sotto forma del desiderio di trovarvi dimora.

L’avvento del totalitarismo può essere compreso in modo efficace a patto di considerarlo come l’espressione di due aspetti salienti dell’esistenza umana, i quali sono in netta contraddizione: 1. il senso di non appartenenza al mondo e 2. la volontà di crearne uno a propria immagine e somiglianza. Le origini del totalitarismo si focalizza sul primo dei due aspetti, sulla particolare forma di isolamento nella quale vivono coloro che danno il proprio consenso ai governi totalitari.

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Mentre “Vita Activa” verterà soprattutto sulla delucidazione della seconda osservazione, le categorie che descrivono l’esperienza soggettiva dell’essere-nel-mondo assumono, grazie alla comparsa dei totalitarismi, una pregnanza politica nella misura in cui riguardano gli uomini in quanto membri delle società; oltre a questo, esse subiscono una radicalizzazione tale da diventare foriere di condotte in aperto antagonismo verso il mondo.

Questo è il motivo che giustifica la scelta di Arendt di dedicare ampio spazio ai movimenti che hanno preceduto il nazismo e lo stalinismo, ovvero l’antisemitismo e l’imperialismo: sebbene questi non corrispondano alle cause dirette della vittoria del totalitarismo. Secondo Kateb, esso “non è concepibile, né concettualmente possibile, né esperienzialmente familiare, né in grado di ricevere accoglienza e aderenza e cooperazione, senza le numerose proliferazioni di antisemitismo, altre forme di razzismo, e di imperialismo”. Le due ideologie, pur differenti per genesi, contenuti e valori, possono fondersi e rafforzare i caratteri totalitari dei movimenti di massa perché si basano in ultima istanza sul disprezzo del mondo. Secondo Arendt, infatti, è dal senso di non familiarità con la realtà data che scaturiscono sia il processo riflessivo che le azioni umane. (G. Kateb, Hannah Arendt: Politics, Conscience and Evil, Rowman&Allanheld, Totowa 1984, p. 57)

L’esperienza dello spaesamento, che per Heidegger si situa a livello esistenziale, conosce in Arendt una realizzazione concreta, diventa cioè pubblica: questa esperienza denota infatti la condizione di vita delle masse delle società moderne estraniate dal mondo. Il totalitarismo è preso in esame in quanto la forma di governo di “un’umanità senza mondo”. (S. Forti, Vite senza mondo, introduzione a Archivio Arendt 2, p. XVI)

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Ne “Le origini del totalitarismo” - conferma Kateb -, “Arendt adotta un ventaglio di nozioni: estraneazione (loneliness) superfluità, sradicamento, abbandono. L’enfasi è posta sull’estraneazione, ma a volte le altre nozioni sono usate come sinonimi o comunque per sostituire la nozione di estraneazione. Si tratta di declinazioni politiche di esperienze tradizionalmente private e marginali: il senso di estraneità e la solitudine (solitude) diventano estraneazione (loneliness) e isolamento (isolation), nel senso che diventano esperienze pubbliche condivise: “Arendt works with a cluster of notions: loneliness, superfluousness, uproottedness, lostness. The emphasis is on loneliness, but at times the other notions are used synonymously or to fill out the notion of loneliness”. (G. Kateb, Hannah Arendt: Politics, Conscience and Evil, p. 71)

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Lo spaesamento (loneliness) è inerente all’incontro con la realtà dei fatti, è la condizione dell’uomo prima che egli abbia cominciato a comprendere il mondo in cui vive. Essa può essere “superata” grazie al processo mentale della comprensione, ovvero prendendo distanza dai fatti e dotando la realtà di un significato. La solitudine (solitude) è la condizione dell’uomo in quanto essere che pensa, adottata in quanto bios dai filosofi di professione.

Arendt dedica ampio spazio a questa tematica, centrale per comprendere la sua originale interpretazione del conflitto tra teoria e prassi, ne “La vita della mente”. La solitudine è simultanea all’azione del pensiero ma deve mantenere il suo contatto con la realtà, pena perdere l’esperienza del mondo, che per l’autrice è l’autentico movente della riflessione umana: “Arendt asks what kind of human experience can underlie totalitariarism and make it possibile. Her solution is loneliness, the loneliness of uprooted masses and laborers absorbed in their own natural needs. Following her usual practice, Arendt takes the everyday term loneliness and gives it a special sense, carefully distinguishing it from near synonyms.” (M. Canovan, Hannah Arendt. A Reinterpretation of Her Political Thought, Cambridge University Press, Glasgow 1992, p. 91)

Il termine “loneliness” viene tradotto in italiano con “estraneazione” da Amerigo Gaudagnin, mentre “desolazione”, in francese si esprime con il termine désolation. (M. Abensour, , Contro un fraintendimento del totalitarismo; A. Enegrén, Il pensiero politico di Hannah Arendt). Questa distinzione non è accessoria: la prima mostra il legame tra estraneazione e spaesamento in quanto senso di estraneità; la seconda opzione serve piuttosto a rilevare la distinzione tra desolazione e isolamento, direttamente associate con situazioni sociali o politiche, delle quali essa comunque costituisce una radicalizzazione. “Loneliness in her sense is not equivalent to isolation, the severing of political ties between individuals on which tyrants have always relied to prevent challenges to their power. People who are isolated in the sense of being unable to act together in politics may nevertheless preserve the rest of their lives intact, and indeed if such a person is an artist or a craftsman he may actually choose isolation in order to be alone with his work of adding new objects to the human world”.

