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Danni da abuso di tecnologia

Web-crazia e abuso sui minori: docenti e genitori riuniti a Bari presso l’Istituto Massari Galilei hanno dato vita a un dibattito su una delle tematiche più preoccupanti di cui la contemporaneità ci presenta oggi il conto in termini di danni sui minori e sui soggetti maggiormente a rischio. Alla presenza della dirigente Alba Decataldo e del presidente dell’associazione “Insieme per un traguardo”Cosimo Marino, che ha collaborato all’organizzazione, si sono alternati relatori del calibro di Giuseppina Lotito, Dirigente Ufficio III U.S.R. Bari, Vito Lacoppola, Consigliere Città Metropolitana Bari, Antonio Maria La Scala, avvocato e Presidente Nazionale Associazione Penelope Onlus, Cesare Porcelli, Responsabile Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza Bari, Rosy Paparella, formatrice ed esperta dei diritti dell’infanzia, Andrea Carnimeo, funzionario Tecnico Polizia Postale di Bari. Il docente e scrittore Francesco Minervini ha moderato gli interventi.

Il delicato tema trattato giustifica l’urgenza della discussione, individuando nel corpo docenti i migliori artefici di una tempestiva opera di contenimento del fenomeno. La loro comunicazione didattica, infatti, è alla base di un processo educativo volto a fornire gli strumenti di difesa per i soggetti più a rischio.

Dopo i saluti di rito e la presentazione, la dottoressa Decataldo ha messo subito in chiaro le responsabilità della scuola in questa complessa problematica: “Il ruolo della scuola è fondamentale nel cogliere i primi segnali di cambiamento di umore che sono alla base di un disagio psicologico. Le lunghe ore trascorse in classe determinano un rapporto profondo tra alunno e insegnante. Il rapporto intimo, familiare, che si viene a creare consente alla scuola di attivare dei percorsi di prevenzione al primo campanello d’allarme. L’incontro di questo pomeriggio ne è un esempio concreto. Qui oggi abbiamo degli illustri professionisti in qualità di relatori che mettono a disposizione la loro professionalità per la comunità scolastica, per i docenti della scuola e per le loro famiglie”.

Giuseppina Lotito, informatico e dirigente dell’ufficio scolastico territoriale, ha rimarcato il ruolo di prevenzione degli organi scolastici: “La scuola deve porsi l’obiettivo di massima prevenzione e deve fornire gli strumenti necessari agli operatori scolastici per intervenire nei casi in cui ci sia il dubbio. Essa non può affrontare da sola le situazioni perseguibili, per cui esistono gli enti preposti, ma ci sono azioni che possono essere segnalate e altre che devono essere segnalate. C’è un momento, tuttavia, in cui il docente o il genitore deve fare i conti con il dubbio se l’azione commessa richieda immediato intervento o se è il caso di attendere ulteriori verifiche. A tale scopo, nell’ufficio scolastico regionale, ma anche e soprattutto in quello provinciale di Bari, c’è un’unità che è preposta per l’appunto al successo formativo. Un team di 7-8 docenti che, in caso di segnalazione da parte di un collega, raccolgono una prima istanza, anche semplicemente per un confronto sul dubbio di proseguire in una determinata situazione”.

Viaggia in sintonia con quello della dirigente il pensiero dello scrittore e moderatore del convegno, Francesco Minervini: “Il nostro linguaggio erano le lettere, la televisione, i cartoni giapponesi. I nostri ragazzi oggi comunicano con il mondo attraverso il cellulare, il loro linguaggio è Instagram, Facebook, Twitter, Messenger. Togliere la tecnologia a un ragazzo significa privarlo dell’unico modo che conosce per dialogare e per stare in società. Il messaggio di questo incontro non vuole essere negativo nei confronti del web, che ha invece il merito di aver migliorato il cammino dell’umanità ma, piuttosto, il problema è farsi carico di una modalità d’uso che sia assolutamente positiva e migliorabile”.

