IL CALDO FERMERA’ IL CORONAVIRUS ?

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Secondo una ricerca fatta dall’Università di Princeston e pubblicata sulla rivista Science si apprende come sarebbe improbabile che l’arrivo dell’estate e il relativo rialzo delle temperature possa, in qualche modo, arginare i contagi. I ricercatori infatti, affermano che il vasto numero di persone ancora vulnerabili al coronavirus e la velocità con cui il virus si sta diffondendo non potrà essere fermato dalle condizioni climatiche estive. Le alte temperature e l’umidità infatti sarebbero poco efficaci se la maggior parte delle persone è ancora suscettibile al contagio afferma lo studio. Secondo Rachel Baker, una delle prime autrici della ricerca condotta dal Princeton Enviromental Institute, la rapida diffusione del coronavirus ai tropici e nell’emisfero australe, dove il virus è arrivato proprio durante la stagione estiva, indica che le alte temperature potrebbero fare ben poco per bloccare la pandemia. Di parere differente sembra essere uno studio italiano condotto da una equipe di scienziati guidati da Diego Rubolini e Francesco Ficetola dell’Università Statale di Milano.

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Secondo la loro teoria il virus si diffonde in maniera più rapida alle basse temperature, a dimostrazione di ciò vi è la diffusione avvenuta da est ad ovest e di una specifica fascia climatica dove si trovano la Cina, l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Sta di fatto che nel 2003 l’epidemia sars si arrestò proprio con la bella stagione, l’organismo con le alte temperature si difenderebbe meglio dalle infezioni delle vie aeree, ma anche di questo non vi è certezza, perché se è vero che la sars sparì improvvisamente con la bella stagione non è, ancora oggi, scientificamente provato che la causa sia stato l’aumento della temperatura. Ovviamente nessuno di questi fattori da solo potrà arrestare un virus nuovo, che trova un sistema immunitario impreparato ma, ogni ricerca è ben accetta. I ricercatori dell’Università di Princeton hanno eseguito inoltre delle simulazioni su come la pandemia reagirebbe in condizioni climatiche differenti ipotizzando tre scenari: nel primo il coronavirus avrebbe la stessa sensibilità climatica dell’influenza, nel secondo e nel terzo scenario invece al coronavirus è accumunato ai coronavirus umani OC43 e HKU1 che causano il “comune” raffreddore. In tutti e tre gli scenari il clima assume un ruolo fondamentale solo quando un numero rilevante della popolazione umana diventa immune o resistente al virus. Rachel Baker ha così concluso: “più aumenta l’immunità nella popolazione, più ci aspettiamo che aumenti la sensibilità del patogeno al clima”. Certamente in questa fase 2, caratterizzata da graduali aperture e di ripresa delle attività sociali, in mancanza di un vaccino che fermi l’epidemia restano sempre valide le misure di contenimento come il distanziamento sociale, l’uso della mascherina, il lavaggio frequente delle mani e soprattutto il buon senso da parte di tutti noi.

Anna Di Fonzo

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