TOTO’ RIINA PRESENZIALISTA OPPURE "CAPO MAFIA" SINO ALL’ULTIMO RESPIRO?

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Totò Riina è tornato a far parlare di sè anche mentre sembra approssimarsi l’inesorabile conclusione della sua vita, essendo in fase terminale del male da cui è consunto; proprio lui che era cellula viva del cancro sociale della mafia che, con la fine della latitanza il 15 gennaio 1993, si sperò potesse essere estirpato ad opera di una magistratura che, all’epoca, non presentava le contrapposizioni attuali ed era corroborata da quella opinione pubblica divenuta, successivamente, man mano critica e intollerante della pressione percepita da parte di tante categorie economiche relativamente ai propri affari.
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Il vecchio “boss”, a distanza di circa venticinque anni dal suo arresto, è ricomparso sempre in stato detentivo ma disteso in barella mentre, dall’Ospedale Maggiore di Parma dove si trova ricoverato per le attuali condizioni di salute, si offriva all’obiettivo in video conferenza, nell’occasione di una udienza tenutasi presso il Tribunale di Firenze relativa al processo per la cosiddetta strage di Natale (del 23 dicembre 1984) sulla tratta ferroviaria Napoli-Milano, a bordo del rapido n.904 dove si sommarono 17 morti e 260 feriti fra i viaggiatori della carrozza n.9 a causa della deflagrazione di una bomba, la cui responsabilità diretta fu ritenuta a carico di Pippo Calò ma non si escluse che ne fosse stato al corrente lo stesso Riina, dato che l’ingente quantità di esplosivo usato presupponeva una chiara derivazione proprio dai depositi della mafia.
cms_6528/3.jpgComunque, ciò che ha riportato Totò Riina alla ribalta della cronaca è strettamente legato al tentativo del suo legale, Luca Cianferoni, di tirarlo definitivamente fuori dalle patrie galere, nello specifico dal carcere di Parma dove, compatibilmente con le condizioni di salute, dovrebbe continuare a scontare ben 17 ergastoli per i feroci crimini dei quali anche le intercettazioni ambientali, attraverso cimici disseminate nella cella, avevano rivelato particolari orrendi; come nel caso del piccolo Di Matteo fatto sciogliere nell’acido per punire il padre divenuto collaboratore di giustizia.
Una inevitabile polemica è nata dalla erronea interpretazione, presuntivamente in senso tendenzialmente positivo, della pronuncia della Cassazione diretta al giudice competente di rinvio del Tribunale di Bologna circa il doversi rimotivare la decisione di rigetto della richiesta della difesa, ex art. 147 n.2 , di differimento della pena oppure di messa ai domiciliari per la presunta incompatibilità delle attuali gravi condizioni di salute di Totò Riina con la misura detentiva del 41 bis comminatagli. In realtà, come ha puntualizzato il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti, la Cassazione ha semplicemente chiesto di rimarcare i due punti fondamentali: quello relativo alla compatibilità della attuale condizione con il carcere dove Riina godrebbe di trattamento sicuro per la sua malattia e quello dell’attualità della sua pericolosità di "boss”.
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Un colpo decisivo a “ togliere ogni alibi”, come sostenuto dal parlamentare PD Davide Mattiello, sembrerebbe quello dato dall’intervento dell’autorevole voce della Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi che, dopo un subitaneo sopralluogo presso l’Ospedale Maggiore di Parma insieme con altri due componenti della stessa commissione: Luigi Gaetti (M5S) e Claudio Fava (Art.1), ha constatato che Totò Riina, trovato seduto su una sedia a rotelle "in buon ordine e con uno sguardo vigile”, riceve un trattamento sanitario "di cure e assistenza continue identiche –se non addirittura superiori- a quelle di cui godrebbe in stato di libertà o ai domiciliari”, essendo sistemato “in camera di confortevoli dimensioni dotata di bagno privato attrezzato per disabili e in ottime condizioni igieniche”. Potendosi tenere in conto che, anche in caso di ritorno in carcere, sarebbe già pronto un progetto di ampliamento della cella in modo da consentire di posizionare un letto ospedaliero più moderno e predisporre un bagno accessibile con una sedia a rotelle.
D’altra parte, risulterebbe discutibile il tentativo ad effetto del legale che, ricercando ulteriore induzione di pietas, avrebbe sostenuto che “lo Stato non ha bisogno di far morire in carcere un povero vecchio malato, tanto più che non serve alle vittime perchè non tornano in vita”; infatti, sembra fin troppo chiaro che nel caso della prosecuzione della detenzione di Totò Riina cui, certamente, sino all’ultimo non mancheranno le cure mediche pertinenti al suo stato, non ricorrerebbe alcuna discriminazione preclusa dalla nostra Carta Costituzionale che non fa distinzione per la salvaguardia della dignità umana anche nei confronti di cittadini che delinquono; nè si ravviserebbe alcunchè di confliggente con la Convenzione dei Diritti dell’Uomo che vieta misure coercitive incompatibili con il principio di umanità; non potendosi nemmeno “postulare l’esistenza di un diritto a morire fuori dal carcere, non riconosciuto dalle leggi” secondo quanto rimarcato dalla Bindi.
cms_6528/5.jpgInoltre, essendo “prioritaria la sicurezza dei cittadini, Riina muoia in stato detentivo carcerario” come affermato dal parlamentare Marcello Taglialatela (FdI); con il quale si potrebbe convenire, dovendosi presumere che un “boss” di grosso calibro, sia pure in barella, è considerato un “capo” che può comandare anche solo con uno sguardo, secondo segni convenuti fra gli appartenenti alle cosche mafiose, anche aldilà dell’unica esternazione del flebile reiterato “No” con cui ha confermato di non volere rinunciare al collegamento in videoconferenza con l’udienza di Firenze; fra l’altro, come già fatto, essendo possibile l’accostamento con il caso Contrada che “tirato fuori dal carcere per presunta condizione di incompatibilità con la misura detentiva, grazie al successivo recupero della salute, si risolse in un portarsi dell’ex detenuto da intervista in intervista”.
Tanto più che, se come è stato detto:"una eventuale concessione a Riina, incompatibile con la comminata misura del 41 bis, potrebbe essere vista quasi come il pagare una cambiale che discenda dallo scellerato patto fra Stato e Mafia di 25 anni fà”; invece, come Rosy Bindi ha rimarcato: "avendo assicurato la constatata situazione carceraria dignitosa, in questo modo lo Stato vince”.
Infine, come non comprendere le posizioni: di una Rita Dalla Chiesa che ha rivendicato la mancata morte “dignitosa” riservata a suo padre e alla consorte; nonchè quella dello stato d’animo di Salvatore Borsellino che ha paragonato l’eventuale liberazione di Totò Riina ad uccidere nuovamente suo fratello.

Rosa Cavallo

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