Tassare i social

L’ultima frontiera degli stati nazionali (africani) per controllare la rete

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Un clima ideale, un ecosistema adatto a un turismo in cerca di nuove sensazioni e di una natura finalmente incontaminata con parchi meravigliosi e, proprio perché siamo in Africa, un Paese con tanti problemi ancora da risolvere. L’Uganda è in questi giorni salito alla ribalta della cronaca non per qualche disastro ambientale o a causa di rivoluzioni politiche, ma per qualcosa che sembra avulso dall’agenda pubblica dei Paesi del africa subsahariana, ovvero i social media.

cms_9467/2v.jpgIl parlamento ugandese ha varato un’imposta (200 scellini al giorno, ovvero poco più di tre centesimi di euro) per chi utilizza Whatsapp, Facebook, Skype e altri social media che, a detta dei politici ugandesi, porterebbero a favorire il pettegolezzo e la chiacchiera senza costrutto. La tassa approvata dal Parlamento dello stato africano verrà applicata a partire da luglio e sarà a cadenza giornaliera, quindi avrà una ricaduta importante per le già povere tasche di quei cittadini ugandesi che vorranno continuare a comunicare utilizzando i social media di cui sopra. Gli osservatori e i commentatori più attenti hanno voluto vedere a proposito di questa legge, un grossolano tentativo di applicare una norma da parte del Parlamento finalizzata più che alla moral suasion dei cittadini digitali a una forma di controllo degli oltre venti milioni tra smartphone e iphone di privati cittadini, nel tentativo maldestro di limitare la già traballante libertà di espressione e di parola.

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Il presidente ugandese Museveni, ben favorevole a un controllo delle comunicazioni in rete, da parte sua ha ritenuto demagogicamente la norma fondamentale e necessaria affinché si possa contenere la deriva verso il gossip di un popolo, il suo, troppo ciarliero. Museveni però, come nel cattivo costume di molti suoi epigoni del continente africano, si era già prodigato a bloccare l’accesso ai social quando venne eletto presidente per la quinta volta nel 2016, accampando come scusa la volontà di fermare sul nascere la diffusione di menzogne sulla sua campagna elettorale, macchiata a detta del suo sfidante, da brogli elettorali e da un generale clima intimidatorio. Rimane comunque da capire come i governanti ugandesi riusciranno a bloccare le milioni di schede sim del Paese per evitare l’accesso alle piattaforme dei social media, operazione non semplice da attuare in quanto le schede sim effettivamente registrate al momento dell’acquisto rappresentano una ridottissima percentuale nei confronti invece di quelle non registrate, e inoltre il numero delle persone che usano il loro cellulare per la navigazione in rete è molto esiguo.

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Tirando dunque le somme sembra che i controlli a cui il governo ugandese voglia sottoporre la propria popolazione non siano motivati dalla volontà di destinare le somme derivanti da questa tassa per sanare il deficit dello stato, ma siano fondati su una vecchia e consolidata abitudine di tanti governi mondiali di estendere il loro controllo sulla natura liquida della rete. La cronaca lascia il posto alla riflessione, in particolar modo sulla natura della rete, sulla sua capacità di penetrare all’interno di qualsiasi spazio pubblico per definirne i contorni e stabilire nuove modalità di comunicazione e informazione. Se un tempo bloccare la stampa e oscurare l’informazione radiotelevisiva mediante la potente arma della propaganda era cosa nota e del tutto comune da parte di molti governi nazionali, oggi ogni tentativo di offuscare le tante piattaforme dei social media è operazione non solo difficile da attuare ma soprattutto foriera di immediati sospetti e levata di scudi dell’opinione pubblica. Vi è poi un altro dato altrettanto importante da sottolineare e che riguarda il controllo dei nuovi media digitali.

cms_9467/5.jpgI leader africani accusano da questo punto di vista ancora molta inesperienza nella gestione della rete e di quello che Alessandro Dal Lago ha giustamente chiamato in un suo libro “Populismo digitale”. Come dimostrano i casi di tanti totalitarismi made in Europe, la rete è diventata per i tanti leader del vecchio continente (a cui si può aggiungere anche l’americano Trump), un eccezionale strumento non tanto di disintermediazione comunicativa, ma di diffusione di un’agenda setting della politica in cui i temi principali siano le paure sociali e la sicurezza, argomenti che trovano terreno fertile e immediata presa in un’opinione pubblica oppressa da un senso di smarrimento e dunque sempre più alla ricerca di quell’uomo forte in grado di sopperire, citando Bauman, a un sovraccarico di obblighi troppo grande rispetto alla loro effettiva capacità di farvi fronte.

Andrea Alessandrino

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