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DA DOVE VIENE E DOVE VA L’EDUCAZIONE (III^ PARTE)

La cultura

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La cultura è quell’insieme di “oggetti trasmessi dagli uomini, nel corso di tutta una storia senza la quale non può riuscire alcuna comprensione, quella comprensione che è la forza, solitaria, per trarre dal caos della propria vita quella manciata di luce sufficiente ad illuminare un po’ più in là di noi stessi; fino all’altro, là in fondo, smarrito come noi, nell’oscurità”. (Meirieu 1998).

La cultura non garantisce la comprensione, cioè che io sia capace di andare verso l’altro e di comprenderlo, ma mi “permette di accedere a ciò che mi vincola a lui, a quegli oggetti nei quali possiamo riconoscerci entrambi, e così mi fornisce i mezzi l’azione educativa ovvero il rischio della prassi senza i quali non vi è alcun vero esercizio di comprensione”. Insegnare, pertanto, è cercare di comunicare ciò che gli esseri umani hanno elaborato in tante discipline scolastiche e accademiche, e di comunicarla a tutti.

L’educazione è iniziazione, ma una iniziazione che non impedisce l’autonoma realizzazione personale, perché educare significa fondamentalmente aiutare a crescere. La considerazione dell’educazione come trasmissione ci conduce all’educazione come crescita personale, e anche dal maestro all’alunno ossia, dalla poiesis alla praxis, cioè alla comprensione dell’educazione come prassi. L’essere umano è un essere capace di crescita, un essere che non smette mai di crescere.

Come l’essere umano non è esclusivamente un essere corporeo, la sua crescita non è soltanto o principalmente corporea. Nella conoscenza si rivela l’indole propria della crescita umana: non sembra possibile che in qualche momento della vita si possa smettere di conoscere. La crescita umana è una crescita che non ha fine: si può sempre arrivare a conoscere di più e volere e desiderare di più. La crescita umana si manifesta soprattutto negli atti volontari: questa costituisce una differenza sostanziale rispetto alle funzioni vitali vegetative e al loro corrispondente aumento.

La crescita specificamente umana ha un nome che la designa dal punto di vista operativo: imparare. Crescere nell’essere umano significa imparare. La crescita propria dell’essere umano si manifesta nell’incremento delle capacità umane attraverso la loro attualizzazione. Il senso etimologico del termine “imparare” indica proprio questo processo. Viene dal termine latino apprehendere, che significa “prendere, afferrare”. Il principio di questa attività è la capacità di cogliere la realtà per incorporarla o per appropriarsene.

Questo è il punto nevralgico dell’azione educativa, nonché la chiave dell’attività dell’insegnamento. Se la crescita è un fatto strettamente personale è possibile e necessario aiutare a crescere.

L’educazione

In ciò consiste l’educazione: nell’assistere e nell’aiutare la crescita umana. Da questo fondamentale principio scaturiscono le regole chiave per la comprensione e la promozione della formazione umana. L’educazione è l’integrazione dell’agire intenzionale dell’educatore e dell’educando, ovvero dell’azione combinata dell’insegnamento e dell’apprendimento, azione che tuttavia non si configura come semplice fusione o coincidenza di un agire con l’altro.

Tornando alla distinzione tra “agire” e “fare”, agere e facere, nella produzione, raggiungere un fine significa smettere di agire, mentre non è così nell’azione: in quest’ultima raggiungere il fine è precisamente agire. La produzione presuppone la manipolazione, modificazione o trasformazione di una realtà estrinseca; un’azione, sebbene abbia come riferimento realtà o oggetti estrinseci, li lascia intatti: ciò che si trasforma o si modifica è la stessa capacità o facoltà di agire.

Questa distinzione non implica che ogni agire umano concreto sia puramente azione o produzione. Ogni atto umano è una mescolanza di entrambe in quanto dimensioni di ogni agire umano. Il vincolo di attività produttiva e azione spiega l’identificazione dell’agire con il fare, ossia, può trasformare il senso e la finalità di un determinato agire. Trasformare un’azione in produzione e una produzione in azione, riducendo l’agire a sola attività esterna, dimenticandone la dimensione prioritaria di azione, è uno dei più gravi problemi dell’educazione e della cultura contemporanee.

