VIRTUALIZZAZIONE: L’ETEROGENESI DELL’UMANO

Culture digitali

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Il tumultuoso avvento dell’era digitale, che ha mutato il nostro stesso modo d’essere, ha impegnato molti pensatori contemporanei ad interrogarsi sul tema del virtuale ed il dibattito filosofico, che ne è scaturito, ha prodotto orientamenti diversi e spesso contrastanti. Alcuni, hanno prefigurato scenari apocalittici, sostenendo che il virtuale porterà l’uomo a perdere il senso della realtà e provocherà una, irrimediabile e definitiva, catastrofe culturale.

Secondo Baudrillard, ad esempio, la società è, oggi, totalmente plagiata dalla comunicazione e ciò determina la desertificazione della realtà, ovvero la scomparsa del reale a vantaggio di un virtuale, sempre più sofisticato ed ingannevole, tanto da sembrare, addirittura, più vero della realtà stessa.

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Ne consegue l’impossibilità di distinguere il virtuale dal reale: i media, la rete e gli altri strumenti della digitalizzazione ci rinchiudono all’interno di modelli interattivi preconfezionati ed omologanti, che non lasciano spazio al senso critico ed alla creatività degli individui[1]. Ugualmente, per Virilio, “la rivoluzione tecnica che si annuncia è probabilmente, più che un dramma, una tragedia della conoscenza, la confusione babelica dei saperi individuali e collettivi[2].

Al contrario, Deleuze[3] e Lévy[4] ritengono che l’avvento del digitale rappresenti una tappa fondamentale dell’evoluzione umana e che il virtuale sia uno stato ontologico dell’essere, che non si contrappone alla realtà, ma che la realizza su un piano diverso, tramite specifiche modalità. Lo stesso Lévy, nell’introduzione del suo saggio, Il virtuale, si chiede se, a causa della generale tendenza alla virtualizzazione, ci sia da temere una totale derealizzazione, “una sorta di sparizione universale, come suggerisce Jean Baudrillard? Siamo forse minacciati dall’apocalisse culturale, dalla spaventosa implosione spazio-tempo preannunciata, ormai molti anni fa, da Paul Virgilio?”[5]. La risposta è “un’ipotesi diversa, non catastrofica, e cioè che… le evoluzioni culturali in atto… indichino un proseguimento dell’ominazione[6]. La virtualizzazione, dunque, rappresenta l’eterogenesi dell’umano e Lévy invita a non avversarla pregiudizialmente, ma a comprenderla, in tutta la sua complessità, per scoprire le inedite opportunità che ci prospetta. Alla luce dell’accresciuto utilizzo di massa delle moderne tecnologie, a cui, oramai, non è più possibile rinunciare, appare evidente il carattere, quasi profetico, di queste tesi che, in fondo, lasciavano già intuire che saremmo arrivati ad un punto in cui la nostra quotidianità sarebbe stata costituita da una “vita reale”, in presenza ed una “vita virtuale”, che si “realizza” tramite la rete internet. Due tipologie esistenziali che si sono, oggi, in larga parte, sovrapposte, per cui reale e virtuale hanno, di fatto, finito con il coincidere, evidenziando quelle caratteristiche essenziali del virtuale, che Lévy aveva, meticolosamente, individuato e descritto.

Con il termine virtuale, infatti, si è, comunemente, sempre inteso ciò che è diverso dal reale, che non esiste, che non è tangibile, però alcuni filosofi, studiosi della post-modernità, come appunto, P. Lévy, hanno introdotto un nuovo concetto di virtuale, che contraddice questa tradizionale distinzione. Da un punto di vista pratico, per realtà virtuale possiamo intendere uno spazio interattivo, creato dalla tecnologia, che simula la realtà e permette a chi ne usufruisce di esserne coinvolto, più o meno completamente, in base ai sistemi ed alle modalità che si utilizzano. E’ realtà virtuale, dunque, sia quella che consente di interagire per mezzo di un semplice P.C., sia quella che riproduce, in modalità tridimensionale, un dato ambiente, oppure quella che, attraverso l’uso di strumenti sensoriali sofisticatissimi, consente di integrarsi, completamente, in un mondo riprodotto tanto fedelmente da far dimenticare che non è vero.

