USA: CONTINUANO GLI SCONTRI DOPO ASSASSINIO FLOYD

Sono morti un agente e un ragazzo 19enne. Intanto, un’autopsia palesemente falsa tenta di insabbiare l’accaduto

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cms_17705/0v.jpg“George Floyd non è morto né per asfissia, né per strangolamento, bensì per patologie pregresse”. L’autopsia resa nota dalle autorità americane fa probabilmente infuriare ancora più della morte stessa dell’uomo 46enne. Davanti a un video che ha mostrato al mondo il modo barbaro in cui Floyd è stato assassinato da un agente di polizia mentre implorava di lasciarlo respirare, l’autopsia, in pieno stile “Cucchi è morto di epilessia”, dice che la vittima non sarebbe morta a causa di quel ginocchio premuto per 9 minuti sul suo collo. Una vergogna che mostra ancora di più il marcio che c’è nel sistema americano: del marcio che bisognerebbe essere in malafede per negare.

La famiglia di George Floyd, ovviamente, non è rimasta indifferente al vergognoso referto, e si è immediatamente mossa per richiedere una “autopsia indipendente”. “La famiglia non si fida di nulla che arriva dal dipartimento di polizia di Minneapolis. La verità l’abbiamo già vista”, ha detto l’avvocato Ben Crump. Del resto, come potrebbe la famiglia di Floyd fidarsi di quello stesso dipartimento da cui è uscito l’agente che ha ucciso un uomo inerme?

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Forse anche a causa del palese tentativo di insabbiare la vicenda, nonostante nella serata di venerdì sia stato finalmente arrestato il poliziotto Derek Chauvin, protagonista in negativo del video che ormai tutti conosciamo, la folla continua a essere inferocita, e le proteste partite da Minneapolis si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il Paese: Louisville, in Kentucky, New York City, Atlanta, Denver, Houston, San Jose e Bakersfield, in California, Chicago, Detroit, arrivando persino sotto la Casa Bianca. Lì, i manifestanti hanno tentato di rimuovere una cancellata e forzare il blocco delle fdo, con gli agenti dei Servizi Segreti che hanno però sostituito celermente quest’ultima, riuscendo a contenere la situazione. Il sit-in è quindi proseguito per tutta la notte. Donald Trump, che già negli scorsi giorni aveva minacciato tramite twitter di far aprire il fuoco contro i manifestanti indisciplinati (cosa per la quale il social network ha oscurato il tweet stesso per “esaltazione della violenza”), ha affermato che, se i manifestanti di Washington avessero superato le barricate, "Sarebbero stati accolti dai cani più feroci e dalle armi più minacciose che io abbia mai visto. E questo sarebbe stato il momento in cui la gente si sarebbe fatta veramente male”. Trump conferma così la sua linea degli ultimi giorni: solidarietà verso la famiglia di George Floyd, ma totale intolleranza e repressione verso chi protesta per l’accaduto, e che, a suo avviso, “infanga la memoria di Floyd usando la violenza”.

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A Oakland almeno 7.500 persone sono scese nelle strade della città per manifestare, come ha riferito il dipartimento di polizia locale alla Cnn. È stato lo stesso dipartimento a far sapere che “due agenti dei Servizi di protezione federale di stanza all’edificio federale di Oakland Down Town hanno subìto ferite da arma da fuoco” e che uno dei due “non ce l’ha fatta”. A Detroit, invece, un ragazzino di 19 anni è deceduto dopo che qualcuno, poi fuggito, ha sparato sulla folla di manifestanti da un suv.

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Il Pentagono ha chiesto all’esercito di tenere diverse unità militari (si parla di 1700 uomini) pronte ad essere dispiegate a Minneapolis, mentre il governatore della Georgia, il trumpianissimo Brian Kemp, ha dichiarato lo stato d’emergenza a Fulton County, dove si trova Atlanta, a causa delle tensioni e dei tafferugli. Lo stato d’emergenza consente al governatore di attivare fino a 500 uomini della Guardia Nazionale "per proteggere la gente e i beni di Atlanta". Altri tentativi di repressione si sono sprecati, come ad esempio il coprifuoco a Minneapolis, ovviamente non rispettato, e l’arresto di diversi giornalisti che erano presenti sul campo a raccontare le proteste.

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Forse non si può parlare ancora di guerra civile, ma di sicuro in USA sta succedendo qualcosa di molto grosso, che non si vedeva da moltissimo tempo. La furia distruttrice che sta portando intere città ad ardere non è sicuramente giustificabile in alcun modo, ma è tuttavia comprensibile (c’è una differenza tra le due cose), ed è probabile che la repressione non sia lo strumento giusto, perché è evidente che sia necessaria una revisione totale dei poteri discrezionali e del monopolio della violenza da parte della polizia.

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Alcuni parlamentari americani sembrano averlo capito. Jerrold Nadler, presidente Dem della Commissione Giustizia della Camera, ha annunciato che a giugno convocherà un’udienza per considerare nuove azioni federali che potrebbero aiutare a fermare la violenza razziale, in particolare gli atti di brutalità da parte delle forze dell’ordine contro la minoranza afroamericana. Nadler ha inoltre anticipato che la sua commissione punta a vietare la "presa per il collo" (in realtà, fa riflettere il fatto che una cosa del genere non sia già vietata) e a creare una commissione che studi lo status sociale degli afroamericani. Al Senato Lindsey Graham, presidente repubblicano della commissione Giustizia, ha riferito che acquisirà testimonianze e proposte per combattere la discriminazione razziale in relazione all’uso della forza e a migliorare le relazioni tra la polizia e le comunità in cui operano.

Giulio Negri

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