TOTALITARISMO ED ESTRANEAZIONE IN HANNAH ARENDT - III^ Parte

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Il totalitarismo

I totalitarismi hanno fatto leva sull’estraneazione sociale delle masse - ipnotizzate dalle ideologie e annichilite dal terrore – spingendo l’uomo al punto di non ritorno nel processo di allontanamento dal mondo, per cui la solitudine si è trasformata in isolamento dal mondo. Le “confessioni” solitarie della Varnhagen hanno un valore non diverso da quelle di Agostino: perso il loro destinatario ultimo, esse provengono da una pariah inconsapevole e si riflettono nel mondo interiore di un soggetto per il quale l’intimità stessa è diventata estraniante.

cms_32695/1.jpgL’estraneazione di cui soffre la Varnhagen è sociale, nel senso che dipende da un’esperienza di sradicamento; nel Novecento, questa condizione si cristallizza entro le maglie dell’antisemitismo configurandosi come isolamento dalla sfera pubblica. Il senso di non appartenenza al mondo che per Rahel si traduce in un dolore tutto interiore, dipende in realtà dal non poter mettere radici nella società. Ciò che la Varnhagen vive sulla propria pelle come se si trattasse di un destino personale, è in realtà una questione sociale che, nell’epoca totalitaria, diventa politica e si traduce nell’inaccessibilità della società.

Gli ebrei tedeschi contemporanei della Varnhagen vivono di persona il venir meno delle distinzioni tra sfera pubblica e privata, un fatto che assume, nell’arco di meno di un secolo, dimensioni politiche. Il conflitto tra l’ebreo apolide e la sfera sociale acquista per Arendt il valore sintomatico della trasformazione cui va incontro il rapporto tra il soggetto e il mondo esterno, nei termini di una patologia sociale cui l’antisemitismo fornisce sistemazione ideologica.

“Nel totalitarismo la ‘cristallizzazione’ è avvenuta attraverso il tentativo di risolvere in maniera distruttiva – costruendo un dominio totale e un mondo completamente fittizio – i problemi irrisolti della storia europea: la questione ebraica, il decadimento dello stato nazionale, la riorganizzazione di un mondo non più eurocentrico e la necessità, di fronte all’imporsi di rapporti con altre razze, di ridefinire il concetto di genere umano, infine la planetarizzazione della tecnica.” (L. (Boella, Hannah Arendt, p. 106) Quanto detto sinora equivale ad affermare che i lavori su Agostino e Rahel, sono considerabili come riflessioni preparatorie a Le origini del totalitarismo, intesa come una sorta di “fenomenologia della perdita di mondo”

il totalitarismo si distingue dalle tirannidi tradizionali perché, oltre all’isolamento politico, colloca gli individui in una condizione di estraniazione dal mondo. Queste due solitudini non sono diverse: l’autrice, nel capitolo conclusivo de “Le origini del totalitarismo”, intitolato “Ideologia e terrore”, precisa che la prima “concerne soltanto l’aspetto politico della vita”, mentre la seconda “concerne la vita umana nel suo insieme”. L’isolamento può essere l’inizio del terrore; ne è certamente il terreno più fertile, ne è sempre il risultato. Esso è pre-totalitario e lascia intatte le capacità creative e risponde a una loro esigenza. L’estraneazione, cioè il senso di non appartenenza al mondo (worldless), è il terreno comune del terrore, l’essenza del regime totalitario è, per l’ideologia, la preparazione degli esecutori e delle vittime, strettamente connessa allo sradicamento e alla superfluità che, dopo essere stati la maledizione delle masse moderne fino dall’inizio della rivoluzione industriale, si sono aggravati col sorgere dell’imperialismo alla fine del secolo scorso e con lo sfacelo delle istituzioni politiche e delle tradizioni sociali della nostra epoca.

Un passaggio de “Le origini del totalitarismo” richiama direttamente la vicenda della Varnhagen dimostrando, da un lato, l’omogeneità delle tesi arendtiane, e, dall’altro, il senso profondo della sua interpretazione dell’antisemitismo. (F. Sossi, Storie di Rahel in Arendt, H., RV, 2004) “Posso essere isolato – cioè in una situazione in cui non posso agire perché non c’è nessuno disposto ad agire con me – senza essere estraniato; e posso essere estraniato – cioè in una situazione in cui come persona mi sento abbandonato dal consorzio umano – senza essere isolato”: “The category of the ‘world’ is the missing link between the ‘worldless’ reality of Rahel Levin Varnhagen and her contemporaries and Hannah Arendt’s own search for a recovery of the ‘public world’ through authentic political action in her political philosophy. Romantic inwardness displays qualities of mind and feeling that are the exact opposite of those required of political actors and which Arendt highly valued”. (S. Benhabib, Biography of Rahel Varhagen, p. 62)

L’antisemitismo si collega, agli occhi di Arendt, allo specifico fenomeno della parabola declinante dello Stato-nazione dell’Ottocento: si tratta, ancora una volta, di un fenomeno politico, che testimonia l’”inesperienza politica millenaria” del popolo ebraico e che lo espone drammaticamente alla discriminazione sociale, una volta che lo Stato non può più garantire per la loro identità. In un quadro generale di crisi della società tradizionale, l’antisemitismo rappresenta, da un lato, il destino drammatico di ogni gruppo umano indifferente alla politica e, dall’altro, il preludio dell’odio razziale inerente ai nazionalismi che si diffondono in tutta Europa negli anni che precedono la vittoria dei totalitarismi.

