IL PROBLEMA DELLA FORZA NELL’ILIADE. LA GUERRA DI TROIA - (IV^ PARTE)

1651454757IL_PROBLEMA_DELLA_FORZA_NELL’ILIADE.jpg

CONSIDERAZIONI FINALI: DEI ED EROI NELLA TRADIZIONE CLASSICA

cms_25880/1.jpgIl conflitto fra Achille e Agamennone rappresenta dunque il momento del logoramento e della crisi della morale omerica, che si manifestano proprio nelle due figure chiamate a rappresentarne più emblematicamente i valori e le virtù. Poiché il conflitto chiama direttamente in causa l’intervento della divinità, esso non può che innescare, sullo sfondo, un simile processo di crisi nelle figure della religione omerica. L’impossibile città degli eroi tende a rendere impossibili i loro dèi.

Gli dèi omerici sono sovraumani solo nel senso che essi soverchiano per potenza e per l’immortalità la figura dell’eroe, rappresentandone quindi il perfetto compimento. Come gli eroi, gli dèi sono privi di qualità morali che non consistano nella virtù della loro forza; come quella degli eroi, la loro società presenta equilibri di potere precari, oscillando tra la forma dell’oikos sottomesso al padre Zeus e l’anarchia prepolitica. Del resto, la catena dei risentimenti per l’onore offeso non è innescata nell’Iliade né da Agamennone né da Achille, bensì proprio da Apollo, cui è stata sottratta la fanciulla Criseide, figlia di un suo sacerdote e quindi parte dei suoi beni.

Il coinvolgimento della società degli dèi con quella degli uomini è immediato e diretto, tanto più che i secondi sono spesso legati ai primi da vincoli di discendenza, oltre che dai necessari tributi di rispetto, venerazione e sacrificio. Questo coinvolgimento va dalle micidiali frecce scoccate da Apollo contro il campo dei Greci, per vendicare il torto subito, fino a quelle che Atena mette in opera per placare l’ira di Achille: “chi obbedisce agli dèi, molto essi l’ascoltano”. Il rapporto diretto fra società divina e società umana comporta anche, nell’universo omerico, una conseguenza di grande rilievo.

Esso rende inutile o irrilevante la mediazione sacerdotale: eroi e comunità hanno i loro mezzi, dai legami di parentela alle pratiche sacrificali, per farsi ascoltare dagli dèi; se l’indovino puo’ essere utile per comprendere la volontà divina, per lo più essa viene manifestata direttamente agli interessati da apparizioni, messaggeri, sogni. Il sacerdote appare dunque piuttosto un amministratore dei beni degli dèi, un controllore del rispetto loro dovuto, che un intermediario fra uomini e dèi.

L’eccessiva vicinanza e somiglianza degli dèi produce, nel momento del conflitto e della crisi, il loro logoramento, parallelo e analogo a quello subito dalle figure eroiche, nell’incapacità di fungere da garanti di una norma superiore alle parti in conflitto e valida per entrambe, alla cui luce dirimere, arbitrare e valutare il conflitto.

La crisi morale della società omerica innesca la crisi religiosa, ed è al livello delle rappresentazioni della divinità che verranno cercate le risposte. In quanto doppio della società eroica, la società degli dèi poteva amplificarne i problemi, non risolverli; né poteva rispondere all’esigenza, che la crisi veniva rendendo acuta, di una universalizzazione dei valori che rendesse finalmente possibile, da un lato, una società politicizzata, dall’altro una concezione del senso dell’individuo libera dai vincoli dell’arete eroica.

cms_25880/2_1651454800.jpgI primi segni di questa necessaria moralizzazione della religione sono già percepibili nella stessa Iliade. Se da un lato gli dèi temono la collera cieca di Zeus, piu’ tardi egli si avvia a diventare garante di giustizia a compiere la sua metamorfosi, in nome di un valore nuovo e praticamente innominato. La metamorfosi di Zeus in signore della giustizia compie infatti un lungo cammino, attraverso l’Odissea che ne contiene larghe tracce, fino a culminare, fra VI e VII secolo, nei poemi di Esiodo. Nella Teogonia, per l’esigenza di normalizzare la società degli dèi, Esiodo traccia la sua storia e le gerarchie di potere che ne risultano; nelle Opere, si esprime l’esigenza di pacificare il mondo degli uomini, attraverso una giustizia che è verdetto imparziale che viene da Zeus.

Per legittimare questo nuovo e quasi inaudito valore, Esiodo deve divinizzarlo, e insieme deve giustificare, moralizzare la divinità. Ma ora Zeus è soprattutto là per punire, anche se spesso la punizione di Zeus sembra tardare. Il senso della colpa possibile e della punizione inevitabile, anche se dilazionata, indica un’ansietà religiosa ignota al mondo dell’Iliade.

