“IL GIOVANE FAVOLOSO” E ALTRI MIRACOLI

Il pluripremiato regista Mario Martone nella quinta Master Class del Bif&st

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Quando ancora non sono cessati gli applausi dopo la proiezione del “Giovane Favoloso”, Mario Martone fa il suo ingresso sul palco del Petruzzelli. Neanche la festività del 25 aprile riesce a fermare il pubblico di appassionati che lo accoglie calorosamente, ben contento di poter cominciare la Master Class qualche minuto prima del previsto. Quasi simultaneamente, infatti, entra in scena il giornalista e critico cinematografico Enrico Magrelli, moderatore dell’incontro. I microfoni sono pronti, le luci puntate: la magia della parola cala sulla platea, lasciando fuori dalla sala le velleità di un mondo ancora troppo poco avido di cultura.

Martone esordisce creando un trait-d’union con il tema della Liberazione italiana, raccontando la storia filtrata dalla sua personale visione e dalle opere che ne hanno tratto ispirazione: “Era il 2004, anno in cui il terrorismo imperversava ovunque. Mi chiedevo perché la storia della Liberazione italiana fosse popolata solo da trionfi e valorose battaglie, senza zone d’ombra capaci di gettar fango sui nostri connazionali. Mosso da questa curiosità, cominciai a documentarmi ampiamente, consultando più volte la Biblioteca Nazionale. Così facendo, scoprii ad esempio che Mazzini era considerato un pericoloso terrorista dalle polizie straniere, e che non tutto ciò che si credeva essere moralmente corretto corrispondeva alla realtà”. Da questo lavoro di ricerca è nato il film “Noi credevamo”, che trionfò ai David di Donatello nel 2011, primo di una trilogia a cui ha dato prosecuzione proprio con “Il giovane favoloso”. Quest’ultima è forse la pellicola che gli sta più a cuore, poiché affonda le sue radici in un appassionato studio della letteratura di Giacomo Leopardi.

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Durante le riprese del film, era la voce stessa di Leopardi a guidarmi. - rivela il regista, profondo estimatore del poeta - Il dolore e il disincanto che lo caratterizzavano lo avvicinano, da un certo punto di vista, agli stessi istinti che animavano Mazzini. Definirlo pessimista è non solo riduttivo, ma anche errato. Giacomo era profondamente attaccato alla vita, e la conosceva così bene da sviluppare una visione del mondo lucida e realistica. Non si faceva annebbiare dalle diffuse illusioni sull’esistenza, sulla storia e sul destino umano”. Poi, spiegando i motivi che l’hanno spinto a rappresentare un autore così cronologicamente lontano da noi, afferma: “Questo film ha mosso sia giovinezze di chi ha 16 anni che quelle di chi ne ha 80. La giovinezza è di chi sa tenere aperto il cuore, proprio come il grande Leopardi. Chi ha apprezzato il film l’ha letto certamente come un’opera contemporanea: ciò che abbiamo ereditato da Leopardi ha molto a che fare con la nostra quotidianità. Paradossalmente, è più facile comprenderlo oggi che ai suoi tempi. La posizione di Leopardi nell’Ottocento, infatti, non è molto dissimile da quella di Pasolini nel Novecento”. E ancora, in una profonda riflessione sul valore della poesia leopardiana: “L’animo di Giacomo era pervaso da un’adolescenza perpetua e perenne. Era un eterno ribelle, mai asservito alle inutili convenzioni di quell’epoca. C’è chi lo odia e chi lo ama per questo”. A chi gli chiede della sua collaborazione con Elio Germano, che interpretò mirabilmente il letterato recanatese, risponde: “E’ stato fantastico, ha portato sul set una preparazione e una professionalità incredibili. Le parole che pronunciava erano le stesse di Leopardi, aveva studiato la sua letteratura molto attentamente. Inoltre, la sua grande bravura e la sua sensibilità mi ricordavano il temperamento di Giacomo”. Il discorso lo porta a spendere qualche parola anche sulla gioventù di oggi, fornendo una chiave di lettura tutt’altro che banale: “Trovo insopportabile chi descrive i giovani di quest’epoca come una generazione di apatici fannulloni. Bisogna considerare che ogni individuo è unico, sono convinto che ci siano delle grandi menti pronte a spiccare il volo. Trovo solo che partano svantaggiati rispetto a noi: i nostri genitori ci avevano lasciato un Paese molto più ricco, anche in termini economici, di quello che stiamo affidando ai nostri figli”.

