VIAGGIO IN ITALIA

Di Johann Wolfgang Goethe

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Ciò che accomuna la sorte del Viaggio in Italia con quella di tante altre opere di Goethe risiede nel fatto che la stessa è intimamente connessa con gran parte della sua stessa esistenza. La prima idea di pubblicarlo si trova in nuce già nel Giornale: “Se tu ricopiassi il diario su fogli sciolti in quarto, sostituissi il Tu con il Lei e omettessi quanto ti tocca più da vicino, di certo al mio ritorno troverei una copia da poter correggere e da portare ad una stesura definitiva”. Come quest’ultimo, alcuni passi del Viaggio in Italia sono la riproduzione integrale di una serie di articoli scritti da Goethe per essere pubblicati anonimi sul Teutsher Merkur di Wieland.

cms_26760/1.jpgLe tematiche dovevano riguardare la trattazione della storia naturale, dell’arte, della geografia e dei costumi nel modo più obiettivo possibile. Precursore primordiale del viaggio fu Sterne con il suo incomparabile Viaggio Sentimentale che era pur sempre rigidamente ancorato alle impressioni e alle opinioni soggettive del viaggiatore. Goethe, al contrario, volle rendersi il più possibile invisibile e determinato ad accogliere in sé le cose nella loro più assoluta oggettività applicando… “fedelmente questi principi alla descrizione del Carnevale romano”. Ben presto, nonostante le pressioni di Shiller, con cui era legato da profonda amicizia e da una copiosa corrispondenza epistolare, Goethe abbandonò l’idea di pubblicare il giornale. In una delle sue lettere a Shiller, il poeta scriveva: “Il diario del mio viaggio da Weimar a Roma, i miei appunti, le mie lettere e tutto quello che tra le mie carte si riferisce all’Italia, potrebbe essere riordinato in maniera organica da me soltanto. Tutti i miei appunti di quel periodo recano l’impronta di un uomo che non vive in libertà ma che sfugge ad un’oppressione o, forse, di una persona che anela a qualcosa (Strebender), che pensa a come riappropriarsi di se stesso, che non è diventato adulto e che alla fine della sua carriera sente che proprio in quel momento potrebbe essere in grado di ricominciare tutto daccapo”.

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Soltanto dopo un ventennio (1815) Goethe sente a profundis il bisogno di mettere per iscritto i suoi ricordi italiani attingendo proprio alle sue lettere e ai suoi diari. Il Viaggio esce finalmente nella sua prima parte nel 1816-1817, recante il seguente titolo: “Aus meinem Leben, Zweiter Abteilung Erster und Zweiter Teil, ma senza il sottotitolo di Wahrheit und Dichtung, ovvero Verità e poesia, apposto alla Erste Abteilung. Come dimostra già la prima pubblicazione, Goethe ha già in mente di scrivere la continuazione e ciò si evince agevolmente dalla prima stesura del Commiato da Roma del 1817, in cui afferma, senza perplessità e remore, di non volere mettere per iscritto il proprio dolore di lasciare Roma, nel timore che “si dilegui il delicato profumo del dolore stesso”.

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Il secondo soggiorno romano, che si tende a considerare quasi come un’opera a sé stante, fu redatto nel 1829. Ma il Viaggio in Italia, nella sua pubblicazione definitiva, venne realizzato nella Ausgabe Letzter Hand senza recare il motto “Et in Arcadia ego”. Tale omissione venne spiegata da Petra Maisak la quale ipotizzò che il dolore del Commiato romano con gli anni si era affievolito. Tale capacità compositiva è indice indiscutibile della capacità di Goethe di stare al passo con i tempi ma comporta anche una certa difficoltà di collocazione dell’opera, infatti scriveva: “Quel che per ora sta a cuore a me, è d’arricchirmi di quelle impressioni sensibili che non danno né i libri né i quadri. Per me l’importante è di prendere ancora interesse a ciò che si agita nel mondo, di mettere alla prova il mio spirito d’osservazione, d’esaminare fino a qual punto arrivino la mia scienza e la mia cultura, d’essere sicuro che il mio occhio è lucido, limpido e puro e se le rughe, che si sono scavate ed impresse nella mia anima, si possono ancora spianare”.

