TUNISI TORNA A TREMARE

Attacco terroristico a pochi passi dall’ambasciata USA: forse un’intimidazione jihadista

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Una violenta deflagrazione si è registrata intorno alle 11:20 di venerdì 6 marzo a Tunisi, nei pressi dell’ambasciata americana. Due kamikaze a bordo di uno scooter si sono avvicinati al checkpoint, fingendo di dover chiedere informazioni, e si sono fatti saltare in aria, uccidendo un agente di polizia e ferendo altre quattro persone. L’emittente tunisina Radio Mosaique ha diffuso l’identikit degli ormai defunti terroristi: si tratterebbe del 29 enne Zenidi Mohamed Selim e del 27enne Laaka Khoubaieb, entrambi nativi di La Marsa, cittadina a 18 km di distanza dalla capitale.

Ripiombate in un clima di terrore, le autorità di Tunisi hanno rafforzato le misure di sicurezza, specie in prossimità degli obiettivi più sensibili e dei luoghi caratterizzati da maggiore affollamento. Anche la sede diplomatica italiana, così come quella statunitense, ha invitato i cittadini a non recarsi nelle aree limitrofe a quelle dell’attentato - avvenuto nella zona residenziale di Berges du Lac, a circa 12 km dal centro - e ha disposto il consolidamento delle procedure di controllo in prossimità dei propri uffici. Quello che si è verificato potrebbe essere un episodio isolato così come il preludio di una serie di attacchi; pertanto, la tensione e l’allerta restano alte.

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Secondo diverse fonti, il folle gesto sarebbe riconducibile al terrorismo jihadista, che fin da tempi non sospetti continua a minare la stabilità del paese arabo. Solo lo scorso 27 giugno, infatti, un doppio attentato nella capitale tolse la vita ad un poliziotto e provocò il ferimento di diversi cittadini. Maggiormente ricordato è l’attacco al museo del Bardo, risalente al 18 marzo del 2015, che procurò 24 morti e 45 feriti, il bilancio in assoluto più drammatico nella storia di Tunisi.

Al momento, sono state avanzate due possibili ipotesi volte a spiegare le ragioni che avrebbero spinto i due giovani a farsi saltare in aria. La prima ricondurrebbe tale mossa offensiva ad una potenziale vendetta per la recente scomparsa di Seifallah ben Hassine, meglio conosciuto con il nome di battaglia Abu Iyadh. Si tratta del fondatore della potente organizzazione terroristica nordafricana Ansar Al Sharia, responsabile della radicalizzazione di tantissimi giovani che hanno fatto il loro ingresso tra le fila dei militanti islamici in qualità di foreign fighters.

Abu Iyadh è noto per aver intrattenuto contatti con Osama Bin Laden sin dagli anni ’80, dopo la formazione giovanile nel Movimento della Tendenza Islamica, precursore di Ennadha, attuale partito di maggioranza legato all’organizzazione dei Fratelli Musulmani. La sua scomparsa è stata confermata in un lungo messaggio audio da Abdelmalek Droukdel, appartenente al gruppo di Al Qaeda nel Magreb, il quale ha fatto sapere che Abu Iyadh sarebbe stato assassinato il 21 febbraio 2019 durante un raid francese in Mali; tale notizia, tuttavia, è stata diffusa solo ultimamente, a più di un anno dal decesso. Un duro colpo per il mondo islamista, forse sufficiente a giustificare una reazione tanto estrema come quella messa in atto dai due kamikaze.

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La seconda opzione coinvolge invece uno scenario di più ampio respiro, chiamando in causa giochi di potere internazionali. Gli Stati Uniti non si sono schierati in maniera netta in riferimento al conflitto libico, tuttavia hanno definito i Fratelli Musulmani “un’organizzazione terroristica”, con parole non esattamente lusinghiere. L’attentato potrebbe dunque essere interpretato come un’intimidazione nei confronti della Casa Bianca; a tal proposito, giorni fa il Foreign Office aveva segnalato l’eventualità di un attacco terroristico in terra tunisina.

Al di là delle ricostruzioni avanzate, c’è da sperare che si sia trattato di due “lupi solitari” in cerca di facile gloria, e che lo Stato Islamico possa presto rassegnarsi alla propria definitiva decadenza.

Federica Marocchino

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