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Da Veltroni a Renzi: 10 anni di Pd

cms_7458/pd_sede.jpg14 ottobre 2007. Dieci anni fa, fra gazebo, schede elettorali e oltre 3,5 milioni di cittadini al voto per le primarie, dalle ceneri di Ds e Margherita nasceva ufficialmente il Partito Democratico. Una storia fatta di alleanze e scissioni, trionfi e sconfitte, che in un decennio ha rivoluzionato il mondo della sinistra centrista italiana. Dal primo segretario Walter Veltroni fino ad arrivare a Matteo Renzi, il partito ha mutato forma e linguaggio più e più volte, ciclicamente raccogliendo e perdendo consensi e, soprattutto, volti.

A sancire la costituzione ufficiale di quella che diventerà la prima forza politica del centro sinistra italiano, le primarie con l’elezione a segretario di Veltroni. Un trionfo per l’ex Ds, che diventa così il primo dei sei segretari che gli succederanno dal 2007 ad oggi, con il 78,8% delle preferenze su 3.554.169 di voti validi. Sfidanti, Rosy Bindi, Enrico Letta, Mario Adinolfi e Pier Giorgio Gawronsky. Con la prima riunione dell’Assemblea Costituente Nazionale a Milano, il 27 ottobre, arrivano anche le nomine del fondatore dell’Ulivo e premier in carica Romano Prodi a presidente dell’Assemblea e di Dario Franceschini a vice segretario.

Tre mesi più tardi, nel gennaio 2008, inizia l’anno nero del centro sinistra e del neonato Pd. Un avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia Mastella e un voto di sfiducia al Senato portano infatti alla caduta del governo Prodi. A innescare la crisi e a far cadere l’esecutivo, è proprio l’Udeur di Mastella: in vista della riforma della legge elettorale, i piccoli partiti che finora avevano gravitato intorno ai Dem ricevono infatti un duro colpo dal segretario Veltroni, che dichiara la volontà del partito di correre da solo alle future elezioni. Con la crisi di governo e la caduta del leader dell’Ulivo, Veltroni diventa il candidato premier. Lo sfidante per il Popolo delle Libertà è Silvio Berlusconi.

Alle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, contrariamente ai piani di Veltroni, il Pd non corre solo: con lui, l’Italia dei Valori di Di Pietro. Raccolgono complessivamente il 37,5% dei consensi alla Camera e il 38% al Senato. Il 33% dei voti solo per il Partito democratico. Poco per competere con l’alleanza fra Pdl, Lega e Movimento per l’Autonomia: Silvio Berlusconi vince e il centrodestra torna al comando.

Dieci mesi più tardi arriva l’ultima, decisiva ’tegola’ sulla testa del segretario. Testa che cade, assumendosi la responsabilità totale della disfatta sarda di Renato Soru, candidato del Pd alle regionali. Veltroni decide infatti di dimettersi e nel febbraio 2009, convocata l’Assemblea nazionale, l’incarico di segretario passa al già vice Dario Franceschini. La prima sfida che il nuovo segretario si trova ad affrontare è quella delle elezioni europee, dove il Pd ottiene il 26,1% dei voti e perde circa il 7% dei consensi rispetto alle politiche del 2008.

A due anni dalla sua fondazione, l’11 ottobre 2009, il Partito democratico affronta il suo nuovo Congresso, che vede sfidarsi per il ruolo di segretario lo stesso Franceschini, il futuro sindaco di Roma Ignazio Marino e l’ex Ds Pierluigi Bersani, che vince con oltre il 55% delle preferenze nelle primarie del 25 ottobre. La vittoria di Bersani coincide con l’addio – non privo di polemiche – di uno dei fondatori del Pd, Francesco Rutelli, secondo cui Bersani trasformerà il Pd in un “ceppo del Pds”. Ironia della sorte, Bersani sarà invece l’artefice con l’UdC di Pier Ferdinando Casini del cosiddetto ’fronte democratico’ contro Pdl e Lega e in difesa dei principi costituzionali.