Da quando nacquero, negli Stati Uniti, i primi simulatori di volo, utilizzati per l’addestramento dei piloti, la realtà virtuale si è evoluta in modo esponenziale ed è utilizzata, oggi, in molteplici attività umane a scopo medico, scientifico e lavorativo, oltre che, ovviamente, nel classico ambito ludico. Il mondo artificiale, che si vive nelle esperienze di realtà virtuale più avanzate, consente di muoversi liberamente in uno spazio simil-realistico così coinvolgente che, difficilmente ci si ricorda di non trovarsi in un mondo vero, giacché si provano emozioni e sensazioni reali e si ha l’opportunità di essere protagonisti di situazioni e di esperienze che, nel mondo tangibile, molto probabilmente, si potrebbero solo immaginare. Questa facoltà di mutare ruoli e mondi, giacché configura, in qualche modo, una forma di relazione sociale, si ripercuote anche sul nostro senso di , sulla nostra identità. Parrebbe che, l’assenza, in ambito virtuale, delle coordinate spazio-temporali, provochi un continuo mutamento degli aspetti del , e vada ad incidere, decisamente, sulla strutturazione dell’identità. Sono stati rilevati, in particolare, frequenti casi di moltiplicazione dell’identità e di destrutturazione dell’unicità identitaria. Per mezzo della realtà virtuale siamo portati ad immaginare che non vi sia niente di impossibile, che l’immaginazione si materializzi, che l’unico limite stia nella nostra mente. Siamo, quindi, in grado di creare un nostro mondo, di far uscire la coscienza dal corpo, di poterla vedere e toccare, rischiando, però, di perderci in un vuoto spazio-temporale e di non riuscire più ad orientarci, a riconoscere le reali caratteristiche del vero mondo, dove ci aspettano le nostre responsabilità, alle quali non possiamo sfuggire, neppure rifugiandoci nel virtuale.

Dunque, la realtà virtuale agisce sulle nostre capacità percettive, sul sistema che determina la nostra idea di realtà, illudendoci che la sua rappresentazione corrisponda ad una realtà effettiva e tanto più è alto il grado di coinvolgimento dei nostri sensi, tanto più la nostra identità si destruttura e si convince di essere in relazione con il mondo esterno e non, come in effetti è, con una macchina che, per mezzo della computer grafica più avanzata, costruisce intorno a noi un universo verosimile.

D’altronde, come nota Bauman, il nocciolo duro dell’identità “può formarsi solo in riferimento ai legami che connettono l’io ad altre persone e alla presunzione di affidabilità e stabilità nel tempo di tali legami. Abbiamo bisogno di relazioni… su cui poter contare… per definire noi stessi. Nell’ambiente della modernità liquida, però, a causa degli impegni a lungo termine che notoriamente ispirano o inavvertitamente generano, le relazioni possono essere gravide di pericoli[7].

Il progresso scientifico ha permesso di realizzare anche macchine robotizzate che invertono i termini del virtuale, poiché non è l’uomo ad agire nella virtualità, ma è il robot, l’uomo virtuale che lo sostituisce nella realtà. La robotica è ormai vicina a realizzare una macchina dalle sembianze umane e dotata di un cervello che le consente di pensare, ovvero di elaborare autonomamente le risposte più appropriate alle varie situazioni, senza dover attenersi ad un modello preordinato. Ci si incomincia a domandare se questa mente artificiale acquisirà, pure, la capacità di sviluppare, nel tempo e per proprio conto, tutte le facoltà della mente umana. In questo caso, è stato ipotizzato che lo studio delle dinamiche che dovessero, eventualmente, permettere al robot di costruirsi una coscienza, potrebbe, finalmente, permetterci di scoprire tutti i segreti della nostra mente, anche se, già solo ipotizzare una coscienza artificiale, figlia di un’intelligenza artificiale, pone una questione, per così dire, robo-etica, di non poco conto. Sarà determinante, al riguardo, vedere come queste macchine saranno in grado di provare emozioni e sentimenti, di percepire il vero e il falso, quali saranno le loro abilità di intuire e di agire istintivamente, il che rimanda al fulcro del problema che consiste nello stabilire, primariamente, se le prerogative umane siano tecnologicamente trasmettibili e quali rischi comporti una simile possibilità.

