RUSSIAGATE, TRUMP GRAZIA IL SUO EX CONSIGLIERE

Roger Stone doveva scontare tre anni e quattro mesi. Biden: “abuso di potere”

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Il presidente Donald Trump ha commutato la pena concedendo la grazia al suo consigliere e amico di lunga data Roger Stone. Lo ha annunciato la Casa Bianca. Stone, 67 anni, era stato condannato lo scorso febbraio a tre anni e quattro mesi di carcere, giudicato colpevole rispetto a tutti e 7 i capi d’imputazione del procuratore speciale per il Russiagate, Robert Mueller, tra cui intralcio alla giustizia, falsa testimonianza davanti al Congresso americano, intimidazione di testimoni, collusione con Wikileaks. Avrebbe dovuto iniziare a scontare la pena dal prossimo 14 luglio. L’atto di clemenza è arrivato neanche un’ora dopo la sentenza di un tribunale d’appello che ha respinto il ricorso di Stone per far slittare l’ingresso in carcere. Accuse gravissime, quelle che erano state confermate contro di lui, ma rispetto alle quali Donald Trump ha espresso una chiara opinione: "Roger Stone è una vittima della bufala russa che la sinistra e i suoi alleati nei media hanno perpetuato per anni nel tentativo di minare la presidenza Trump".

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Ovviamente, il fatto che Trump abbia sfruttato il proprio potere di graziare per liberare un proprio amico ed ex-consigliere ha scatenato enormi polemiche, proprio in un periodo in cui ancora più del solito si discute sulla legittimità di certi modi che ha il Presidente USA di utilizzare le proprie prerogative. Joe Biden, il candidato democratico alla Casa Bianca, ha affermato: "Il presidente Donald Trump ha nuovamente abusato del suo potere, concedendo la commutazione della pena sabato sera, sperando ancora di evitare il controllo mentre devasta le norme e i valori che rendono il nostro Paese un faro luminoso per il resto del mondo". Stone è stato l’ultimo dei sei uomini di Trump incriminati nell’ambito delle indagini sul Russiagate, il caso giudiziario che si è reso protagonista della politica statunitense sin dal 2016, anno dell’elezione dell’attuale Presidente.

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Le responsabilità del tycoon nelle ingerenze russe nella campagna elettorale americana non sono state provate, anche a causa di diversi patteggiamenti, ma, come già detto, diversi esponenti di punta dell’ideologia trumpiana sono stati dichiarati colpevoli di reati di una certa gravità, insieme a ben dodici funzionari dell’intelligence russa. Secondo il New York Times l’ingerenza russa si sviluppò lungo tre direttrici: intercettazione e divulgazione di documenti del partito rivale; massicce attività fraudolente (delle quali la principale è la divulgazione di fake news) mediante profili Facebook e Twitter; contatto con associati alla campagna presidenziale di Trump. Il procuratore Mueller, commentando il proprio rapporto finale, pubblicato nel 2019, affermò: “Il rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un crimine, ma neanche lo esonera”. Adesso, Donald Trump va (non certo per la prima volta) allo scontro frontale con la giustizia americana, liberando autonomamente i propri amici incriminati nel caso.

Giulio Negri

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