Della religione olimpica resta ben poco, dopo la crisi dell’Iliade, sul piano morale. Tuttavia, l’Iliade aveva posto un problema che esigeva una soluzione: il problema di reperire una possibilità di riferimento condivisa. A questo problema vengono date, fra il VII e il V secolo, due forme di soluzione diverse. La piu’ forte consiste nel rendere possibile e nel fondare quella città, di cui l’esercito a Troia costituiva una prefigurazione contraddittoria, per la quale occorrerà elaborare il pensiero della “legge”, tanto in senso politico-giuridico quanto in senso morale: una legge che garantisca la distribuzione regolata dei poteri, che controlli istituzionalmente i conflitti assegnando imparzialmente ragioni e torti, che assicuri infine l’interiorizzazione di un piano di valori comuni e condivisi, sostituendo la figura di un “noi” collaborativo a quella del vecchio “io” agonale e competitivo.

cms_25880/3.jpgLa legge, la città, la politicizzazione del problema morale saranno dunque le prime risposte che la storia greca darà alla crisi dell’Iliade. Ma anche altre risposte verranno tentate, in parallelo con gli sviluppi religiosi: destinate a lungo a restare minoritarie e marginali, esse avranno però un eccezionale impatto culturale e filosofico, finendo con l’esercitare una funzione erosiva anche nei riguardi del potente pensiero della legge e della città.

Si tratta non più di fare dell’esercito una città, ma dell’uomo un “io”: di muoversi cioè nel senso di una interiorizzazione radicale del problema morale. L’anarchia da superare non è quella degli eroi ma dei gesti, dei corpi, delle passioni; occorre a questo scopo un ’organo’ che funga da principio di accentramento dell’io, da soggetto della vicenda della colpa e della salvezza, da ricettore della Giustizia divina: nasce il pensiero dell’anima, altrettanto debole o ignoto nel mondo dell’Iliade quanto lo era quello della legge.

E tuttavia niente consentirà ai Greci di superare l’Iliade, di dimenticare Omero. Se Omero era indimenticabile, l’lliade resta culturalmente insuperabile, spesso in contraddizione con realtà sociali mutate e con le loro diverse esigenze culturali. Anche nel contesto della polis, che esige la pacificazione e la collaborazione fra concittadini, la sua memoria continuerà ad agire in senso opposto, a offrire una giustificazione immediata ai comportamenti ispirati alla vecchia virtù, facendo sembrare segno di debolezza quelli richiesti dalla nuova situazione.

È più sorprendente rilevare come l’lliade avrebbe continuato ad agire non solo a livello di comportamenti morali ma nel campo stesso della teoria etica. Il carattere esemplare nell’eroe, che si offre come modello ostensivo di virtù attraverso la rappresentazione narrativa, torna in pagine culturalmente lontanissime come quelle dell’etica aristotelica. Quando Aristotele dice che il “canone e la misura” dell’azione morale è l’uomo virtuoso, egli abbandona le procedure dell’analisi teorica e le sostituisce con il riferimento ostensivo al personaggio esemplare, alla maniera della narrazione epica.

cms_25880/4.jpgDove l’eredità dell’Iliade agisce più a fondo e con maggiore tenacia è probabilmente nella stessa configurazione antropologica dell’uomo antico. Nell’eroe, l’eccesso passionale e comportamentale è normale, costituisce la dimensione stessa della sua eccellenza. Nelle nuove morali, nei comportamenti sociali richiesti da famiglie, città e stati, tutto ciò verrà a costituire aspetti patologici, come quelle malattie di anima e corpo che sono le passioni: l’ira, la collera, l’avidità di ricchezza, la brama dei piaceri.

È sorprendente che il lavoro assiduo dei sociologi non sia riuscito a venire a capo di questo arcaico grumo antropologico. Ancora nella matura società imperiale romana, Seneca dovrà scriverà un trattato contro l’ira e lo spirito di vendetta, vedendovi il principale morbo che affligge l’anima e lo stato, che continua ad agire in uno strato più profondo della costituzione della soggettività. Questa lunga durata antropologica spiega anche il carattere ripetitivo della problematica morale antica, in cui riecheggia, per quasi mille anni, un universo psichico apparentemente immutabile, come quello delle passioni omeriche. Poema della virtù agonale, del kratos, l’lliade tornerà ogni volta a rappresentare l’eccellenza e il successo nelle prestazioni competitive come simbolo dell’arete eroica.

FINE

***** ***** ***** ***** *****

La prima parte al link:

https://www.internationalwebpost.org/contents/IL_PROBLEMA_DELLA_FORZA_NELL%E2%80%99ILIADE__LA_GUERRA_DI_TROIA_(I%5EPARTE)_25589.html#.YlwzHOhByUk

La seconda parte al link:

https://www.internationalwebpost.org/contents/IL_PROBLEMA_DELLA_FORZA_NELL%E2%80%99ILIADE__LA_GUERRA_DI_TROIA_-_(II%5E_PARTE)_25688.html#.YmQfr9pByUk

La terza parte al link :

https://www.internationalwebpost.org/contents/IL_PROBLEMA_DELLA_FORZA_NELL%E2%80%99ILIADE__LA_GUERRA_DI_TROIA_-_(III%5E_PARTE)_25786.html#.Ym44wdpByUk

***** ***** ***** ***** *****

Gabriella Bianco

Tags:

Lascia un commento

[*COMMENTI*]

<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


News by ADNkronos


Salute by ADNkronos