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Lapidario il commento dell’avvocato Antonio La Scala sull’insieme di norme che creano una farraginosa macchina legislativa di difficile applicazione, così da andare a inficiare il lavoro dei giudici, con l’aggravio di una mancanza di commisurazione della pena. “Nella mia associazione ho l’obbligo di dare risposte alla mamma che piange perché le è scomparso il figlio. A fronte dei dati allarmanti sui casi di sparizione non c’è un’adeguata informazione dei media, è come se il problema delle tante persone, minori soprattutto, che scompaiono, sia destinato al silenzio. Queste persone diventano presto fantasmi, in quanto si tratta di morti silenziose. – ha evidenziato – Il più delle volte, in questi casi, l’epilogo infausto della morte è la normalità. Ci sono dei reati a mio avviso incomprensibili: per un maggiorenne che ha un rapporto a pagamento con una ragazza che supera i 14 anni, si configura il reato di prostituzione minorile contro ogni logica, in quanto, a mio avviso, dovremmo parlare di violenza sessuale aggravata. Lo stesso dicasi per il reato di sottrazione consensuale di minore, reato che prevede differenze sanzionatorie tirando in ballo una discutibile capacità di intendere e di volere. Ma la norma più inaccettabile è quella sui femminicidi: in materia di reati sessuali, la norma prevede un aumento di pena in caso in cui la minore abbia meno di 10 anni, ciò significa che se la bambina ha 10 anni e tre mesi la sua violenza merita una pena minore, cosa assolutamente inaccettabile. La risposta quindi a livello giudiziario è debole in quanto è debole la normativa. Da noi si legifera talmente tanto che non si riescono a coordinare le nuove con le precedenti disposizioni, creando queste anomalie di sistema. Non si può parlare di certezza della pena se non c’è certezza nella norma. Bisogna dare quindi ai giudici strumenti validi per fornire risposte concrete alle vittime con adeguate misure sanzionatorie”.

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Cosa sono i bambini? O forse la domanda è: cosa non sono più?

Cesare Porcelli, in qualità di responsabile della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a Bari, ha introdotto studi, conseguenze e statistiche sui disturbi del linguaggio e comportamentali causati da un abuso di devices. Nella sola città di Bari il servizio sanitario di cui è responsabile il Professor Porcelli ha in carico 4200 minori. “Le richieste sono più di 1000 all’anno ma riusciamo a soddisfarne circa 700. Sui casi che osserviamo di ritardo di linguaggio ci arrivano troppi bambini sotto i tre anni che conoscono appena una decina di parole. Nella maggior parte dei casi è bastato levargli lo smartphone o il tablet per avere un sostanziale recupero già nell’arco di un paio di settimane. Il problema è che, al di sotto dei sei anni, una comunicazione fatta attraverso le dita su uno strumento touch, piuttosto che con le parole e con lo sguardo, stravolge la decodificazione della comunicazione e quindi spiazza tutti” ha spiegato Porcelli.

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E’ emerso con prepotenza, durante il convegno, il giudizio unanime sul rischio di incorrere in un’infanzia negata. La scomparsa del gioco spontaneo ha sottratto agli adolescenti la possibilità di crescere attraverso attività ludiche improvvisate, con l’aggravio di aver relegato i genitori al ruolo di segretari- autisti. La ricerca del figlio perfetto, attraverso lo spasmodico controllo delle sue attività, ha creato genitori ansiosi, sempre più stressati nell’incasellare l’ora di danza, di musica, di tennis, di piscina. In questa vita programmata e strutturata, che perde la sua spontaneità, gli adulti perdono di vista il ruolo di accompagnatori nel percorso di crescita, spogliandosi dell’educativa funzione di ascolto. A questo punto, appare legittimo il dubbio espresso dal moderatore Minervini:“Sono i bambini a non essere cresciuti, o forse il problema è che siamo noi adulti a non essere cresciuti al punto da essere padri, madri e formatori?”.

