El Salvador: membri di gang rivali rinchiusi in cella con i propri “nemici”.

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Quanto può essere difficile far coincidere il rispetto dei più basilari diritti umani di un detenuto con l’altrettanto sacrosanto diritto di una popolazione di trascorrere una vita al riparo dai soprusi e dal cinismo della criminalità? Gran parte dell’opinione pubblica, innanzi a tale quesito, sarebbe forse disposta a sacrificare qualunque forma di dignità delle persone che si macchiano o che in passato si sono macchiate di reati gravi pur di tutelare la tranquillità della restante parte della popolazione, eppure, esiste un limite che neppure il nostro desiderio di giustizia o la nostra fame di legalità dovrebbe spingerci ad oltrepassare? La risposta a questa domanda è ben più complessa di quanto non possa inizialmente apparire, o perlomeno, questo è quello che saremmo tentati di pensare considerando quanto in questi giorni sta accadendo in un piccolo ma importante Paese dell’America centrale, l’El Salvador. Tutto è iniziato con l’arrivo nel Paese dell’epidemia di Coronavirus che come in quasi ogni altra regione al mondo ha provocato una totale concentrazione degli sforzi politici e delle attenzioni delle forze dell’ordine al fine di garantire il rispetto delle norme necessarie a limitare la diffusione del Virus; sfortunatamente, ad approfittare di questa situazione sono stati soprattutto i membri delle “Maras”, importanti bande criminali composte da quasi 70.000 elementi e presenti soprattutto nei quartieri densamente popolati.

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Storicamente dedite soprattutto allo spaccio di sostanze stupefacenti e alle estorsioni le Maras costituiscono, tra le altre cose, una delle principali ragioni per cui ogni anno a El Salvador si registra un elevato numero di omicidi: nel periodo più violento della propria storia lo Stato ha registrato un tasso di circa 60 uccisioni al giorno e sebbene tale numero sia calato vistosamente negli ultimi anni fino a stabilizzarsi intorno ad un più rassicurante tasso di 2,1 omicidi giornalieri nel corso dello scorso marzo, a causa della Pandemia e del conseguente disordine creatosi nel Paese le bande criminali hanno avuto l’occasione di riprendere spavaldamente le proprie attività riportando il numero di assassinii compiuti quotidianamente a cifre molto preoccupanti.

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Com’era inevitabile il Governo del giovanissimo ma decisionista Bukele è immediatamente passato al contrattacco approvando dapprima delle nuove norme che autorizzano l’omicidio per autodifendersi o per difendere la vita di una persona in pericolo e soprattutto mirando drasticamente a colpire il punto più debole delle Maras: i loro leader in carcere. Fin dall’inizio il Presidente ha infatti sostenuto che quest’ultimi ordinassero l’esecuzione dei diversi omicidi attraverso contorti segnali effettuati tramite gli asciugamani di cui erano provvisti in carcere e che ci fosse il loro zampino dietro l’escalation di violenza venutasi a creare nel Paese; per evitare che ciò accadesse nuovamente Bukele ha dato l’ordine di sigillare a tempo indeterminato ogni cella del carcere di Zacatecoluca (la misura verrà presto estesa anche ad altri sei penitenziari) privando i prigionieri di ogni possibilità di comunicare con l’esterno. Ma non è tutto perché a causa delle nuove disposizioni dell’esecutivo all’interno di ogni cella verranno fatti sistemare membri di clan diversi e talvolta addirittura in lotta tra loro, sebbene quest’ultima decisione rischia concretamente di trasformarsi in un boomerang dal momento che i leader di gang differenti tra loro potrebbero mettere da parte le proprie antiche divergenze al fine di coalizzarsi contro il governo.

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Infine, Bukele ci ha tenuto ad umiliare personalmente i propri prigionieri disponendo che venissero filmati ammassati e seminudi nel cortile del penitenziario e diffondendo personalmente il video sui social network. L’insieme di queste drastiche decisioni ha diviso l’opinione pubblica fra chi giudica le scelte del Presidente come necessarie e chi invece, tra cui Human Rights Watch e molte altre organizzazioni umanitarie, le reputa eccessive ed incoerenti con i principi che gli statuti internazionali, ancor più che la nostra tolleranza umana, dovrebbero ispirarci nel trattare ogni essere umano … perfino un criminale di indicibile ferocia e d’indescrivibile pericolosità.

Gianmatteo Ercolino

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