SPIRITUALITÀ DAL BASSO - XIV^ PARTE

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Molte persone credono che avere una vita spirituale attiva, significhi ritirarsi a vivere in qualche luogo isolato o, comunque, rinunciare a tutte le gioie mondane. Niente di più falso.

Gesù stesso ci dice che pur non essendo DEL mondo, siamo NEL mondo, e tutti sappiamo bene come egli non rifiutasse la propria compagnia a chi lo invitava a feste e banchetti.

Siamo tutti vittime di un catechismo desueto e castrante, che nulla ha a che fare con il messaggio evangelico della gioia. Detto ciò, è altrettanto vero che una spiritualità sana ha bisogno di un sano stile di vita.

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Si racconta dell’eremita Giovanni che “quando rientrava in casa dopo un lavoro o dopo una riunione con i confratelli, prima di ogni cosa si prendeva del tempo per la preghiera, finché il suo pensiero fosse riportato all’ordine precedente”.

Ritagliarsi un tempo di meditazione e di preghiera prima e dopo le nostre attività, ci permette di rimanere presenti a noi stessi e di mantenere il controllo sulle nostre emozioni. Possiamo paragonare questo tempo che ci dedichiamo a una doccia che ci lava e ci ritempra. Se invece ci lasciamo fagocitare dalle nostre attività e dalle emozioni che ne scaturiscono, rischiamo di perdere il controllo della situazione e di disperdere le energie.

Una casa ordinata crea armonia non soltanto all’esterno ma anche all’interno di noi stessi. Allo stesso modo, una vita ordinata - che si fonda, cioè, su valori sani e positivi - crea armonia dentro di noi e anche all’esterno. Perché, non dimentichiamolo, il nostro corpo è la trascrizione fedele del nostra stato di salute interiore.

Diceva San Francesco d’Assisi: “Dovunque siamo e andiamo, noi abbiamo la cella con noi: fratello corpo è la nostra cella, e l’anima è l’eremita che vi abita dentro per pregare il Signore e meditare su di lui. Perciò se l’anima non rimane in tranquillità e solitudine nella sua cella, di ben poco giovamento è per il religioso quella fabbricata con le mani”.

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“Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.” (Matteo, 6,25-33)

Ero indecisa se trascrivere o meno tutto il testo evangelico ma queste parole sono di una tale bellezza e verità, che ho ritenuto opportuno offrirvele nella versione integrale.

Il Cristo dice che non dobbiamo darci pensiero, perché tutto ciò che ci occorre per vivere lo riceveremo certamente. Una sola cosa conta: cercare “il regno di Dio e la sua giustizia”. Cosa significa? Di certo non è un invito a diventare monaci o monache, né tantomeno a praticare una religione o una filosofia. Il regno di Dio non è un luogo ma una persona: noi stessi.

L’invito evangelico è quindi quello di cercare noi stessi, di scoprire la scintilla divina che c’è in noi.

Inoltre, il termine greco “giustizia” - che deriva dal sostantivo “dike” - significava, in origine, “colei che indica”, quindi che dà una direttiva.

Il regno di Dio è la nostra anima immortale, la quale è regolata da leggi divine che abitano in noi e che chiamiamo “coscienza”.

Cercare “il regno di Dio e la sua giustizia”, è dunque l’obiettivo principale dell’essere umano, nonostante e attraverso le sue incombenze terrene.

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Siamo sì esseri di luce ma - almeno per il momento - incarnati nella materia. È quindi necessario che anche il nostro corpo vada di pari passo con il nostro spirito. Prendersi cura del nostro corpo attraverso la pulizia, l’esercizio fisico, il riposo non è sufficiente se non abbiamo anche un’alimentazione equilibrata e - sarebbe auspicabile - vegetariana.

“Il corpo umano è un tempio. Come tale va curato e rispettato, sempre”, così recita Ippocrate. E San Paolo: “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi.” (1 Corinzi 3:16–17)

Bisogna dunque avere cura del proprio corpo e trattarlo come vorremmo fosse trattato dagli altri. Esso è lo strumento con il quale possiamo compiere tutte quelle meraviglie di amore e di ingegno che l’essere umano è capace di fare.

Come in cielo, così in terra, recita la preghiera più famosa al mondo. Come dentro, così fuori, potremmo parafrasare. Il punto è che non esiste vita sana senza un sano stile di vita e, quindi, che non vi è dicotomia tra lo spirito e la materia.

Ognuno di noi può trovare il proprio percorso: l’importante è raggiungere l’obiettivo.

Come dico spesso, andate dove vi porta il cuore, perché lui solo vi è più intimo di voi stessi e “ricorda” la beatitudine e la gloria del luogo da cui proviene. Persino la Scienza, ormai, ha convenuto che il cuore ha una memoria. È stato scoperto, infatti, che il motore del nostro corpo ha dei neuroni - chiamati "neuroni sensoriali" - che trasmettono informazioni ascendenti al cervello.

Lasciamoci dunque trasportare dal nostro cuore; ascoltiamolo e troveremo la strada che ci condurrà alla piena espansione del nostro essere.

Simona HeArt

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