VIVERE IN RETE FELICI E SORVEGLIATI

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cms_23962/1.jpgVivere nella rete è oggi sempre più sinonimo di vivere della rete, di un meccanismo cioè che ci offre miriadi di opportunità e di cui non possiamo fare a meno ma che al contempo ci condiziona e plasma le nostre abitudini. In un meccanismo di continua esibizione di sé, immersi in un ambiente nel quale inseriamo di continuo informazioni sul nostro conto, diventa pretestuoso chiedere di proteggere e di far rispettare la propria privacy a governi che tardivamente hanno messo mano a legislazioni che poco possono in una materia così sfuggente come il web. Il potere dei privati (le piattaforme social) si è potuto così estendere in maniera tale da poter disporre di strumenti ben più ingegnosi ed efficienti rispetto ai poteri di sorveglianza pubblica che per secoli hanno interessato l’opera di governi nel tentativo di “sorvegliare e punire” (cfr Michel Foucault) cittadini, ieri, e utenti, oggi, poco inclini al rispetto delle norme. I padroni della rete, gli oligopolisti del tardo capitalismo, oggi hanno liberamente accesso, gratuitamente e senza aver fatto ricorso a nessuna sorta di costrizione fisica, a una precisa, puntuale e sempre aggiornata mappatura dei nostri profili. Rischiamo di assoggettarci a quella che Etienne de la Boetie aveva definito “servitù volontaria” in un’impennata di umana tracotanza secondo la quale ogni limite può e deve essere superato in nome di una supremazia tecnica a cui abbiamo delegato ogni risvolto delle nostre vite. La tecnologia, perso il suo valore di mero strumento, ha assunto nel breve la guida nell’orientare criteri valoriali e di decidere dove orientare ogni decisione, sia pubblica che privata grazie al dio (pagano) dell’algoritmo, organo decisionale avvalorato da una regia umana in fase di input.

cms_23962/2_1638065339.jpgLa disintermediazione così proposta e ottenuta plebiscitariamente dagli utenti delle piattaforme social, ha stabilito la creazione di una nuova e, forse, unica grande agenzia di socializzazione in cui sfera politica, economica e sociale convergono per offrire agli utenti apparenze algoritmiche di libertà di espressione, movimento, azione, responsabilità. Sono le insidiose e sottili forme di controllo attuate dai nuovi oligarchi digitali che allo stato attuale mettono in pericolo secoli di conquiste per i diritti individuali alla libertà e alla propria autodeterminazione; sono la quantità e la qualità del controllo attuato dalle big data companies a estendere in maniera rilevante forme di sorveglianza ottenute volontariamente da utenti sprovveduti e poco interessati alla propria riservatezza. Cediamo libertà e informazioni sul nostro conto sotto la narcosi di oggetti dal design innocuo, dispositivi affascinanti, confortevoli, maneggevoli e dunque amichevoli, pronti però a togliere il velo di Maya e a svelarsi per ciò che effettivamente sono chiamati a fare: ascoltare, condizionarci, profilare.

cms_23962/3.jpgL’affaire Snowden del resto e per chi ne ha saputo trarre il corretto insegnamento, è stato sintomatico di ciò che, per esempio, un’azienda come Google ha potuto fare dei miliardi di dati a disposizione grazie alla mappatura delle telecamere di Google Maps sui propri ignari (?) utenti. Per continuare a parlare di Google, solo uno dei colossi della Silicon Valley, cosa dire poi di altri miliardi di contenuti messi a disposizione su Gmail, Google+, YouTube e Drive? I server delle aziende digitali, attraverso anche informazioni confluite nel tempo nella “nuvola” informatica, dispongono e disporranno in eterno di un magazzino dati mai esistito nella storia. Stiamo costruendo assieme a loro, dunque, un futuro che assomiglierà sempre più al titolo di un libro dal sapore distopico, Total Recall di Gordon Bell: tutta la nostra memoria, tutti i nostri ricordi, ciò che ancora resisteva all’assalto tecnologico, verrà chiuso, impacchettato, custodito, registrato sotto forma di file, una fredda e insignificante iconica cartella dove lasciare tracce del nostro passaggio su questa terra in attesa un domani prossimo venturo di essere definitivamente impiantato sottocute in eterna memoria.

Andrea Alessandrino

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