Senso di estraneità e estraneazione si rivelano quindi il punto di forza delle ideologie totalitarie, anche se non si tratta di esperienze nuove in senso assoluto, bensì familiari al tradizionale atteggiamento di paura e angoscia di cui è foriera l’esperienza del mondo. Il fenomeno dell’estraneazione riconduce alla tesi di dottorato e a riconsiderare Agostino come il primo portavoce del desolante senso di estraneità in cui versano anche i membri delle società di massa della tarda modernità. Fin dalle righe d’esordio dello studio arendtiano, rileviamo che termini analoghi si attagliano perfettamente alla situazione degli individui che prendono parte nei movimenti di massa. I sostenitori delle organizzazioni politiche che daranno vita ai futuri partiti totalitari sono, infatti, “atomizzati e isolati (…) senza alcun vincolo sociale con i familiari, gli amici, i compagni e i conoscenti, sentendo di avere un posto nel mondo esclusivamente mercé l’appartenenza al movimento, al partito”.

Il senso di estraniamento che li coinvolge deriva dai cambiamenti politici e sociali dei due periodi storici, così profondi da appannare il grado stesso di realtà del mondo esterno: sia Agostino, che “si trovò al confine tra l’antichità declinante e il medioevo emergente”, sia gli individui massificati, che assistono impotenti al venir meno di tutti i valori tradizionali - sia spirituali che materiali - in un conglomerato informe, subiscono lo spaesamento. In tali momenti di impasse nell’uomo si fa cogente il bisogno di sistematizzare la realtà entro uno schema coerente e onnicomprensivo.

Ciò spiega anche la capacità di attrazione della logica di pensiero che struttura le ideologie. Secondo Lefort “quando il mondo che sta tra gli uomini è distrutto, quando gli uomini vivono nel deserto, in preda alla desolazione, l’unica bussola che resta loro è l’ideologia come logica di un’idea, tanto più fonte di salvezza quanto più è in grado di produrre una certezza (…) contraria, se necessario, alla testimonianza dei sensi”. (M. Abensour, Contro un fraintendimento del totalitarismo, p. 24)

Alla base della disamina arendtiana vi è la tesi secondo cui il disagio umano relativo all’appartenenza al mondo è uno dei motivi tipici della riflessione occidentale, una delle categorie che ne hanno da sempre sostenuto l’auto-analisi. Analizzando le riflessioni di Agostino, Arendt aveva scritto che per il credente “l’appartenenza al mondo deve essere superata, poiché è determinata dalla paura”: l’individuo può fare fronte alla propria ansia abbandonando il mondo esterno e cercando dimora in quello interiore che ha l’aspetto di uno spazio interno impermeabile alla transitorietà terrena.

Di fronte all’estraneità si risponde con l’estraneazione dato che, in un’ottica religiosa, trovare se stessi significa trovare Dio. Tutto ciò significa che Arendt aveva già messo a fuoco il fatto che nella prospettiva cristiana lo scollamento, percepito dall’uomo, tra se stesso e il mondo può essere redento solo tramite un atto di fede, un atto d’amore per tutto ciò che mondano non è: «l’uomo ama Dio in quanto l’eterno che esso stesso non è, come ciò che gli appartiene e che non gli può mai essere sottratto. Il mondo gli viene sottratto nella morte. L’eterno è internum.

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Nell’epoca dei totalitarismi gli individui si trovano confinati in una società atomizzata che non offre risposta né alla crisi di un ordine politico, né a quella della organizzazione sociale, e neppure, fatto ancor più traumatico, all’angoscia individuale. Di fronte allo spaesamento che destabilizza il soggetto, sono venute a mancare le tradizionali categorie che lo rendevano sopportabile, perché è venuto a mancare un orizzonte di senso entro il quale collocarlo, a causa di una complessa convergenza di trasformazioni sociali, economiche, antropologiche. Tutto ciò ha reso possibile il successo dell’inedito connubio di coerenza logica e volontà prometeica che caratterizza il ragionamento ideologico. (C. Lefort, La questione della politica, p. 9)

La straordinaria forza persuasiva delle principali ideologie del nostro tempo non è dunque accidentale. Ogni ideologia è stata elaborata come arma politica, non come dottrina teorica. Non si può immaginare un’ideologia senza un contatto immediato con la vita politica e i suoi problemi centrali.

(Continua)

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La prima parte al link:

https://www.internationalwebpost.org/contents/TOTALITARISMO_ED_ESTRANEAZIONE_IN_HANNAH_ARENDT__-_I_%5E_Parte_32536.html

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Gabriella Bianco

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