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Lo spirito con cui Goethe intraprese il viaggio non era né quello pioneristico dei grandi viaggiatori come G. Forster o W. Humboldt, ma nemmeno quello limitato di tanti cavalieri “italomani” , per lo più giovani rampolli di famiglie aristocratiche che oltrepassavano le Alpi per completare la propria formazione artistico-culturale in Italia. Ambe due le motivazioni non albergavano nell’animo di Goethe, il quale infatti scriveva: “non capisco come si possa andare in giro per il mondo senza vedere niente oltre la punta del proprio naso” - e poi ancora – “Il viaggiatore nordico crede di venire a Roma per trovarvi come un’appendice della sua esistenza, per completare ciò che gli fa difetto; ma a poco a poco finisce con l’accorgersi… che per questo dovrebbe trasformare completamente il suo modo di sentire e incominciare tutto daccapo”. Nel periodo italiano si definirà uno Strebender, non si sente più un viandante ma un viaggiatore consapevole di quello che ricerca un viaggio intrapreso con l’unico scopo di verifica di tutto quell’insieme di ideali e di convinzioni estetiche già acquisite, infatti, non a caso, in una sua lettera a Langer, scriveva: “A Roma amico mio… a Roma! Parigi deve essere la mia scuola, ma Roma sarà la mia università”.

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Inutile dire che alla fine tutta la penisola italiana, dal Brennero alla Sicilia, sarà l’università per Goethe e i luoghi visitati diventeranno le biblioteche e le pinacoteche accademiche dello stesso..

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L’opera di Goethe si colloca tra il diario di viaggio, l’autobiografia, il romanzo di formazione e il saggio e nel quadro generale della genesi di Viaggio in Italia, è chiaro che i motivi che indussero il poeta ad intraprendere il Gran Tour furono ben diversi da quelli che lo indussero a scriverlo in due riprese a distanza di vent’anni. La struttura narrativa è dinamica, vivace e rimanda alla struttura ancor più profonda, a quei principi etici ed estetici che costituiscono la Bildung dello Strebender, ritenuti da Goethe, ormai ottantenne, ancora validi e che expressis verbis menziona in diverse occasioni. Infatti arte e natura sono i due leitmotive che si ricorrono, come in una staffetta, lungo tutta l’opera, ma ovviamente non mancano le descrizioni naturalistiche e scientifiche che vanno dalla semplice descrizione di una pianta alla visita dell’Etna. La flora del giardino pubblico di Palermo gli ricorda l’isola dei Feaci e lo induce a procurarsi immediatamente una copia dell’Odissea per rileggere il canto del giardino di Alcinoo. L’Italia per Goethe fu un ideale estetico al quale non rinuncerà mai: un esempio onnicomprensivo che, come pubblicherà più avanti nel suo saggio Dell’imitazione del bello nelle arti figurative in cui palesemente sposa tout court la posizione winckelmanniana dell’arte che si è creata una sua propria natura, trasforma l’imitazione in una sorte di interpretazione soggettivata. Erano questi i punti cardine che Goethe intendeva lasciare come sua eredità ai posteri, a guisa di un testamento spirituale e s condizione che gli stessi sapranno leggerlo con la sua stessa consapevolezza raggiunta nel suo soggiorno romano: “… il cui studio gli appariva sempre profondo come il mare quanto più in alto si naviga”.

“Alcuni viaggi in realtà sono delle ricerche. Viaggio in Italia non è solo una descrizione di luoghi,persone o cose, ma anche un documento psicologico di primaria importanza”. Wyston Hugh Auden

Antonello Di Carlo

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