È del tutto evidente, allora, che intorno alla realtà virtuale gravitano una serie di problematiche che non è possibile ignorare, ma va pure ricordato che l’uomo, in tutta la sua storia, ha sempre interagito con una realtà virtuale, ovvero con la rappresentazione della realtà prodotta dalla sua mente e resa realistica per mezzo delle sue competenze tecniche. In tal senso, la realtà virtuale post-moderna è soltanto una nuova modalità di rappresentazione simbolica, ipertecnologica, ma l’informatica e l’elettronica hanno, anche, prodotto forme inedite di rappresentazione e di comunicazione, che sono in grado di manipolare direttamente i procedimenti che dipendono dalla mente umana, compreso lo stesso processo di apprendimento.

De Kerckhove ha affermato che, “l’individuo sta mettendo le mani sul mondo del pensiero che esce dal corpo e si manifesta fisicamente e ciò dovrebbe farci riflettere su cosa siamo esattamente e dove stiamo andando”[8].

Questo interrogativo, di carattere prevalentemente filosofico, impegna il pensiero contemporaneo ad individuare un nuovo e specifico modello di essere, in rapporto ad una, altrettanto inedita e ben determinata, nozione di esistenza.

Al riguardo, Lévy ha sviluppato un’articolata teoria che, partendo dalla constatazione che il virtuale ha sempre avuto una posizione rilevante nell’esistenza e nella storia umane, arriva a riconoscere al virtuale una sua, evidente, validità ontologica.

Nell’immaginario collettivo, come detto, il concetto di virtuale indica qualcosa di non vero, di artificiale, a cui si contrappone la nozione di reale, di ciò che esiste.

Questa opposizione tra reale e virtuale, riconducibile all’antica distinzione aristotelica tra atto e potenza, trae il suo fondamento, nel pensiero moderno, dal dualismo cartesiano, dalla diversa natura di mente e corpo. Il fondatore della scienza moderna ha, infatti, collocato il cervello e la mente in mondi diversi: quello materiale, dove esiste il corpo e quello immateriale dove abita la mente, la coscienza di . Il tentativo di superare il dualismo ha portato, in seguito, Deleuze a teorizzare l’esistenza di un solo livello di sviluppo del pensiero, quello virtuale, in cui si intrecciano le relazioni tra elementi, generalmente denominati reale, irreale, soggetto e oggetto. Egli ha immaginato l’esistenza di due coppie contrapposte: possibile-reale e virtuale-attuale, per cui il virtuale non si oppone al reale, ma soltanto all’attuale, stante che il possibile è l’equivalente, già determinato del reale, mentre il virtuale è un elemento complesso e l’attuale è la sua concreta definizione. Nel processo di realizzazione, il virtuale è esattamente il reale che non è attuale, il simbolico non fittizio. Il possibile è quello che può, o meno, realizzarsi in tale processo e il reale è l’immagine del possibile che si realizza e, dunque, rispondono allo stesso concetto, ma su piani distinti: quello astratto e quello concreto.

Al contrario, virtuale e attuale sono situati sullo stesso piano, dove l’attuale non è fermo e determinato, ma ha un’identità transitoria, sempre soggetta a continui mutamenti; è, insomma, una determinazione fluida in cui si identifica, in quel momento, l’ambito virtuale.

Il pensiero deleuziano fonda su una conoscenza che non parte più da un soggetto che si interroga su un oggetto, ma che si interessa dei diversi piani in cui essi si frantumano e danno vita a molteplici relazioni, contraddicendo la prassi tradizionale, che descrive soggetto e oggetto separati e contrapposti.

È soggettivo, allora, quello che conosciamo perfettamente, mentre è oggettivo ciò che possiamo pensare come l’effetto di una sua divisione, che non ne modifica la fisionomia.

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Altri concetti centrali, nella filosofia di Deleuze, sono immanenza e molteplicità: la molteplicità è una caratteristica primaria della virtualità e corrisponde ad una pluralità indefinita, mai completamente strutturata, mentre il piano di immanenza è il luogo che si forma, mano a mano, che si sviluppano le molteplicità[9].

Lévy ha ripreso, successivamente, le tesi di Deleuze e le ha ampliate e strutturate in una trattazione completa ed organica. Egli descrive la virtualizzazione come un naturale ed incessante processo umano, riscontrabile in maniera evidente nei tre stadi dell’antico trivium: grammaticale, dialettico e retorico. Il primo stadio, rappresenta la virtualizzazione del tempo reale, perché il linguaggio ha permesso all’uomo di porre domande e di raccontare storie, due forme di svincolamento dal presente che, al contempo, rendono più intensa la nostra esistenza. Inoltre, con la comparsa del linguaggio, il pensiero si è velocizzato e l’apprendimento è diventato più rapido, l’evoluzione culturale ha accelerato rispetto a quella biologica e l’umano ha iniziato a navigare nello spazio virtuale: “Il tempo come durata infinita non esiste se non virtualmente[10]. Quello che era interno e privato si fa esterno e pubblico, ma anche il contrario: ascoltando, leggendo, noi interiorizziamo qualcosa che non ci appartiene. Il processo di grammatizzazione è all’origine di tutti i codici, dal codice alfabetico, con cui si genera il linguaggio, al codice binario, che è alla base della digitalizzazione.

