La sicurezza del Papa

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Qualche motivo di apprensione sulla sicurezza legata alla persona di Papa Bergoglio è giustificato, perché oltre tutto il Pontefice vive con irrequietezza le misure di sicurezza che, di volta in volta, si vede imporre. Ne sanno qualcosa le Guardie Papaline della Gendarmeria vaticana, che all’inizio hanno faticato per convincere il Papa argentino ad accettare un minimo di prevenzione.

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«Sull’auto blindata ci salite voi!». Si dice che questa sia stata l’esclamazione spontanea fuoriuscita dalla bocca di Sua Santità difronte alla prima offerta di protezione, peraltro di routine. Durante la visita alla Parrocchia di Tor Sapienza, sita nella periferia della città eterna, a dicembre del 2013, disse dal pulpito: «Se qualcosa vi ha disturbato di questa visita, forse un eccesso di sicurezza, sappiate che io non sono d’accordo con quello, sono d’accordo con voi».

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E quando alcuni mesi dopo decise di andare a far visita ad un amico protestante abitante a Caserta, in Campania, non fu facile fargli capire che usare l’auto invece dell’elicottero avrebbe comportato problemi maggiori: Autostrada del Sole congestionata, scorta della polizia, posti di blocco. Alla fine si adattò ad un piccolo elicottero. Sebbene ora si sia abituato a convivere con gli imperativi della prevenzione, e ad accettarli a malincuore. Sembra perfino che i suoi diretti collaboratori a volte scherzino con lui sulle minacce di morte. «Santo Padre, ancora non l’hanno ammazzata oggi?», lo apostrofano superando il timore reverenziale che pure incute. «Jorge, ti proteggono abbastanza?», gli gridano i connazionali alle udienze, sotto gli occhi inquieti dei bravi e preparati agenti in borghese con l’auricolare, disposti strategicamente a distanza intorno a lui anche sul sagrato di piazza San Pietro.

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Il Pontefice ha imposto un modello di religiosità che significa distruzione di qualunque diaframma tra il papa-re ed i suoi sudditi: uno stile che lo ha reso un mito delle folle, e un obiettivo terroristico potenzialmente «facile». Una volta il Cardinale statunitense Timothy Dolan ebbe a spiegare in un’intervista che Papa Francesco si dovrà abituare alle restrizioni necessarie per garantire la sua incolumità personale: anche lui ci si era rassegnato quando era il capo dei vescovi Usa. Ma non è chiaro quanto il Pontefice si sia adattato davvero a tutto questo, ammesso che lo abbia davvero fatto.

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Un Cardinale italiano che conosce bene Casa Santa Marta sostiene da tempo che prima o poi potrebbe accadere qualcosa di grave e tale da suggerire il trasferimento del Papa nell’Appartamento papale sito nel palazzo apostolico: quello occupato dai predecessori, oggi vuoto anche perché identificato con gli intrighi e gli scandali di Vatileaks: il furto di documenti riservati di Benedetto XVI, compiuto dal suo maggiordomo. Ma il Papa non appare turbato da quanto sta avvenendo.

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È assillato dalle persecuzioni e le stragi dei cristiani in Medio Oriente, e non smette di ricordare le vittime del terrorismo. Ha appena condannato l’ultimo attentato alla Sinagoga di Gerusalemme. Non si preoccupa affatto per i rischi che corre personalmente; né è intenzionato a cambiare residenza e abitudini. Il quotidiano «La Nación» di Buenos Aires ha riferito che Juàn Carlos Molina, un prete argentino di un’organizzazione che combatte il traffico di droga il 12 novembre è stato a colloquio con Papa Francesco per ben quaranta minuti. Hanno sorseggiato insieme con la cannuccia il mate caldo, l’infuso tipico del loro Paese. E Molina ha raccontato di avere detto al Papa, dandogli del tu come fanno molti sacerdoti che lo conoscono dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires: «Attento, ti possono ammazzare. Francesco mi ha risposto: “È la cosa migliore che mi potrebbe capitare. E anche a te...”». Non erano parole rassegnate. Sembrava dire, più semplicemente, che bisogna essere pronti anche al martirio.

Francesco Mavelli

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