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CREATO IN LABORATORIO IL PRIMO EMBRIONE ARTIFICIALE

Tutta la comunità scientifica lo attendeva da tempo, ora è finalmente arrivato: stiamo parlando del primo embrione artificiale, riprodotto in laboratorio a partire dalle cellule staminali di un topo. L’esperimento – descritto sulla prestigiosa rivista Science – è stato effettuato presso l’università di Cambridge da un’equipe altamente specializzata, guidata dalle veterane dell’embriologia Sarah Harrison e Magdalena Zernicka-Goetz. Per la prima volta, sono state adoperate cellule di diverso genere, in grado di dar vita sia agli organi, sia alle strutture di sostegno all’embrione, come la placenta. Una combinazione di cellule che si è rivelata vincente: la struttura tridimensionale generatasi è molto simile a un embrione naturale, ottenuto dall’unione tra il gamete femminile e quello maschile.

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“Sia le cellule embrionali che quelle extraembrionali iniziano a comunicare tra loro e si organizzano in una struttura che sembra e si comporta come un embrione. Tutte le regioni risultavano anatomicamente corrette e sviluppate nel posto e al momento giusto. Senza questa sinergia, la formazione di un essere vivente non avverrebbe correttamente” ha chiarito Magdalena Zernicka-Goetz, ex allieva del biologo britannico John Bertrand Gurdon, che nel 2012 aveva conseguito il premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia proprio grazie alle sue ricerche sulle cellule staminali pluripotenti.

La scoperta più sensazionale, però, è giunta ponendo a contatto alcune staminali sane con alcune cellule affette da anomalie cromosomiche. “L’embrione ha una straordinaria capacità di correggersi. Abbiamo appreso che quando la metà delle cellule nell’embrione allo stadio iniziale è anormale, l’embrione riesce a riparare pienamente se stesso” ha aggiunto la ricercatrice. Ciò apre la strada a nuovi e promettenti orizzonti scientifici: il team di ricerca sta lavorando per individuare con esattezza sia la quantità di cellule sane necessarie alla “riparazione” dell’embrione, sia il meccanismo alla base di questo processo; ulteriori scoperte in questo senso contribuirebbero di certo a evitare i difetti fetali e a dare un taglio alle connesse interruzioni di gravidanza. Pare che Magdalena Zernicka-Goetz abbia tratto ispirazione dal caso di una 44enne in stato interessante, a cui aveva effettuato il prelievo dei villi coriali dalla placenta per la diagnosi di eventuali difetti fetali. Lo screening aveva rivelato la presenza di un’anomalia cromosomica, riconducibile alla Sindrome di Down. Ma, nonostante la percentuale di cellule staminali difettose fosse pari al 25% nel feto, alla nascita il bambino era sano come un pesce, segno che qualche misterioso (e apparentemente miracoloso) processo aveva “ripulito” il corredo cromosomico del piccolo, portando via con sé il germe della malattia.

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Anche alcuni dei più quotati ricercatori italiani hanno espresso il loro entusiasmo in merito al neonato “embrione di laboratorio”. Carlo Alberto Redi, direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’università di Pavia, ha dichiarato in un’intervista al Fatto Quotidiano che il lavoro è frutto “di un gruppo di ricerca serio. Senza sconfinare nella fantascienza ed immaginare chissà quali scenari, questo studio realizza una delle promesse della biologia delle cellule staminali embrionali: portare in provetta la malattia e studiarne l’evolversi sin dalle primissime fasi dello sviluppo. È un risultato molto importante: viene indicata per la prima volta la possibilità che un embrione ha di svilupparsi fuori dall’utero, almeno in linea teorica. Penso che sia possibile imitare un sacco di eventi che si verificano prima del quattordicesimo giorno dalla fecondazione, usando cellule staminali embrionali ed extra-embrionali umane”. Un’opinione condivisa dal genetista Edoardo Boncinelli, che ha affermato: “Avere a disposizione un embrione artificiale è un passo in avanti per le conoscenze di base relativi ai primi stadi della vita. E’ anche un passo significativo per ridurre al minimo l’uso degli animali nei laboratori”.

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Nonostante la scoperta a cui si è giunti sia a dir poco rivoluzionaria, gli scienziati sono abbastanza scettici riguardo alla possibilità che l’embrione artificiale possa svilupparsi per dare origine a un feto: sarebbe necessario, in questo frangente, individuare e introdurre nel mix di staminali anche le cellule che danno origine al cosiddetto “sacco vitellino”, una rete di vasi sanguigni deputata al nutrimento dell’embrione. Nessun individuo potrà quindi essere generato per mezzo di questa pratica, il che scongiura, almeno per adesso, la spinosa questione etico-religiosa della vita “creata” in laboratorio. Ma, si sa, la scienza fa passi da gigante; probabilmente, in un futuro neppure troppo lontano, ai ricercatori sarà affidato questo nuovo e “divinizzante” ruolo.

Data:

3 Marzo 2017