Un incubo a lieto fine

Pillole di vita

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di una nostra lettrice, Lucilla Casteldini, da Roma, che arricchisce questa nostra rubrica "Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

Un incubo a lieto fine

cms_13618/2v.jpgEra il 1965, avevo diciannove anni e frequentavo il liceo classico, a Roma. Avevo un carattere ribelle ed ero l’unica che in classe rivolgeva critiche ai professori ogni volta che avevo la sensazione, giusta o sbagliata che potesse essere, che alcuni dei loro giudizi non fossero obiettivi, che alcuni voti non fossero adeguati a determinati temi svolti, e che alcuni atteggiamenti ai miei occhi sembravano determinati da sentimenti di simpatia o antipatia verso gli alunni ed altro.

A casa, in famiglia, la situazione non era diversa. Le quotidiane discussioni tra me e mia madre erano estenuanti e, quando una mattina, mentre facevo colazione, venne a rimproverarmi non ricordo per cosa, mi alzai di scatto, legai i miei libri con una fascetta di plastica, come si usava allora, sbattei con forza la porta di casa e…via!

Decisi di marinare la scuola, mi fermai a riflettere passeggiando sul mio ponte di Roma preferito, Ponte Milvio, poi entrai nel piazzale omonimo e quindi in un bar per prendere un caffè. E qui un incontro: un signore americano che riusciva ad esprimersi anche un po’ in italiano, mi si avvicinò e mi sorrise. Ci presentammo. Era un regista e mi chiese se volessi andare con lui ad assistere alle riprese di un film. Volentieri, “dove?” rispondo. E lui: “Qui vicino!”.

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E subito dopo: “Questa è per te!” Era una moneta, mezzo dollaro d’argento che accettai volentieri.

Partiamo…Parlavamo poco ed io per prima cosa accesi una sigaretta, una MS, ma lui mi chiese di spegnerla e mi regalò all’istante un pacchetto di Stuyvesant, molto più costose, ed un accendino.

Andavamo, andavamo ma dove? In continuazione chiedevo: ma dov’è questo posto? Lui taceva ed io iniziai ad avere paura, mi apparve una realtà terribile … ma quasi nello stesso istante una soluzione che avrebbe potuto funzionare e che infatti fu la mia salvezza: “Fermati - gli chiesi con tono contrito - devo dirti, per il tuo bene, una cosa molto importante! Io sono fuggita da casa ieri e sicuramente i miei si sono rivolti alla polizia e sicuramente la polizia mi sta cercando…

Frenò di colpo. Mi guardò con gli occhi sbarrati, tirò fuori dal portafogli diecimila lire e un suo biglietto da visita: “Prendi un taxi! E domani vieni a trovarmi in Ufficio. Ti regalerò un bellissimo anello!”.

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Scesi dalla macchina, cominciai a correre con tutta la forza che avevo, compresa quella della disperazione. Non presi il taxi, ma, chiedendo informazioni a vari passanti riuscii ad arrivare alla stazione di Prima Porta (Roma Nord), ed a prendere un trenino che sembrava uscito da una fiaba e che arrivava a Roma, in pieno centro.

Passata la paura decisi di farmi un bel regalo, qualcosa che mai avevo fatto prima: un pranzo al ristorante da sola. Comprai un quotidiano, il Messaggero e, seduta a tavola, iniziai a leggerlo mentre aspettavo l’arrivo delle portate o della portata...non ricordo. Quello che ricordo è il silenzio intorno a me e gli sguardi incuriositi dei presenti.

Spesi tremila lire e quindi mi rimasero abbastanza soldini da conservare. Tornai tardi a casa, la sera, e, fortunata coincidenza, proprio quando i miei si stavano recando al commissariato per fare la denuncia di scomparsa! Ci incontrammo sotto casa e rientrammo insieme nel silenzio assoluto, un silenzio che durò molto e che non fu utile ad una vera riconciliazione.

Lucilla Casteldini da Roma - Lazio

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