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Dalla Cina a Trump, l’allarme Ue: “Ecco le nostre sfide”

(AdnKronos) – “Uniti vinciamo, divisi perdiamo”. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk usa il motto caro ai ’cugini’ statunitensi, di origine biblica e utilizzato nel canto prerivoluzionario americano “The Liberty Song”, del 1768, oltre che da Abraham Lincoln in un celebre discorso, quando ancora non era presidente, per invitare i 27 capi di Stato e di governo dell’Ue che si riuniranno a La Valletta, capitale di Malta, tra tre giorni, a rimanere uniti, per fronteggiare le “tre minacce” che l’Unione Europea ha davanti a sé.

La prima “minaccia” che l’Europa ha davanti a sé è esterna, ed è la “nuova situazione geopolitica”. Una Cina “sempre più assertiva, specialmente sui mari, la politica aggressiva della Russia nei confronti dell’Ucraina e dei suoi vicini, guerre, terrore e anarchia nel Medio Oriente e in Africa, con l’Islam radicale a giocare il ruolo principale, come pure le preoccupanti dichiarazioni della nuova amministrazione americana: tutto questo – sottolinea il presidente del Consiglio Europeo – rende il nostro futuro altamente imprevedibile”. “Per la prima volta nella nostra storia – continua Tusk – in un mondo esterno sempre più multipolare, molti stanno diventando apertamente antieuropei, o nel migliore dei casi euroscettici. In particolare – rimarca – il cambiamento a Washington mette l’Ue in una situazione difficile, con la nuova amministrazione che sembra rimettere in questione gli ultimi settant’anni di politica estera americana”.

Insieme alla discussa ordinanza in tema di immigrazione, con cui Trump ha mandato al mondo intero un messaggio inequivocabile, a Bruxelles non sono passate inosservate le dichiarazioni di Ted Malloch, economista ed euroscettico, possibile nuovo ambasciatore degli Usa presso l’Ue, secondo il quale l’Unione va “ridimensionata”, come accadde all’Unione Sovietica. Come se non bastasse, Malloch ha anche detto che quello che farebbe oggi è “shortare l’euro”. Non a caso ieri il commissario europeo Pierre Moscovici ha parlato delle “tante Cassandre che predicono la fine” della moneta unica. Parole, quelle di Malloch, che non sono certo il viatico migliore per il possibile incarico come rappresentante di Washington nella capitale comunitaria: l’ex commissario europeo ed ex presidente del Consiglio Mario Monti da Roma ha detto on the record quello che a Bruxelles molti pensano, cioé che l’Ue non dovrebbe concedergli il gradimento, qualora venisse nominato ambasciatore. La seconda minaccia per l’Europa, continua Tusk, è interna ed è costituita dalla “crescita dei sentimenti anti Ue, nazionalisti, sempre più xenofobi nella stessa Unione Europea”. E “le tendenze centrifughe si alimentano degli errori fatti da chi ritiene che l’ideologia e le istituzioni siano più importanti degli interessi e delle emozioni della gente”.

La terza minaccia “è lo stato mentale delle élite pro-europee”, che si sono arrese. “Un declino della fiducia nell’integrazione politica, la sottomissione agli argomenti dei populisti, come pure i dubbi sui valori fondamentali della democrazia liberale sono tutte cose sempre più visibili”, sottolinea Tusk. Il presidente del Consiglio Europeo prova a spronare i massimi decisori dell’Ue, i capi di Stato e di governo. “In un mondo pieno di tensioni, quello che serve è coraggio, determinazione e solidarietà politica tra europei. Senza queste cose, non sopravviveremo”, avverte. “Se non crediamo in noi stessi – continua Tusk – perché dovrebbero crederci gli altri? A Roma dovremmo rinnovare questa dichiarazione di fede. Nel mondo di oggi, fatto di Stati-Continente con centinaia di milioni di abitanti, i Paesi europei presi separatamente hanno poco peso. Ma l’Ue ha un potenziale demografico ed economico che la rende un partner pari alle grandi potenze. Per questa ragione, il segnale più importante che dovrebbe arrivare da Roma è quello che i 27 Paesi sono pronti a restare uniti; il messaggio che non solo dobbiamo, ma che vogliamo essere uniti”.

In occasione del settantesimo anniversario della firma del trattato, “a Roma, dovremmo ribadire con forza queste due verità di base, eppure spesso dimenticate: prima di tutto, ci siamo uniti per evitare un’altra catastrofe storica e, secondo, i tempi dell’unità europea sono stati i migliori della plurisecolare storia europea”, continua Tusk, che è laureato in Storia e ha scritto vari libri sulla storia della sua città, Danzica, un luogo chiave della storia del Vecchio Continente (“Mourir pour Dantzig?”, scriveva il socialista pacifista francese Marcel Déat, poi ministro del Lavoro nel governo di Vichy, nel 1938, quando la città libera che garantiva l’accesso al mare alla risorta Polonia veniva rivendicata da Adolf Hitler). “Dimostriamo – esorta Tusk – il nostro orgoglio europeo. Se facciamo finta di non sentire le parole e di non notare le decisioni volte contro l’Ue e contro il nostro futuro, la gente smetterà di trattare l’Europa come la propria patria allargata. E, cosa ugualmente pericolosa, i nostri partner globali smetteranno di rispettarci. Obiettivamente non c’è ragione perché l’Europa e i suoi leader debbano piegarsi alle potenze estere e ai loro governanti”. I rapporti con gli Usa e la nuova amministrazione Trump saranno uno dei temi centrali del vertice informale della Valletta: i leader si confronteranno sul tema durante il pranzo, dopo aver parlato della dimensione esterna delle migrazioni nella mattinata. E cercheranno di trovare e di comunicare, in particolare con l’occhio rivolto all’appuntamento di Roma, quell’unità non serve solo agli europei, ma a tutto l’Occidente: “Dobbiamo difendere – conclude Tusk – con fermezza l’ordine internazionale basato sullo Stato di diritto. Non possiamo arrenderci a coloro che vogliono indebolire o annullare il legame tra le due sponde dell’Atlantico, senza il quale l’ordine globale e la pace non possono sopravvivere. Dovremmo ricordare ai nostri amici americani il loro motto: ’United we stand, divided we fall’”.

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Data:

1 Febbraio 2017