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CONTINUANO LE PROTESTE IN BIELORUSSIA

Se la Bielorussia fosse un Paese francofono, probabilmente le parole del presidente Aleksandr Lukashenko sarebbero “aprés moi, le déluge”. Tradotto: dopo di me, il diluvio. Anche se, visto il modo in cui la situazione è velocemente degenerata, sarebbe più corretto parlare di “tempesta”. Una tempesta che va avanti ininterrottamente da tre weekend, e che non accenna minimamente a placarsi. In piazza a Minsk sono scesi decine di migliaia di manifestanti, che rivolgono al loro Capo di Stato l’accusa (da confermare) di brogli elettorali. Ovviamente le proteste sono diventate l’occhio di un ciclone i cui estremi sono gli interventi delle forze dell’ordine, prontamente dispiegate dall’autorità. L’esercito ha chiuso diverse strade della capitale, in modo da interdire i luoghi sensibili del potere ai cittadini. Secondo i media locali, sono stati impiegati dei cannoni ad acqua nonostante le varie manifestazioni siano pacifiche. Almeno per ora.

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L’ultima “Marcia per la pace e l’indipendenza” (come è stata soprannominata) si è svolta nel giorno del sessantaseiesimo compleanno di Lukashenko, che già aveva inviato degli agenti antisommossa (astenutisi, fino al momento in cui si scrive, dall’intervenire concretamente). Il presidente vuole evitare che Minsk diventi caput mundi di un tornado che potrebbe riversarsi anche sugli Stati limitrofi. Il capo bielorusso, infatti, ha in programma un incontro a Mosca con il presidente russo Vladimir Putin. Un meeting così importante non può avere come cornice il caos, a maggior ragione se sul piatto ci saranno argomenti importanti da discutere. Recenti scoperte e recenti incidenti diplomatici potrebbero interessare non solo le Nazioni protagoniste ma anche eventuali alleati, il cui obiettivo ultimo rimane la crescita economica. Si tratta pur sempre di guardare avanti.

Rimbalzando le notizie che arrivano da quelle latitudini, Il Fatto Quotidiano riporta gli interventi attuati dalla polizia nei confronti dei cittadini: stando a quanto riportano video e immagini che circolando sul web, agenti in uniforme portano via (anche con la forza) cittadini, mentre altri continuano ad inveire con parole poco lusinghiere. Le misure si fanno anche più pesanti: si vedono Jeep con montate sul davanti grate in metallo. Alcune donne si sono addirittura sdraiate in strada con lo scopo di arrestare l’avanzata dei mezzi. Ciliegina sulla torta, le parole di Olga Chemodanova, portavoce del Ministero dell’Interno bielorusso: “La polizia bielorussa ha effettuato 125 arresti in piazza – dichiara, intercettata dall’agenzia di stampa russa Sputnikle persone coinvolte hanno preso parte a eventi di massa non autorizzati”.

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Un numero esiguo, se paragonato ai centomila manifestanti che – il 16 agosto – l’opposizione era riuscita a portare tra le strade di Minsk. Il tutto disinteressandosi delle pressioni esercitate e delle minacce delle autorità. Idem il 23 agosto, data in cui si è registrata la prima novità: il presidente Lukashenko ha fatto scattare una stretta contro i giornalisti, causando il ritiro degli accrediti di 17 cronisti stranieri. Fatto che ovviamente è stato immediatamente etichettato come “limitazione alla libertà di stampa”. Ciò nonostante sono state varie le voci internazionali a farsi sentire: in primis Vladimir Putin, che ha invitato Lukashenko ad “ascoltare la gente che protesta” e che ha asserito di aver preparato “un’unità di riserva delle forze di sicurezza pronta a intervenire”. Dalla Germania aggiornano che verrà convocato l’ambasciatore bielorusso, mentre Jean-Yves Le Drian (Ministro degli Esteri francese) commenta che “le misure arbitrarie dalle autorità bielorusse necessitano un appello affinché ritirino immediatamente questi provvedimenti, l’urgenza è quella di un dialogo nazionale inclusivo”.

Data:

30 Agosto 2020