La giustificazione della conoscenza scientifica attraverso i risultati pragmatici nell’attività tecnica così come la tendenza a credere che le azioni si qualifichino moralmente in ragione delle loro conseguenze sugli altri, trascurandone le intenzioni o le ripercussioni sul soggetto, limitano il senso e il valore autentico delle scelte individuali. Se si conosce soltanto per “fare”, la perdita del senso etico nella cultura e dell’aspetto umanistico nell’educazione sono conseguenze logiche e inevitabili.

L’azione educativa: insegnare e apprendere

L’azione educativa, come ogni agire umano, partecipa delle due dimensioni di azione e di attività produttiva, che corrispondono alle due azioni essenziali dell’educazione: insegnare e apprendere. L’integrazione di entrambe le azioni, insegnare e apprendere, è l’essenza dell’educazione.

Qualcuno potrebbe argomentare che è educativo tutto ciò che è formativo e in tal senso rientrerebbe l’auto-educazione, sebbene non in modo assoluto. Tuttavia, gli habitus, siano essi intellettuali, morali o tecnici, non si insegnano: il soggetto li acquisisce nel corso della sua azione.

D’altra parte, bisogna tenere in considerazione che alcune attività sono più formative (la theoria e la praxis) di altre (la poiesis), ma non producono la formazione da sole. Questa dipende da come il soggetto realizza l’attività, in particolare dal fine che persegue.

Mantenere l’equilibrio tra le attività esterne e le azioni immanenti nell’educazione non è facile, né nella riflessione pedagogica né nell’azione educativa: mettendo in rilievo più del dovuto il compito dell’educatore o dell’educando, è un problema costante nella comprensione dell’educazione.

Per evitare queste oscillazioni, conviene considerare – come Giussani ci ricorda – che il principio della crescita sta nell’educando. Questa è la prima peculiarità da rispettare nella formazione della personalità umana. Il compito dell’educatore è dispositivo rispetto agli oggetti che mostra e le azioni che promuove.

Questo è un principio essenziale in molti progetti educativi, specialmente nel xx secolo: quello di attribuire alla relazione tra insegnamento e apprendimento un carattere necessario, in quanto relazione di causa-effetto. Dinanzi all’errore nell’insegnamento o all’insuccesso educativo o scolastico si offrono due tipi di giustificazione: il rifiuto dell’educando come effetto della sua libertà, o l’inefficacia dell’insegnamento, frutto del fallimento delle tecniche didattiche o dell’incompetenza dell’educatore. Non c’è dubbio che siano due cause possibili, ma non sono le uniche. La causa prima ed essenziale è sempre la condizione personale dell’allievo e dell’educatore, perché, prima di qualunque azione educativa, c’è la persona.

La tendenza a personalizzare l’insegnamento deve accentuarsi quanto più possibile, nella misura in cui lo permettano le risorse di cui si disponga. Tale obiettivo costituisce la pietra di paragone di qualunque metodologia didattica o organizzazione e pianificazione dell’insegnamento. Infatti, non si formano persone, ma le si aiuta a formarsi, la qual cosa nella pratica implica aiutarle ad attualizzare le loro attitudini e capacità, avendo l’azione educativa come finalità, l’aiuto alla crescita personale.

È nota la rivitalizzazione di queste idee propugnata nella relazione della Commissione Internazionale sull’educazione per il XXI secolo, patrocinata dall’UNESCO. Il suo nucleo sta nella formulazione di quelli che definisce i “quattro pilastri dell’educazione”, i quali, bene interpretati, possono rappresentare una sintesi valida del senso della formazione umana da una prospettiva personalista.

Quali sono i quattro pilastri dell’educazione del 21° secolo?

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I quattro pilastri dell’Educazione per il 21° secolo che Jacques Delors (2001) fa riferimento all’UNESCO, sotto forma di rapporto, comprendono: Imparare a conoscere, Imparare a fare, Imparare a vivere insieme e Imparare ad essere.

L’educazione permanente, che si basa su quattro pilastri: imparare a conoscere, imparare a fare, imparare a vivere insieme, imparare ad essere, significa anche: imparare ad imparare, a beneficiare delle opportunità offerte dall’educazione lungo tutta la vita.

Cos’è il rapporto Delors?