Dopo le amministrative di maggio 2011 e i referendum abrogativi del mese successivo su privatizzazioni, acqua pubblica, legittimo impedimento e nucleare, arriva la caduta del governo Berlusconi nel novembre dello stesso anno: il Cavaliere, venuta meno la maggioranza alla Camera, rimette nelle mani del presidente della Repubblica Napolitano il suo mandato. Gli succede il governo tecnico di Mario Monti, cui il Pd di Bersani assicura l’appoggio. Nel partito nascono dei malumori e Stefano Fassina, Cesare Damiano e Matteo Orfini contestano la scelta del segretario, pur rimettendosi alle volontà del Partito.

Si arriva così al 2012. A novembre sono di nuovo primarie, ma stavolta si deve individuare il leader della coalizione ’Italia. Bene Comune’ che guiderà la coalizione formata da PD, PSI e SEL alle consultazioni elettorali del 24 e 25 febbraio 2013. Sfidanti dello stesso Bersani sono Laura Puppato, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e il giovane sindaco dem di Firenze, Matteo Renzi. A vincere è Bersani con il 44,9% dei consensi, che gli consentono di diventare ufficialmente il candidato premier.

“Siamo primi, ma non abbiamo vinto”: Pierluigi Bersani riassume così, al termine delle votazioni delle politiche del febbraio 2013, il risultato ottenuto dalla coalizione di centrosinistra. Il Pd (che è comunque il primo partito pur perdendo circa 4 milioni di consensi rispetto alle precedenti politiche) e i suoi alleati non raggiungono una maggioranza sufficiente ad assicurare stabilità al Senato e il segretario, impossibilitato a formare un governo, si dimette dal suo ruolo lasciando temporaneamente la guida del Partito Democratico all’ex sindacalista Guglielmo Epifani. Intanto il Pd vede un suo esponente diventare presidente del Consiglio: Enrico Letta viene infatti nominato alla guida di un governo di larghe intese dal presidente Giorgio Napolitano.

Il dicembre 2013 segna l’inizio dell’era Renzi. Con il 67,55% dei voti, l’8 dicembre Matteo Renzi vince infatti le primarie e viene proclamato segretario nazionale il successivo 15 dicembre dalla nuova Assemblea eletta del Partito Democratico. La nuova assemblea nazionale elegge, inoltre Gianni Cuperlo come suo presidente succedendo a Rosy Bindi. A soli due mesi dalla sua elezione, nel febbraio 2014 Renzi diventa ’l’asso piglia tutto del Partito’: con la regia dello stesso segretario, il Pd sfiducia il compagno di partito e premier Enrico Letta con una mozione. Renzi, incaricato dal presidente Napolitano, diventa così presidente del Consiglio.

Tre mesi più tardi, nel maggio 2014, Renzi zittisce i detrattori all’interno del Pd consegnando al partito una storica vittoria alle elezioni europee, ottenendo il 40% dei consensi e il risultato migliore di sempre mai raggiunto dal Pd. Ma le vittorie non bastano e nel partito i malumori per la segreteria Renzi si fanno sempre più evidenti: a contestate il leader e premier sono soprattutto gli ex Ds, D’Alema e Bersani in prima fila. Botta e risposta al vetriolo, frecciatine e proteste sono all’ordine del giorno: il clima è rovente e la minaccia di scissioni pende sulla testa dell’uomo forte, sempre più al centro delle polemiche.

L’occasione di ridimensionare il ruolo del leader Pd arriva nel dicembre 2016, con il referendum costituzionale promosso dall’esecutivo che, tra le altre cose, prevede, riforma e diminuzione dei membri del Senato, soppressione del CNEL e superamento del bicameralismo perfetto. Per il partito democratico e per il governo è una vera ecatombe: il 4 dicembre il 59% dei votanti rimanda al mittente la proposta di Renzi che, sconfitto, si dimette dall’incarico.

A prendere il suo posto è l’attuale premier Paolo Gentiloni, ormai quasi giunto alla fine del mandato. Il 19 febbraio 2017, dopo mesi di polemiche dall’inferocita minoranza del partito, Renzi rassegna anche le dimissioni da segretario, aprendo così la fase congressuale. Il giorno successivo si consuma lo strappo più clamoroso: dirigenti e parlamentari guidati da Bersani, Rossi e Speranza, escono dal Pd e fondano ’Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista’.