L’enorme successo raggiunto dal regista si deve soprattutto alla sua solida formazione, prima in ambito teatrale e poi cinematografico: “Ho esordito con la mia prima opera teatrale a 17 anni, dopo una gavetta che, fortunatamente, mi consentì di vivere a pieno la vitalità degli anni ’90. Sebbene vengano ricordati per il loro aspetto più plumbeo, i cosiddetti ‘anni di piombo’, costituirono l’ultimo periodo di vera esplorazione sociale e artistica. Io e i miei coetanei potemmo goderne, sfruttandola come palestra della nostra futura professione: fu una grande opportunità, mi sento fortunato in questo senso”. Il Mario di quell’epoca era un ragazzo appassionato di tutto ciò che ruotava attorno alla settima arte, assiduo frequentatore delle cineteche ma anche attento osservatore di una realtà che, come per tutti i grandi registi, costituisce la principale fonte di ispirazione.

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Iniziai facendo cinema ‘senza macchina da presa’, a teatro. Allora, lavoravo principalmente al montaggio delle immagini. Poi, pian piano, avvicinandomi al mondo del Cinema ho ‘prosciugato’ le mie opere da qualsiasi contaminazione, rendendole essenziali. Tutto ciò è testimoniato dal mio primissimo film, ‘Morte di un matematico napoletano’, ispirato alla storia vera di un suicidio. Un po’ per mancanza di risorse economiche e materiali (non avevamo i soldi per pagare le comparse!), un po’ per scelta, rappresentai una Napoli vuota, rarefatta, quasi a voler proiettare ciò che il protagonista sentiva sull’ambiente circostante. La cosa buffa è che oggi non sarebbe più possibile girare una sola inquadratura del film, poiché quei luoghi sono stati completamente ricostruiti”. Poi, restando in tema, aggiunge riferendosi alla sua pratica cinematografica attuale: “Per me le ambientazioni sono fondamentali. Prediligo sempre quelle già esistenti alle ricostruzioni, seppur ben fatte, di Cinecittà. Per me un muro deve essere vero, e se c’è dell’umidità è anche meglio. Il modo di recitare cambia in rapporto al luogo in cui lo si fa e alla sua percezione. Un posto non è mai fine a se stesso, non si tratta di una scelta meramente estetica. E’ per questo che, prima dell’inizio delle riprese, sono solito recarmi in luoghi diversi, fotografandoli e scegliendo i più adatti”. A sorpresa, un Martone spigliato e divertito ci svela una sua strampalata mania, che fa di lui un napoletano doc: “Devo confessarvi un mio piccolo rito. La sera prima di cominciare le riprese di ciascuna produzione, convoco l’intero staff e vediamo un film tutti insieme. L’unica volta che non l’ho fatto, la pellicola non ha avuto fortuna…”.

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In chiusura, Magrelli tenta di strappare al cineasta qualche indiscrezione circa il suo prossimo lavoro, anello mancante della trilogia. “Non posso sbilanciarmi! - dichiara serafico, con la sua peculiare professionalità - Per il momento, mi è concesso di svelarvi solo il titolo: si chiamerà ‘Capri-Batterie’.Nei miei film nulla è rigidamente programmato, è un continuo work in progress. Non concepisco la sceneggiatura come una gabbia, bensì come una mappa.E’ come quando facciamo un’escursione:più dettagliata è la mappa, più ti senti libero di esplorare”. Non ci resta che affidarci alla sua genialità,come si deve agli artisti di simile caratura… in attesa del prossimo “miracolo cinematografico”.

Federica Marocchino

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