Il Rapporto Delors e i quattro pilastri dell’educazione. Jacques Delors e il suo gruppo hanno riferito che l’educazione, per rispondere a tutte le sue missioni, deve essere organizzata attorno a quattro apprendimenti fondamentali che, per tutta la vita, saranno in qualche modo i pilastri della conoscenza per ogni individuo

Qual è il significato di educazione?

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Permettendo a tutti di accedere alla conoscenza, l’educazione gioca un ruolo molto concreto nella piena realizzazione di questo compito universale: aiutare a comprendere il mondo e l’altro, affinché ciascuno acquisisca una maggiore comprensione di sé.

Quali sono i pilastri dell’educazione secondo Jacques Delors? Quali sono i quattro pilastri dell’educazione del 21° secolo?

I quattro pilastri dell’Educazione per il 21° secolo che Jacques Delors (2001) fa riferimento all’UNESCO, sotto forma di rapporto, comprendono: Imparare a conoscere, Imparare a fare, Imparare a vivere insieme e Imparare ad essere.

Quanto è importante imparare a fare? Con lo studio puoi sviluppare nuove abilità, prendere buone decisioni, superare le tue paure e soprattutto essere persona migliore.

Qual è il secondo pilastro dell’istruzione?

Il secondo dei quattro pilastri dell’educazione è intrinsecamente legato al primo. Si riferisce alla formazione professionale. Parla di come essere in grado di utilizzar le conoscenze acquisite nella pratica, nel mercato del lavoro. E’ importante pensarci alla luce dei nuovi progressi tecnologici, che smaterializzano il lavoro.

Qual è il significato di imparare a vivere insieme?

Imparare a vivere insieme è uno dei principi proposti e difesi nel rapporto dell’UNESCO, redatto da Jacques Delors. Questo pilastro educativo ha lo scopo di stabilire tra tutti che c’è un modo diverso di pensare e che abbiamo ancora molta strada da fare in termini di percezione e rispetto degli interessi della comunità.

Perché l’apprendimento della convivenza, della convivenza con gli altri avvenga davvero, è fondamentale che la scuola diventi un vero centro di scoperta dell’altro. Deve essere anche uno spazio stimolante per progetti di solidarietà e cooperazione, individuati dalla ricerca di obiettivi comuni.

Imparare a vivere implica accettare, un’accettazione che parte da noi stessi e che dobbiamo applicare anche agli altri. Ma per accettare gli altri, dobbiamo prima accettare noi stessi, il che non è così semplice. Accettarsi implica amarsi e valutarsi in termini di errori e difetti.

Qual è il pilastro Imparare ad essere?

Questo è ciò di cui tratta un altro pilastro dell’istruzione dell’UNESCO: Imparare ad essere. Quando ci riconosciamo come esseri, riconosciamo anche il nostro spazio all’interno di un insieme sociale più ampio. Siamo più consapevoli di ciò che siamo in grado di fare, di quanto lontano possiamo arrivare e di ciò che possiamo produrre: “Imparare ad essere, per sviluppare la propria personalità e poter agire con crescente autonomia, senso di responsabilità e giudizio”.

Quanto sono importanti i quattro pilastri dell’educazione?

I quattro pilastri possono promuovere grandi conseguenze nell’educazione, nell’insegnamento e nell’apprendimento finalizzato all’assorbimento delle conoscenze, avendo come oggetto la preoccupazione di chi insegna, insegnando a pensare, a saper comunicare e ricercare, ad avere ragionamenti logici, a fare sintesi ed elaborazioni teoriche, per essere indipendenti e autonomi…

Come dovrebbe essere l’educazione del futuro secondo Jacques Delors?

Secondo Delors, la pratica pedagogica deve occuparsi di sviluppare quattro apprendimenti fondamentali, che saranno i pilastri della conoscenza per ogni individuo: imparare a conoscere indica interesse, apertura alla conoscenza, che libera dall’ignoranza.

Quando ci riconosciamo come esseri, riconosciamo anche il nostro spazio all’interno di un insieme sociale più ampio. Siamo più consapevoli di ciò che siamo in grado di fare, di quanto lontano possiamo arrivare e di ciò che possiamo produrre.

Fine

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Le parti precedenti ai links:

https://www.internationalwebpost.org/contents/DA_DOVE_VIENE_E_DOVE_VA_L%E2%80%99EDUCAZIONE_(PRIMA_PARTE)_29916.html#.ZC1UcHZByUk

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Data:

13 Aprile 2023