L’epoca dell’imperialismo e dell’antisemitismo

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La verità è che le masse si sono formate in una società atomizzata, in cui la struttura competitiva e la concomitante solitudine dell’individuo erano state tenute a freno soltanto dall’appartenenza a una classe. La principale caratteristica dell’uomo di massa era l’isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Provenendo dalla società classista dello stato nazionale, le cui crepe erano state saldate col sentimento nazionalistico, era naturale che queste masse, nell’imbarazzo della nuova esperienza, tendessero a un nazionalismo estremamente violento.

Dopo aver indagato i caratteri del fenomeno che per lei coincide con “il nucleo e il punto di cristallizzazione dell’ideologia nazista”, Arendt prende in esame l’imperialismo; i suoi prodromi sono riconducibili ad una situazione in cui diventa ineluttabile la necessità di rispondere alla crisi del senso di stabilità e di ordine della realtà esterna. “I tre decenni che vanno dal 1884 al 1914 separano il XIX secolo, conclusosi con la corsa alla conquista dell’Africa e la nascita dei pan-movimenti, dal XX, apertosi con la Prima guerra mondiale. Si usa indicarli come l’epoca dell’imperialismo, caratterizzata da una quiete stagnante in Europa e da una frenetica ridda di avvenimenti in Asia e in Africa” (ibidem). I nazionalismi sorti in Europa lasciano posto all’imperialismo perché le nazioni si trovano ad affrontare un’inedita espansione dei loro mercati, ovvero una rapida crescita economica che comporta l’improvvisa messa in circolo di flussi di denaro in eccedenza.

“La Arendt si sforza di comprendere l’antisemitismo come un problema politico legato ad una congiuntura storica, contro tutte le teorie che tendono a dissolvere la specificità di un fenomeno in una storia millenaria, o anche ad assolvere la violenza iscrivendola in una fatalità vittimista. La Arendt insiste sulle relazioni che, dopo l’epoca degli ebrei di corte, gli ebrei hanno intrattenuto con l’apparato statale: non rientrando in nessuna delle classi di una società rispetto alla quale rimanevano a distanza, essi furono così costantemente identificati col potere statale”. (A. Enegrén, A., Il pensiero politico di Hannah Arendt, p. 169)

Per la prima volta nella storia, scrive Arendt in un saggio del 1946, l’espansione politica segue i flussi di denaro esportati, il che significa che la politica è assorbita dalla logica economica. La politica di tipo imperialista porta con sé gravi conseguenze per l’azione politica nella misura in cui essa “si rimette” ai bisogni e alle necessità di tipo economico-finanziario, barattando la propria finalità di istituzione di un mondo comune con quella di corsa all’accumulazione di capitale.

L’aver improntato l’agire politico su criteri ed esigenze economiche corrisponde a incrinare irrimediabilmente la dimensione politica dell’azione. L’imperialismo è uno degli elementi che troverà cristallizzazione nel disegno espansionistico dei governi totalitari, che contribuisce al discredito della sfera propriamente politica: “The first consequence of the power export was that the state instruments of violence, such as police and army, which within the framework of the nation were controlled by other national institutions, became separated from these bodies and promoted to the role of representation of the nation in faraway countries that were either uncivilized or weak”. (H. Arendt, Expansion and the philosophy of power, in, “The Sewanee Review”, vol. 54 n. 4, The Johns Hopkins University Press 1946, p. 605)

Le politiche estere dei governi totalitari sono di tipo imperialista, così come, entro i propri territori, le loro leggi sono antisemite o, più correttamente, xenofobe. Arendt scrive: “By transcending the limits of human life in planning for an automatic continual growth of wealth, property of individuals is made a public affair and taken out of the sphere of mere private life. Private interests that by their very nature are temporary, limited by man’s natural span of life, can now escape into the sphere of Public affairs and borrow from them an infinite length of time”, indicando quei fenomeni politici che, intendendo reagire a inediti fattori di instabilità sociale e economica, lo hanno fatto attraverso una politicizzazione di ambiti tradizionalmente estranei alla politica, nella preoccupazione per la vita privata e l’economia. (H. Arendt, Expansion and the philosophy of power” p. 615)

Il fenomeno imperialista – suggerisce Enegrén - è interpretato come “il rovesciamento di valori che diede priorità all’economia sulla politica tra il 1884 e il 1914. Promuove l’estensione geografica solo in nome di una crescita economica che sposa il modello dell’accumulazione capitalista carica di un infinito dinamismo mirante alla spartizione del pianeta”. (A: Enegrén, Il pensiero politico di Hannah Arendt, p. 171)

(Continua)

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Le precedenti parti ai links:

https://www.internationalwebpost.org/contents/TOTALITARISMO_ED_ESTRANEAZIONE_IN_HANNAH_ARENDT__-_I_%5E_Parte_32536.html

https://www.internationalwebpost.org/contents/TOTALITARISMO_ED_ESTRANEAZIONE_IN_HANNAH_ARENDT_-_II%5E_Parte_32613.html

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Gabriella Bianco

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