Coronavirus, fa il giro del mondo la foto della “preghiera dell’ambulanza”.

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Ci sono immagini potenti, evocative, che a prescindere dal Credo religioso di appartenenza toccano chiunque e sono destinate a restare nella storia.

È di qualche giorno fa la struggente immagine di Papa Francesco da solo in una piazza San Pietro vuota e bagnata dalla pioggia che pronuncia l’omelia “Da settimane sembra che sia scesa la sera … ”

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“Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: Siamo perduti, così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.”

Quelle del Papa sono parole che arrivano dritte al cuore rendendoci consapevoli che con la tempesta è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine così come è rimasta scoperta, ancora una volta, quella appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

Eccoli dunque immortalati in uno scatto che ha fatto il giro del mondo e che getta un po’ di luce in un momento così buio per il mondo intero “i fratelli”.

La foto, scattata nella città meridionale di Be’er Sheva da un loro collega, è stata pubblicata su Facebook e Instagram dallo "Scudo Rosso di David" accompagnata da un messaggio: "Una bellissima foto che mostra come gli israeliani si uniscono in un periodo di crisi".

E poi ancora: "Siamo felici che questa potente immagine abbia ispirato le persone in tutto il mondo in questo momento difficile"

Uno in piedi con gli occhi a Gerusalemme, l’altro in ginocchio con il volto in direzione della Mecca. Sono lì, in quello scatto i due mondi contrapposti da decenni uniti in preghiera. Avraham Mintz, ebreo di Beersheba, e Zoher Abu Jama, arabo della città vicina di Rahat, sono scesi dal mezzo di soccorso.

Il primo si è avvolto nel suo tallit, lo scialle per la preghiera, e ha rivolto lo sguardo verso Gerusalemme, il secondo si è inginocchiato sul suo tappeto e ha iniziato a pregare in direzione della Mecca.

“Questa malattia non fa distinzione fra le religioni”

“Cerchiamo di pregare insieme, anziché prenderci dei momenti separati. Abbiamo molte emergenze da affrontare in questo momento”, ha spiegato Mintz in un’intervista al New York Times.

Al pronto soccorso arrivano oltre 100mila richieste d’aiuto. "Il mondo intero sta combattendo contro il Coronavirus. Questa è una malattia che non fa distinzione di religione o di altro genere. Le differenze le metti da parte. Lavoriamo insieme, viviamo insieme. Questa è la nostra vita" conclude Abu Jama.

Parole semplici che al tempo del Coronavirus assumono un significato universalmente condiviso.

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In questo drammatico momento storico il mondo ha bisogno più che mai di ritrovare quei valori sopiti da tempo come l’amore verso i propri fratelli, ma soprattutto ha bisogno di unirsi in preghiera, ed è anche per dare risposta a questa esigenza universale che lo scorso 26 marzo i rappresentanti di ebraismo, cristianesimo e islam hanno pregato insieme a Gerusalemme per la fine della pandemia.

«La preghiera che innalziamo è che da Gerusalemme parta una guarigione piuttosto che una pandemia», ha commentato all’agenzia di stampa Sir il Custode di Terra Santa, il francescano padre Francesco Patton.

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La preghiera si è svolta al Municipio di Gerusalemme con la partecipazione dei capi delle fedi ebrea, cristiana e musulmana.

Si tratta di un’iniziativa voluta dalla Municipalità della Città Santa e dal suo sindaco, Moshe Lion, per invocare protezione dal Coronavirus.

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“È stato un momento significativo vissuto nello spirito degli incontri di Assisi - racconta il Custode, presente alla preghiera con l’Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa - che ha visto tutti i figli di Abramo invocare l’Altissimo per la fine della pandemia, ciascuno secondo la propria tradizione. Il virus non opera distinzioni tra le fedi ma colpisce tutti nella nostra umanità. Davanti al virus ci stiamo riscoprendo fragili”.

“Per i cristiani ha preso la parola il Patriarca greco-ortodosso Teofilo III - prosegue il Custode - che ha invocato la misericordia di Dio e ricordato le guarigioni di Gesù. Un momento di silenzio ha fatto seguito a ogni intervento durante il quale ciascuno dei presenti ha potuto pregare personalmente. Io ho recitato il Padre Nostro che ritengo essere una potente preghiera di guarigione e di esorcismo dal male e dal Maligno che può manifestarsi in tanti modi. Gli altri rappresentanti, nei loro interventi, hanno allo stesso modo chiesto misericordia, guarigioni e protezione contro il Coronavirus. Un’intenzione particolare è stata rivolta a Gerusalemme. Non dimentichiamo mai quando, nell’Antico Testamento, il re Davide prega Dio perché fermi l’Angelo Sterminatore. La preghiera viene esaudita da Dio e la peste si blocca in prossimità della Città Santa”.

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“Il Coronavirus - ha detto il sindaco Lion, le cui parole sono state riportate da un portavoce - ha causato molte morti in tutto il mondo. Non distingue tra religioni, paesi, nazioni, né continenti. Il pericolo aleggia su tutti noi e, come tale, la responsabilità ricade su tutti noi, su ognuno di noi. Che tutte le nazioni sappiano che il nome di Dio è un solo nome”.

Proprio come quella semplice foto di Avraham e Zoher ha saputo raccontare.

Gianmatteo Ercolino

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