"LASCIARE TRIESTE" VOLENDOVI RITORNARE

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Mentre una città gioiello, come Trieste, risplende ancora di più sotto le luci di Natale; con il libro “LASCIARE TRIESTE” edito da Pendragon e celebrato all’apice del successo ad un anno dalla pubblicazione, l’autore Christophe Palomar sembra aver voluto narrare un preannunciato senso di nostalgia che non potrà non accompagnarsi alla partenza dalla città che, per tanti versi, tocca le corde di un sottile coinvolgimento; per cui, un forestiero sarà spinto a ritornarvi.

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Non si tratta di un vero romanzo, non essendovi raccontata una storia particolare; tuttavia, c’è una connotazione autobiografica del “viaggio” del protagonista- manager che, da 17 anni, si sposta di luogo in luogo vivendo una vita frenetica, in situazioni sempre provvisorie fra aeroporti e alberghi; finchè la destinazione a Trieste, dove dovrà fermarsi più a lungo, lo porta a prendervi una casa in affitto.

cms_8028/3.jpgEssendovi arrivato nella stagione primaverile, con il capoluogo Giuliano c’è stato, dapprima, solo un approccio improntato alla percezione di essere giunto in una città di “cieli velati” e, soprattutto, fatta di “marmo”. Qui, innanzitutto, il protagonista ha la necessità della sistemazione in una casa, dove le sue cose risultano un di più rispetto all’arredo dominante impregnato del vissuto del “signore” che vi aveva abitato. Pertanto, l’inserimento in una routine, fatta di cure della quotidianità, lascia solo spazi fugaci ad un inizio di riflessione su quel nuovo approdo connesso alla sensazione latente di una personale inquietudine caratteriale che, aldilà di una recente delusione subita, lo porta “in fuga da tutto e da tutti”,

Ma, poi, diviene sempre più intensa la presa di contatto di questo forestiero con la città in cui soggiorna, scoprendosi sempre più spinto a volerne trasmettere le immagini e le riflessioni indotte, scrivendone capitoli da cui emerge che l’unica vera protagonista è proprio Trieste.

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Innanzitutto, la città viene osservata nel diverso aspetto in cui si mostra nell’alternarsi delle stagioni; non assomigliando mai ad una città mediterranea, neanche nelle giornate estive più calde e, tanto meno, per il suo mare che “non ha colore azzurro”. Trieste appare, piuttosto, come città nordica in cui, nella stagione autunnale, si susseguono “lente” giornate, a parte il fermento della prima parte del mese di ottobre che si anima per la Barcolana che è competizione velica- festa della marineria; mentre, d’inverno, proprio come a Mosca, sembra che la gente sia chiusa nei caffè e nei palazzi.

cms_8028/5.jpgIl libro riporta immagini e descrizioni che lasciano trasparire il sottofondo di quell’essersi fermato del tempo, quasi ispirato dallo stesso cimitero monumentale Sant’Anna - sarcofago-metropoli che nutre l’intelletto più che il rimpianto, con le sue sezioni a tema: marino, di campagna, diviso per popoli e religioni: anglicano, ebraico, protestante, evangelico.

Non ricevendo neanche una spinta ideale dalla Bora che sembra originata “dalla mole dei ricordi che sventolano”, il senso di staticità si rinnova negli scorci della Cavana, dei caffè letterari, delle librerie.

D’altra parte, la città stessa è percepita poeticamente con tanti strati ed elementi che, insieme, scatenano la memoria e le sensazioni della presenza delle testimonianze del passato che la modernità tenta, invano, di distruggere; dato che Trieste conserva la sua storia e, “dentro” di essa, al protagonista sembra di “cadere”, andando in giro specie per biblioteche e librerie. Ivi, raccogliendo elementi relativi a fatti e personaggi, l’interesse ad un maggiore approccio con la città assume il carattere distaccato dell’intellettuale che finisce col percepire, per diversi motivi, un alone di isolamento; lo stesso che, soprattutto, sembra avere avvolto i letterati avvicendatisi nella città: Svevo, Joice, Tomizza, Pahor, Sthendal e Kafka.

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Ma, se è città dove tutto scorre lentamente, Trieste è anche città del mistero che induce alla retrospezione, a porsi domande come in un rapporto amoroso ambiguo.

Pertanto, benchè arrivato con il suo smarrimento, il forestiero è pronto a riflessioni Freudiane per ripianare il suo vissuto; così, mentre procede l’innamoramento verso la città, pian piano si apre alla vita della stessa e ne percepisce la poesia e il “calore”, quello del vissuto della storia che proviene anche dai palazzi, nonostante anch’essi siano "marmo".

Da ciò, il rinascere come un’araba fenice dalle ceneri lasciate altrove, riscoprendo nuova linfa; per cui, lasciare Trieste non significherà perdere nulla dei momenti poeticamente vissuti che gli resteranno addosso avendogli svelato quanto di sè gli era sconosciuto.

Quindi, il distacco dalla città, sia pure drammatico come una “piccola morte”, sarà anche “libertario” con il presagio di un futuro ritorno, magari nella veste dello scrittore che questa “mitica” città gli ha rivelato di poter essere. Ben sapendo che quel ritorno, attraverso l’ingresso con la stupenda vista della costiera, sarà un ripagare la sofferenza di avere lasciato Trieste.

Rosa Cavallo

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