UN RICORDO E UN PENSIERO DI CHI C’ERA

Storia di famiglia di Berta, Bianca, Elen e Gabriella

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La colonna sonora di Schindler’s list ce lo ricorda ogni anno: la giornata della Memoria. Per non dimenticare.Sembra stano, ma oggi suona quasi come un qualunque slogan pubblicitario alle orecchie di quei ragazzi che sono ormai così lontani da quegli anni dolorosi, carichi di odio verso il genere umano, che ha portato allo sterminio di un intero popolo.Sono pochi ormai i superstiti ancora in vita che possono raccontare. Io oggi ho decido di farlo facendo rivivere i ricordi segreti di una famiglia tra tante, che viveva a Torino, a Milano e a Pavia. Una famiglia per bene, di professionisti: lei di origini ebree, spostata con un cattolico e convertita al cattolicesimo per amore. Lui un professionista serio, con due lauree, una in medicina ed una in legge, un uomo tutto ad un pezzo, di quelli che avevano fatto la Grande Guerra, che l’ha amata e protetta.

cms_5415/2.jpgLa Seconda Guerra Mondiale vede lei separarsi da suo marito e spostarsi a Roma con le sue due figlie e la sorella Bianca, due splendide ragazze. Berta, così si chiamava, insegnava ad Elena e Gabriella a vivere a testa alta, orgogliose e fiere delle proprie origini, forti di essere nate cattoliche in un mondo che vedeva la diversità etnica e religiosa come una macchia da dover cancellare. Cattoliche, ma con un passato di cui andare fiere. Perché né lei né le sue figlie avevamo mai torto un capello a nessuno; la loro famiglia di nobili origini discendeva da uomini e donne francesi che avevano fatto parte delle corti europee, che avevano avuto un ruolo sempre di primo piano. Nella loro famiglia anche un cardinale. Cardinal Massaia nunzio apostolico in Brasile. Non c’era proprio nulla di cui vergognarsi.

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Ma il mondo era moto cambiato. C’era un uomo, Adolf, che aveva dei profondi e penetranti occhi azzurri ma non li usava per capire l’animo umano, li usava per decidere la vita o la morte della gente, per guardarla negli occhi e affermare che la loro morte era dovuta, perché erano parte di una razza inferiore, che contaminava e rischiava di avvelenare la pura razza ariana, di cui lui faceva parte. Ma la verità era che tanto odio, nascondeva solo interessi economici.

Elena e Gabriella crebbero belle e forti. Berta, che le osservava preoccupata, rischiò lei stessa di essere deportata ad Auschwitz. Fu solo per merito di un Nunzio Apostolico a Roma, lontano cugino, e la conoscenza di Papa Pio XI che garanti per lei, che Berta rimase accanto alle sue figlie. Questo lasciapassare-salva vita è ora stato donato al museo della Soah a Roma. Elena sopravvisse alla Shoa ma morì giovane di una grave malattia.

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Gabriella, invece, si sposò con un alto e giovane ufficiale che combatteva durante la guerra in Russia, Antonio. Si sposarono a Vicenza. Gabriella ricordava le sue origini, e non esitò un momento a proteggere un giovane ragazzo ebreo per 3 mesi. Non le importava di rischiare la fucilazione. Era giusto farlo. Non aveva alcuna colpa. Visse gli anni del regime discriminata; lei e sua sorella, assieme alla madre Berta, erano donne: il sangue impuro si trasmetteva da donna a donna, pur essendo cattoliche erano discriminati, secondo i criteri della “razza pura”.Sopravvissero. Tutti. E Gabriella ebbe 3 figli, due femmine ed un maschio, anche loro fieri di essere figli di cotanti genitori. Figli che a loro volta hanno avuto altri figli, a cui Gabriella raccontava tutti gli aneddoti di un’Italia che fu, di un mondo che fu cattivo, che rischiò di portare solo odio e rancore tra gli uomini.

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Raccontava della gioia per la liberazione degli americani nel sud Italia Raccontava gli anni del boom economico post guerra, fatti di balli in vaporosi abiti da sera, della loro amicizia con la antica nobiltà’ romana da frack e cappelli a cilindro, che lei conservava gelosamente. Raccontava delle Dame della Carità, di cui lei faceva parte e che di occupavano di dar sollievo a chi, dalla guerra, non ancora si era ripreso. Raccontava, però, anche dei viaggi lunghi ed impegnativi per scappare dal pericolo, dei sacrifici, della cattiveria degli uomini. Si, la definiva banale. Perché a volte non c’è bisogno di creare una ragione particolare per disegnare, animare ed armare mostri: basta l’odio di uno solo, una buona parlantina, promesse, essere ascoltato, emulato. In quei lontani anni, in effetti, è bastato poco per iniziare a tessere la tela che avrebbe intrappolato un’intera generazione, che avrebbe sterminato famiglie, decimato una popolazione. Raccontava di viaggi e fughe per l’Italia, per salvarsi, per trovare riparo.

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Gabriella lo raccontava ai suoi figli. I suoi figli a loro volta, lo hanno raccontato ai loro. Lei stessa lo ha raccontata a me. Io sono una di loro, una delle sue nipoti, che da piccola, ha avuto la fortuna di ascoltare la verità dalla voce di chi lo ha vissuto.Ed è per questo che oggi, quando i bimbi rimangono a bocca aperta nel sentire cosa è accaduto in quegli anni, o quando sento che adolescenti non sanno o non sono interessati a sapere nulla di ciò che fu, rimango basita: il rischio di perdere la storia nostra, delle nostre famiglie, è grande. La vita che non è stata interrotta dalla crudeltà di quegli anni, si ferma per anzianità, e il tesoro dei racconti, delle testimonianze, rischia di rimanere intrappolata solo in fiumi di inchiostro di testi scolastici.

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Bisogna parlare, raccontarsi, senza avere paura. “Per non dimenticare” significa questo: trovare il tempo per parlare con i nostri figli di ciò che è stato, senza paura, senza timori. La nostra memoria siamo noi, è nelle nostre famiglie.

Bianca P.L.

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