USA: RIPRISTINATA LA PENA DI MORTE A LIVELLO FEDERALE IN VISTA DELLE ELEZIONI

Il governo necessita di consensi e punta sulla riforma della giustizia

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Dopo 17 anni di interruzione, negli U.S.A. ricominciano le esecuzioni di pene capitali a livello federale con il via del governo Trump. Non si tratta di un caso, poiché le elezioni sono vicine e la pena di morte da sempre costituisce un elemento di attrattiva politica che influenza enormemente le possibilità di vittoria. Con l’incremento degli episodi di violenza a partire dagli anni ’70, si è entrati nell’epoca del terrore, in cui il popolo americano si aspetta una risposta rapida ed efficace da parte dei governi. Così i politici colgono la palla al balzo e basano le campagne elettorali sull’efficacia della pena di morte per la sicurezza degli americani. L’omicidio di John Kennedy e Martin Luther King, unitamente al caso di Charles Manson, innestano una spirale di paura crescente che finisce col decretare l’appropriatezza della pena di morte. Le ipotesi a favore di quest’ultima tesi le attribuiscono potere deterrente nei confronti degli atti criminosi, necessario per ridurre la frequenza di nuovi omicidi e stupri. Il popolo americano dev’esser tutelato a qualsiasi costo: è questo il principio alla base di tale ideologia.

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I dati confermano che il maggior numero di esecuzioni si è registrato negli anni ’90, per poi interrompersi a causa delle richieste moratorie effettuate in molteplici Stati. I dubbi sono leciti e avvalorati dai fatti: la pena di morte risulta non far calare i casi di violenza, bensì sembra associata ad un aumento del numero di omicidi, torture e stupri, come confermato dai dati ufficiali. Inoltre, le modalità in uso sono disumane e, spesso, causano agonia nel condannato a morte: la sedia elettrica non uccide davvero finché il medico non induce la seconda scossa elettrica, la camera a gas agisce asfissia e pertanto richiede tempo, per l’iniezione letale l’efficacia dipende dalla “resistenza” del condannato… stesso discorso è da farsi anche per le condanne all’impiccagione o fucilazione. A cio’ si aggiunge il fatto che non di rado il condannato vive per anni nell’oblio del braccio della morte senza conoscere il suo destino e che, alla fine, conduce gli ultimi giorni in totale solitudine firmando un contratto di morte mentre gli prendono le misure per la bara.

Ovviamente non mancano le pronunce a sfondo razziale che pregiudicano negativamente il destino delle persone di colore. La vita dell’afroamericano sembra valere meno di quella di un uomo bianco e, dunque, le opportunità di assoluzione si riducono drasticamente per il primo. Altri dubbi più che leciti vengono sollevati dai test del DNA effettuati negli ultimi anni, che confermano l’esecuzione di condanne a morte di molteplici innocenti; una totale ingiustizia di fronte ad un sistema che necessita di chiarezza. Se, poi, i più abbienti riescono a evitare la pena di morte grazie al denaro (come del resto anche ad assicurarsi l’accessibilità al sistema sanitario!), si spiegano le motivazioni alla base della mentalità americana, che punisce i deboli e premia i ricchi.

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A luglio ricominciano le esecuzioni della pena di morte e il primo ad esser condannato è Daniel Lewis Lee, colpevole dell’uccisione di tre persone e, tuttavia, graziato dai parenti della vittima, che preferirebbero l’ergastolo a vita ad una morte del genere perché vivono con la consapevolezza che nulla può riportare in vita i loro cari. Intanto riprendono le campagne elettorali che necessitano di una riforma della giustizia per poter cavalcare l’onda del compiacimento e generare consensi.

Alessia Gerletti

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