Un Garante del web per una corretta informazione e un bon ton telematico

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La proposta viene dal Presidente dell’Iaic, l’Italian Academy of the Internet Code, Gambino ed è stata formulata di fronte a una platea di costituzionalisti e giuristi esperti della cosiddetta governance della rete. Per offrire maggiore trasparenza sulle fonti delle informazioni immesse sulla rete perché non creare un garante universale per il web in grado di discernere il tema della libertà di espressione e separarlo da quello della trasparenza.

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Porre un freno al dilagare delle falsità in rete spacciate per verità, invitare i governi nazionali a promuovere buone pratiche che garantiscano un vero pluralismo trasparente all’interno della rete e in questo modo fornire un aiuto pratico alle generazioni dei nativi digitali non in grado di cogliere criticamente i pericoli insiti nel dare una fiducia aprioristica ai soli device considerati come unica fonte di informazione e svago. Le categorie del pluralismo e della trasparenza, oggi così messe pericolosamente in discussione, devono essere rivalorizzate grazie all’intervento delle generazioni nate e cresciuto fuori dal contesto digitale per essere offerte, attraverso processi di educazione al web, ai giovani utenti poco propensi alla riflessione e alla realistica presa d’atto che le nuove tecnologie siano foriere di disinganno informativo e sentimentale.

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La presenza di un Garante, provando ad allargare l’orizzonte di interventi possibili per rendere la rete un ambiente maggiormente ospitale, potrebbe anche essere opportuna, non solo per garantire un equo accesso all’informazione, ma anche per porre un freno all’onda devastante dell’odio online. Come? Per esempio attraverso il disinnescare modi e termini offensivi di chi usa il web per offendere. I social sono un terreno di primo intervento da parte di una potenziale personalità giuridica super partes in cui intervenire per frenare la mole di espressioni d’odio (circa il 15/20%) presente sulle piattaforme di condivisione.

cms_11673/4v.jpgIl tema dell’hate speech è di grande attualità, un’emergenza sociale che non conosce pause, nonostante l’intervento della comunità europea che ha definito un codice di condotta che prevede l’impegno da parte di piattaforme come Facebook a rimuovere i contenuti contraddistinti da un linguaggio d’odio, precauzione rivelatasi poi vana. I giovani utenti, e ritorniamo qui a quella mancanza di senso di responsabilità delle nuove generazioni, sono ben consapevoli di ciò che postano sui social e sul contenuto d’odio o di disprezzo trasmesso verso un altro utente, perché ritengono che un comportamento del genere non possa avere un impatto così forte come quello messo in atto nella comunicazione faccia a faccia. Monitorare semplicemente il fenomeno non basta più, così come non è più sufficiente attivare pratiche coercitive o di segnalazione di messaggi inopportuni. La presenza di una personalità giuridica può essere un deterrente, un tentativo di frenare un’invasione di contenuti non richiesti, utili solo ad avvelenare il clima all’interno di uno spazio, il web, dalle grandissime opportunità di appartenenza e condivisione, macchiato da pochi imbecilli.

Andrea Alessandrino

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