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Il secondo stadio equivale alla tecnica ed è la virtualizzazione delle azioni, dello spazio e del corpo: “Il martello potrebbe essere stato inventato tre o quattro volte nel corso della storia, il che equivarrebbe a tre o quattro virtualizzazioni. Ma quante martellate sono state date? Miliardi e miliardi di attualizzazioni. L’attrezzo, il perdurare della sua forma costituiscono una memoria del momento originario di virtualizzazione del corpo in atto[11].

La fase dialettica agisce analogamente al linguaggio, rispetto alla realtà, giacché dialettizzare vuol dire creare un rapporto tra entità: “Trascinati nel processo dialettico, gli esseri si sdoppiano restando in parte se stessi, ma essendo anche vettori dell’altro da sé”[12]. La dialettica fonda il virtuale perché apre le porte ad un altro mondo, quello delle idee e, da un lato dà forma all’esperienza, mentre, dall’altro riflette la realtà. Il secondo mondo non esisteva prima dell’operazione dialettica, poiché non era né reale, né statico; esso rinasce continuamente, e sempre in modo diverso, in un processo infinito di sdoppiamento, per cui, le operazioni grammaticali moltiplicano la libertà.

Infine, il terzo processo di virtualizzazione è il contratto, che regola le relazioni sociali, cioè la virtualizzazione della violenza. Una convenzione definisce le relazioni, a prescindere dalle specifiche situazioni e può riguardare tantissime persone, ad esempio il matrimonio è stipulato da un numero indefinito di individui e cambia, automaticamente, lo status personale, senza necessità di ulteriori accordi. La virtualizzazione delle relazioni, quindi, stabilizza i comportamenti e detta le regole per modificare i rapporti e le situazioni, contribuendo, poco a poco, alla formazione delle varie culture umane: religione, etica, diritto, politica, economia. Il processo di virtualizzazione, dunque, coinvolge tutte le capacità dell’essere umano, ma il massimo livello è raggiunto attraverso la retorica, che riassume tutte le creazioni dell’uomo, sotto l’aspetto linguistico, tecnico e relazionale. La creazione supera l’utilità, il senso, la verità e la retorica raggiunge l’essenza del virtuale, provoca tensioni e indica finalità, dando luogo alla più grande delle invenzioni: aprire un vuoto al centro del reale, creare un problema.

Maggiori approfondimenti sull’argomento al link: https://www.diculther.it/rivista/virtualizzazione-leterogenesi-dellumano/

1] cfr. J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Galilée, Paris, 1981; trad. it. Simulacri e imposture. Bestie, Beauborg, apparenze e altri oggetti. P Greco, Milano, 2008;

[2] P. Virilio, La bombe informatique, Galilée, Paris, 1998; trad. it. La bomba informatica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, p.101;

[3] cfr. G. Deleuze, Le bergsonisme, Presses universitaires de France, Paris, 1966; trad. it. Il bergsonismo e altri saggi, Einaudi, Torino 2001:

[4] cfr. P. Lévy, Qu’est-ce que le virtuel?, La Découverte, Paris, 1995; trad. it. Il virtuale, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005;

[5] P. Lévy, Il virtuale, cit., p.1;

[6] Ibidem;

[7] Z. Bauman, Intervista sull’identità, a cura di B. Vecchi, Laterza, Roma-Bari, 2005, p. 111;

[8] D. de Kerckhove, Brainframes, Technology, Mind and Business, Bosch & Keuning, Utrecht, 1991; trad. it. Brainframes, mente, tecnologia, mercato, Baskerville, Bologna, 1999, p.86;

[9] cfr. G. Deleuze, Différence et répétition,Presses universitaires de France, Paris, 1968; trad. it. Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997;

[10] P. Lévy, Il virtuale, cit. p.64;

[11] Ivi, pag. 67;

[12] Ivi, pag. 85.

Vincenza Pellegrino

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