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L’intervento della dottoressa Giusy Paparella è stato propedeutico al risveglio dal torpore della logica. La sua analisi ha avuto l’effetto di scuotere la platea puntando, come un pugno allo stomaco, l’attenzione sull’incapacità di comunicare dell’educatore, vittima esso stesso dell’incontrollabile accelerazione delle nostre vite. “La grande nostalgia del passato non ci aiuta e ci distrae da quello che si può fare realmente. Il grande problema di oggi è la bolla di accelerazione che ha cambiato la marcia delle nostre vite. Allora io ho imposto ai miei collaboratori di azionare il freno a mano, per favorire la riflessione e ponderare le conseguenze di gesti e comportamenti specie quando siamo responsabili di piccoli e adolescenti. Gli effetti negativi prodotti da questa accelerazione sono la competitività e la paura. Stiamo dando ai bambini l’informazione che il futuro porta con sé minacce e non più promesse. Come si supera quindi questa paura, mentre si attraversa una fase di accelerazione? Diventando migliori degli altri, diventando competitivi. La competitività diventa pertanto una malattia, e ne è pregna la scuola. Un mese fa, a Roma, è stato presentato durante un convegno l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the children, che quest’anno è dedicato alla scuola e si chiama per l’appunto ‘lettera alla scuola’. Nello studio, ricco di mappe che analizzano le criticità dei minori nel mondo, la mappa che mi ha colpito maggiormente è stata quella sull’ansia. L’OCSE, nella sua ultima rilevazione, ha mostrato i dati relativi alla fascia di adolescenti di 15 anni di età. E’ emerso che i ragazzi italiani sono tra quelli più ansiosi d’Europa, di poco sotto ai portoghesi e agli spagnoli. E cosa li mette in ansia? Non il male di vivere che pure sarebbe normale in una fase adolescenziale carica di mutamenti, e neppure il rapporto conflittuale con i genitori che non risparmia nessuna generazione. Ciò che li tormenta è l’ansia dei voti, delle prove di verifica, della prestazione scolastica. L’ansia quindi di essere all’altezza, di essere competitivi. Ma la competizione è esattamente la negazione delle relazioni ed espone i ragazzi al richiamo delle sirene del mondo surrogato che propone loro il web. Il superamento del concetto di vita piena, elaborato dal padre della psicologia umanistica Carl Rogers, lascia il passo al terribile concetto di successo che non risparmia nessun genitore. Il punto è che anche il successo si è adeguato a questa accelerazione, e piuttosto che manager o imprenditori o scienziati, alleva aspiranti top influencer, eserciti di adolescenti che ambiscono alla notorietà attraverso l’influenza che gli riconosce il web. I dati della dipendenza da tecnologia sono stati esaminati da una ricerca dell’Università degli Studi di Bari. Su un campione di mille studenti il quadro delle anomalie emerge prepotentemente: ogni ragazzo dispone di almeno quattro device e tre profili sui social, cosa quest’ultima che limita qualsiasi tentativo di controllo. Ma i dati più allarmanti sono che, nell’anonimato, 1 ragazzo su 10 ha riferito di aver praticato atti di cyber bullismo e che 8 ragazzi su 10 hanno ricevuto contatti da sconosciuti sui siti di messaggeria. Il 26% di questi ragazzi ha accettato. Di fronte a dati così allarmanti, l’unica misura è il divieto assoluto. Viviamo in una giungla di connessioni e in un deserto di relazioni. E’ inutile abbandonarsi a nostalgie del passato o a facili moralismi, è tempo di imparare a rispondere ai ragazzi, alle loro domande di senso, presupposto per creare una relazione improntata sulla fiducia. Solo così, nel momento del bisogno sapranno a chi chiedere aiuto. Un professore di un istituto tecnico di Pordenone è riuscito a intercettare i suoi alunni semplicemente fornendo loro la comunicazione attraverso il linguaggio che meglio interpreta i loro cambiamenti, quello del web, inventandosi ‘Cose da prof’, una webserie in minipuntate da 30 secondi in cui racconta cosa avviene in classe.”

Il resoconto conclusivo di Andrea Carnimeo, funzionario tecnico della polizia postale di Bari, si traduce in una tangibile e scottante realtà: quando i casi arrivano ai loro uffici, con il drammatico contrassegno di irreversibilità, quello è il momento in cui bisogna prendere atto che abbiamo sbagliato tutti, come società, come educatori, come genitori.

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Il fenomeno del sexting mette in luce la difficoltà di contenere i danni di immagini finite in rete, la cui diffusione è virale. Occorre spiegare con forza che la divulgazione è considerata reato non solo per chi la commette ma anche per i protagonisti-vittime del filmato, in quanto essi stessi stanno commettendo un reato che è quello di autoproduzione di materiale pedopornografico. Quello dei tagli è solo l’ultimo di un’aberrante serie di istigazioni violente che passano dal web. Se intendono entrare nel gruppo, i ragazzi dovranno sottoporsi al superamento di cruente prove. Il problema è che non disponiamo degli adeguati strumenti di legge. Per l’adescamento in rete, già nel 2008 era stato previsto un provvedimento di legge nella famosa convenzione di Budapest, che ha necessitato di aggiornamenti e integrazioni fino a divenire operativa solo nel 2013-2014. Quindi per noi della polizia postale il limite è che, quando di fronte a un caso accertato in rete andiamo a formalizzare l’arresto, ci dobbiamo misurare con strumenti di legge che, non essendo aggiornati, richiedono integrazioni”, questa l’aspra denuncia di Carnimeo.

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“I Care”, io me ne occupo: questo è il concetto tratto dalla esperienza didattica di Don Milani, preso in prestito dalla dottoressa Paparella per un concreto esempio di modus operandi. Poniamoci in funzione di ascolto, ancor prima che nel mondo, all’interno di noi stessi e delle nostre realtà domestiche, con i nostri figli e mariti, magari riprendendo a mangiare guardando il fondo del piatto e non lo schermo di un tablet.

Data:

12 Dicembre 2017