Ventunesimo secolo

Quando diverso significa uguale

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Un uomo e una donna, una donna e una donna, un uomo e un uomo. Bianchi, gialli, neri. Coppie di fatto, coppie sposate. Semplicemente coppie. Liberi di essere se stessi e
di amare una persona dello stesso sesso, di diversa etnia, indipendentemente dal colore della pelle, dai dogmi religiosi, dagli stereotipi imposti da quella società che si dice globalizzata e cosmopolita.

Multiculturalismo, multietnia, integrazione. Parole di uso comune. Parole di una società sempre più multietnica, parole di una società dove le diversità ormai convivono. O provano a farlo. Basta affidarsi ai dati e ci si rende conto. In Italia, per esempio, triplicano i matrimoni con un coniuge straniero e crescono pure i cosiddetti immigrati di seconda generazione, cioè i figli nati da genitori non italiani. Certo, molte di queste unioni falliscono. Vero è, infatti, che queste unioni creano una serie di problemi giuridici, etici, religiosi; vero è anche che molte di queste unioni vacillano o naufragano dal confronto o dallo scontro tra le diverse culture, mentalità, religioni. Altrettanto vero è però che molte, le più accorte e culturalmente aperte, scegliendo il modello della doppia appartenenza ed esaltando le positività di entrambe le culture, vivono felici. C’è da chiedersi, a questo punto, se la società in cui viviamo, quel mondo che si avvia a diventare sempre più un villaggio globale, è pronto ad accettare l’altro, il diverso da se, ad integrarlo e a non condannarlo alla marginalità sociale e all’isolamento morale.

Molti gli sforzi compiuti dai governi e dalle associazioni di tutto il mondo per sanare i persistenti pregiudizi, per accettare il diverso. Tante sono le conquiste per integrare le diversità. Basti pensare, ad esempio, alla recente abolizione, da parte della Corte suprema degli Stati Uniti, del Defence of Marriage Act, quale vittoria storica per l’ affermazione dei diritti degli omosessuali. Oppure, restando nei confini italiani, alla rivisitazione della legge Bossi-Fini a cui si è detto disponibile il ministro per l’integrazione. Tuttavia, la differenza continua a far paura. Rimette ancora troppo in discussione quello che si conosce, o che si pensa conoscere, spingendo a rifiutare ciò che è ‘altro’ rispetto a se, ai propri codici, al proprio stile di vita, al proprio modo di pensare, alle proprie abitudini, Molti ancora i passi da compiere. Soprattutto per il nostro amato Bel Paese.

Nonostante siano passati decenni dall’insostenibile enormità del male dell’antisemitismo nazista e la storia abbia integrato lo sterminio di milioni di ebrei, nonostante di recente acquisizione in Italia l’istituzione del registro delle unioni civili, nonostante la legge Mancino punisca chi incita all’odio e alla discriminazione di un’altra razza, religione e colore di pelle, non è ancora tempo di gridare vittoria della libertà di tutti. E’ solo quando tutti i cittadini vengono trattati nello stesso modo, infatti, che la libertà di ognuno diventa effettiva; è solo quando avviene il naturale travaso dall’uguaglianza dei diritti all’uguaglianza nella diversità che si compie la democrazia; è solo quando lo Stato garantisce un’effettiva integrazione degli altri, dei ‘diversi’ nel tessuto sociale che si realizzano i presupposti di una reale accoglienza. Pur consapevoli, infatti, che il nostro e non solo, è un Paese esposto ai continui flussi migratori; pur consapevoli che ormai siamo in presenza di una società multirazziale e multiculturale; pur consapevoli che il fenomeno dei matrimoni misti è destinato ad aumentare, resta immutato l’atteggiamento diviso, quasi schizofrenico, della società civile. Ancora lontani da una compatta accettazione ed accoglienza dei ‘diversi’, gli italiani, quando non si lasciano sopraffare da pericolosi sentimenti di odio o intolleranza, continuano a essere divisi in due blocchi contrapposti, quelli favorevoli e quelli contrari. Comodamente ed eternamente oscillante tra accoglienza e rifiuto, l’atteggiamento schizofrenico degli italiani si rispecchia fedelmente negli interventi normativi che, dal 1990 ad oggi, dalla legge Martelli, alla legge Turco-Napolitano, alla legge Bossi-Fini, hanno definito e affinato la struttura giuridica del fenomeno immigrazione. Impegnati infatti a perseguire i clandestini, tali interventi normativi hanno trascurato di costruire le basi sociali e culturali sulle quali poggiano l’accoglienza e l’effettiva integrazione.

Un’Italia che non ha una legge sui matrimoni gay e le unioni civili, un’Italia carente di una legislazione sui reati di omofobia e transfobia, un’Italia che regola l’immigrazione di chi è fuggito dalla disperazione attraverso la repressione della legge Bossi-Fini, non può definirsi ancora uno stato di liberta e di uguaglianza. Non può, nonostante le grandi dichiarazioni di principio, far sentire tutti, allo stesso tempo, diversi e uguali.

Mary Divella

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