TRIESTE NON E’ ITALIA??? IL PORTO DI TRIESTE NON E’ ITALIA???

BASTA TACERE!!!

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Sbandierando che: “TRIESTE NON E’ ITALIA” e “IL (suo) PORTO NON E’ ITALIA”, in questi giorni Trieste “marcia” di nuovo lungo una strada attraversata dal fermento reazionario, vera e propria rivolta contro certo Irredentismo che, analizzato a ritroso del proprio cammino nella Storia, le appare essere stato una “forzatura” nei confronti di quella sua anima forgiata sul DNA sostanzialmente Asburgico che, magari nella buona fede di sognatori nazionalisti della seconda metà dell’ottocento, si era pensato potesse e dovesse solo piegarsi ad una “corporeità” territoriale racchiusa nella penisola Italica.

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Ma quel sogno, di una Trieste profondamente Italiana, così come cullato nell’immaginario romantico di Scipio Slapater - Ruggero Timeus e Matteo Renato Imbriani, sembra avere ceduto il passo alla riesumata lucida disperata consapevolezza profetica di Angelo Vivante che aveva preferito annientare se stesso, pure di non dovere assistere al finire pregiudicata e dispersa, nell’alea irredentista italica, la prosperità dell’amata Trieste da sempre coniugatasi con il proprio fondamentale legame imperialistico; considerato sus cettibile, unicamente, di proiezione federalista verso i Balcani.

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Da quel sogno del “ritorno” all’Italia, in realtà non vissuta come “madre patria” in ben 500 anni di affiliazione Austroungarica; Trieste sembra essersi amaramente risvegliata, essendo tornata a provare una disillusione simile ad altra vissuta, già un secolo prima, come grosso abbaglio circa la necessità di riaffermare una propria italianità sospesa; sull’onda di una fitta propaganda che aveva galvanizzato le masse con falsa prospettazione mitica della ben diversa realtà: quella della ultratrentennale alleanza, con Austria e Ungheria, cessata in seguito alla dichiarazione di guerra dell’Italia; per cui, il 24 maggio 1915, l’anziano Imperatore Francesco Giuseppe, nell’imminenza dell’essersi sentito colto di sorpresa da un vero e proprio “tradimento”, si indusse al proclama con cui non potè fare altro dal recriminare che, “per passare a bandiera spiegata nel campo nemico, nell’ora del pericolo c’era stato l’abbandono da parte dell’Italia; benchè non minacciata nè sminuita nella considerazione nè tanto meno nell’onore e negli interessi”.

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Non è certamente un caso se, a distanza di un secolo, a Trieste si condanna ancora, senza mezzi termini, quell’italico “tiro mancino” visto come “...VERGOGNA ITALIANA”(All.11350580...n.jpg63,9KB).

Infatti, oggi più che mai, in città si vive la sensazione di un non dissimile tradimento delle attese riposte anche da tanti altri italiani che, giunti a Trieste alla fine della guerra, ne avevano vista svilirsi la risaputa prosperità basata sui ricchi traffici di quando il Porto era legato all’Impero; con ripercussioni sempre più negative della “governance” italiana giunta a sminuire quel Porto addirittura dell’attuale 50% dello stesso; oltretutto, nella più completa omissione delle precise consegne del Trattato Internazionale di Pace del 1947, ambiguamente seppellito distogliendone le attenzioni con il “clamore e il fumo obnubilante” legato all’evento del 26 Ottobre 1954 in cui, con il passaggio di Trieste Territorio Libero dall’amministrazione militare Anglo-Americana a quella fiduciaria e solo civile del Governo Italiano (giammai dello Stato Italiano), si sarebbe sostanziata una irredentistica italiana “presa di possesso” ritenuta, ancor peggio, “indebita appropriazione” del Free Territory di Trieste che, nello scorso sessantunesimo anniversario, ha celebrato addirittura la memoria di un proprio “LUTTO”.

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Tutto ciò, mentre i media nazionali tacciono. Ma, ormai, il loro silenzio “assorda” quanti pensano che, secondo democrazia e libertà, non si debba ottundere i sensi e le coscienze ma contribuire ad illuminarle informandole con onestà intellettuale. D’altra parte gli Italiani, tutti, hanno diritto di sapere se Trieste e il relativo Porto non vadano più opportunamente considerate alla stregua di realtà come il Vaticano e San Marino. Soprattutto, è colpevole ignorare un grido di non appartenenza che, a Trieste, viene portato nelle strade e nelle sedi istituzionali soggette ad un disconoscimento popolare che si mostra impavido nonostante ogni “reprimenda”; fra cui, una cortina di silenzio mostrerebbe tutt’altro da una evoluta civiltà italica.

Rosa Cavallo

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