Il 30 aprile 2017, sorpassando gli sfidanti Andrea Orlando e Michele Emiliano, Renzi vince ancora una volta le primarie. E lo fa con un risultato molto al di sopra delle aspettative, ottenendo il 69,17% dei voti dai delegati. Proclamato segretario qualche giorno più tardi, Renzi si trova oggi alla guida di un partito che deve fare i conti con la drammatica perdita di consensi a un passo dalle nuove elezioni.

Gentiloni: “Ius soli entro legislatura”

cms_7458/ius_soli_ftg41.jpg“L’impegno del governo e mio personale, ne parlo il meno possibile ma ci sto lavorando molto, è che i bambini” figli di stranieri e nati in Italia “possano avere diritto alla cittadinanza. Stiamo lavorando per trovare le condizioni per approvare la legge sulla cittadinanza entro questa legislatura. Questa è sinistra di governo”. Così il premier Paolo Gentiloni al decennale Pd.

PD – “Teniamocelo stretto questo Pd – ha esortato il presidente del Consiglio – perché non so come sarebbe sopravvissuta la sinistra di governo se non avesse assunto la forma dieci anni fa del Partito democratico”. “Questi non sono stati dieci anni facili” ma “il progetto bene o male è riuscito, è vivo, lotta insieme a noi” ha detto Gentiloni. “Il Pd ha scelto dieci anni fa la via di una sinistra di governo – ha aggiunto – e da lì non possiamo tornare indietro”.

MANOVRA – Gentiloni ha parlato anche della manovra. “La sfida del lavoro sarà centrale nella legge di Bilancio che approveremo lunedì, in modo particolare verso i giovani” ha assicurato.

GOVERNO – Poi il governo. “La legislatura va portata a una conclusione ordinata, contando sul ruolo di alta garanzia di Mattarella” ha affermato il presidente del Consiglio.

Berlusconi: “Se perdo lascio”

cms_7458/SilvioBerlusconi_caschetto_fg.jpg“C’è chi lavora sempre, anche di sera, la notte, la domenica, d’estate. Sono le mamme, le nostre mamme che meritano una pensione per una vecchiaia serena e dignitosa”. E’ quanto ha detto il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi nel corso dell’iniziativa del partito a Ischia, spiegando che i frutti dell’albero delle libertà prevedono anche l’innalzamento delle pensioni minime a mille euro (per tredici mensilità) e una integrazione al reddito per i poveri che “sono un quarto degli italiani”, mentre il reddito di cittadinanza, aggiunge Berlusconi, “non è possibile”.

Tasse – Nel programma di Forza Italia c’è la “flat tax, che si aggirerebbe attorno al 25%, uguale per famiglie e imprese, ma con criteri di progressività, e chi sta sotto i 12mila euro non paga nulla”.

Elezioni – Ha fatto sapere, poi, di essere pronto a farsi da parte se gli italiani non gli daranno la maggioranza. “Per fare le cose che vogliamo fare, dobbiamo avere la maggioranza. La maggioranza per il centrodestra? No, la maggioranza per Forza Italia”. “Abbiamo un traguardo pazzo, lavoriamo da qui alle elezioni per essere noi azzurri la maggioranza che cambierà il Paese. E’ un compito pazzo ma esaltante. Chi ci crede combatte, supera tutti gli ostacoli, chi ci crede vince”. “Una sua scelta, ma io non mi ritiro, di certo, finché l’Italia non cambia” ha detto, invece, all’AdnKronos, Matteo Salvini. Salvini non vuole commentare le scelte del Cavaliere: “Ma credo che non sarà necessario” un suo passo indietro “perché noi, ne sono certo, vinceremo le elezioni”.

Movimento Cinque Stelle – Nell’eventuale governo M5S “non ci sarà il signor Di Maio. Lui è solo un frontman. Questi signori sono pure giustizialisti e mi hanno detto di almeno tre incontri da Grillo e Piercamillo Davigo”. Il leader di Forza Italia ha aggiunto che, in caso di una loro vittoria, “il giorno dopo dall’Italia me ne vado” e che i pentastellati sono mossi “da invidia e odio”.

Moneta – “Serve una seconda moneta nazionale aggiuntiva all’euro, che ci sta facendo male” ha detto. “Berlusconi -ha concluso -, parlando in terza persona- è un figlio della guerra. Nel 1945 ci furono le Am lire e alla lira non successe assolutamente niente”.

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14 Ottobre 2017